Corriere di Ragusa
Email
Corrierediragusa.it mobile
Feed Rss Corrierediragusa.it
Corrierediragusa.it - Motore di ricerca
Corrierediragusa.it su Facebook
Corrierediragusa.it su Twitter
Corrierediragusa.it su Google+
Dimensione testo:
|
A
|
Corriere di Ragusa.it
Giovedì 23 Novembre 2017 - Aggiornato alle 14:53 - Utenti collegati 919
Dove sei: Prima pagina > Cultura Biblica > Gesù e il Giudaismo




 

- Gesù e il giudaismo -

 

 

Gesù è vissuto in un periodo storico difficile ed effervescente, esposto da un lato alla ‘febbre messianica’ dell’attesa di un Messia liberatore dalla sottomissione all’impero romano, dall’altro lato alla tentazione zelota che incitava il popolo giudaico alla ribellione e alla rivolta armata contro i Romani.
        Gesù apparve sulla scena poco dopo Giovanni il Battista, con il quale collegò esplicitamente la sua predicazione. Lo storico Giuseppe Flavio riferisce che la morte di Giovanni non avvenne soltanto a causa di Erodiade, come racconta il Vangelo di Marco, ma per la paura di tumulti che si potevano innescare a causa delle componenti escatologiche e messianiche contenute nella sua predicazione. Anche la predicazione di Gesù, nonostante fosse imperniata sull’annuncio del Regno di Dio, non poteva non risvegliare indirettamente negli ascoltatori speranze di liberazione politica e di riscatto sociale.
        Possiamo affermare con certezza che la predicazione di Gesù non presentava contenuti politici, non incitava alla violenza e alla ribellione contro l’occupazione romana; né Gesù si pose a capo di un movimento rivoluzionario o d’emancipazione sociale. Fu sempre attento a tracciare una linea di demarcazione accurata e sottile tra il religioso e il politico, rilevando che il potere romano era inquadrato in un disegno divino, verso il quale vi era l’obbligo del rispetto e della lealtà. L’azione di Gesù, infatti, si muoveva su un terreno essenzialmente religioso. Predicava un insegnamento vicino per molti aspetti ai Maestri della Legge. Dichiarava che la Legge era la norma fondamentale di condotta, anche se a volte la sua interpretazione poteva sembrare scandalosa ai suoi uditori, soprattutto in riferimento alla precisazione su alcune osservanze rituali o all’inasprimento di talune prescrizioni morali. E’ anche vero che la sua predicazione conteneva elementi innovativi di notevole risonanza sociale, le cui conseguenze non potevano non impensierire le autorità politiche e religiose del tempo.
        Le tecniche di insegnamento di Gesù e il modo di concepire il discepolato erano del tutto diverse rispetto a quelle in uso presso i maestri giudei. Gesù, pur rifacendosi alla prassi rabbinica, conferisce un senso nuovo al discepolato. Mentre nel giudaismo erano i discepoli che sceglievano i loro maestri, il discepolato di Gesù si caratterizzava per l’autorevolezza con la quale lui stesso chiamava chi voleva per una condivisione di vita. La sequela di Gesù comportava un’adesione totale alla sua persona e alla sua causa. Mentre i maestri giudei si preoccupavano di formare degli esperti della Legge che a loro volta sarebbero diventati “rabbini”, per Gesù il centro d’interesse non era costituito da una dottrina da apprendere ma dalla conoscenza della sua persona, perché il regno di Dio si identificava con essa. Per questo i Discepoli di Gesù dovevano fare un’esperienza profonda di vita con lui per testimoniarla quale ‘Vangelo’ di salvezza.
        Il comportamento di Gesù descritto nei Vangeli è deviante rispetto ai valori fondamentali della società in cui egli si muove ed il suo ritratto sfugge a qualsiasi schema o modello di vita religiosa a lui contemporanea. Gesù proclamava una dottrina che affermava la necessità di amare i propri nemici, vietando perfino di difendersi. Celava la sua vera identità di Messia e Figlio di Dio per timore di suscitare fanatismo delle folle, raccomandava prudenza per non eccitare l’entusiasmo patriottico e sceglieva la via dell’amore passante attraverso l’umiliazione e la sofferenza. Gesù attribuiva alla povertà e all’umiltà valori moralmente positivi, addirittura esaltava la povertà come un bene, al punto da definire i poveri beati. Poneva la sua potenza nella debolezza, la sua vittoria nel fallimento della croce, la sua speranza nell’ignavia degli uomini. Al contrario del mondo giudaico dove la povertà era considerata come il segno di scarsa benevolenza divina, la persona umile era disprezzata e considerata ignobile e di scarso valore. Gesù, inoltre, ostentava un atteggiamento positivo verso due realtà svalutate dal giudaismo: le donne e i bambini. Il giudaismo, infatti, si rivelava come una religione di uomini, in sintonia con il mondo pagano antico (da Socrate a Platone, da Euripide a Pitagora, a Cicerone etc...) e con la cultura maschilista risalente all’epoca dei Patriarchi. Anche se nel racconto della creazione la donna era stata creata uguale all’uomo, l’evoluzione degli usi e costumi della vita sociale ebraica assegnavano un ruolo marginale alla donna, o peggio ancora il ruolo di “oggetto”. Talvolta era considerata anche come creatura impura da guardare con diffidenza. Tenuta in una condizione d’inferiorità sociale, totalmente subordinata al marito, non le era riconosciuto alcun diritto, salvo quello di essere nata per mettere al mondo e allevare figli. Totalmente subordinata al marito, era soggetta al ripudio a cui aveva diritto solo l’uomo. Gesù, non accettando questa predominanza di ruoli, si erge a difesa della dignità e dei diritti della donna. Spazzando via una delle cause principali dell’emarginazione, ossia la mentalità che il compito sociale della donna fosse quello di essere solo sposa e madre, Gesù opera un’autentica rivoluzione a favore della donna. Infatti, a differenza della prassi rabbinica, Gesù ama circondarsi di donne, s’intrattiene pubblicamente e guarisce donne pagane; si fa seguire anche da ex-prostitute, vilipese dalla società come personificazione del peccato; non esita a guarire donne ritenute impure secondo le norme rituali giudaiche; sgrida Marta a non affannarsi ad occuparsi delle faccende domestiche (un dovere nel mondo ebraico), e la invita invece a prodigarsi all’ascolto della ‘Parola di Salvezza’. Permette a Maria di Magdala e alle altre discepole di seguirlo e servirlo durante la sua attività apostolica; esse non lo abbandonarono neanche nelle ultime ore più tragiche della sua vita mortale. L’apice sarà raggiunto quando, all’alba della Pasqua, riserva l’onore di prime testimoni della sua Risurrezione proprio ad alcune donne, smentendo così la norma della cultura del mondo giudaico che non riconosceva alcun valore alla testimonianza femminile. Anche nei riguardi dei bambini Gesù infrange la mentalità del tempo che tendeva ad escluderli dalla vita comunitaria. Gesù, incurante ancora una volta delle regole del tempo, non solo non scaccia i bambini secondo l’uso comune, ma sgrida duramente i discepoli che li vogliono allontanare; con rovesciamento radicale dei valori, li addita addirittura ad esempio, richiamando gli adulti alla necessità di ridiventare come bambini per potersi aprire alla conversione e all’accoglienza del Regno di Dio.
        Ma Gesù non era soltanto un “profeta” che annunziava la venuta imminente del Regno, era anche un “maestro” che insegnava la Legge di Mosè e si arrogava il potere di giudicare egli stesso la Legge. Le sue interpretazioni scaturirono in profonde risonanze sociali e religiose, colpirono al cuore alcuni cardini della interpretazione farisaica della Legge di Mosè ed introdussero elementi di rottura con la spiritualità giudaica del tempo. Affermando che non c’è nulla di esterno all’uomo che entrando in lui possa contaminarlo, ma piuttosto sono le cose che escono dall’uomo quelle che lo contaminano, Gesù metteva in discussione tutta la concezione farisaica sulla purità, superava di colpo la distinzione fondamentale per tutta l’antichità fra il sacro e il profano, sottoponendo interamente la purità rituale alla purità morale. Gesù opera una vera e propria rivoluzione nel modo di interpretare i valori religiosi che nel mondo antico erano generalmente basati su pratiche volte a legare passivamente la gente alla religione con pratiche rituali o con prescrizioni igieniche. Per questo appariva scandaloso anche l’atteggiamento di Gesù nei confronti della violazione del sabato. Questa sua interpretazione intendeva colpire la concezione religiosa del tempo tesa ad una osservanza formale della Legge. Gesù affermava che la moralità non è fatta dipendere dall’osservanza esteriore e legalistica delle norme della Legge, ma dall’obbedienza autentica alla volontà di Dio. Questo spiega le violente critiche che ostentava nei confronti dei religiosi del tempo (Maestri della Legge, Scribi, Farisei). Secondo Gesù la loro arroganza e presunzione impediva e precludeva la vera conoscenza di Dio. 
        Il comportamento di Gesù violava anche un principio fondamentale del mondo ebraico, secondo cui un profeta doveva convalidare le sue credenziali di “Uomo di Dio” manifestando personalità, autorità e rigorosa austerità dei costumi. Il rimprovero che frequentemente gli era mosso era quello di mangiare e bere in compagnie equivoche, di dare adito a situazioni scandalose, come di proteggere le prostitute.

         Tenendo presenti tutte queste realtà sociali e religiose del tempo, è chiaro che Gesù creò nella società ebreo-giudaica un momento di critica alla mentalità corrente. La sua dottrina cozzò con la cultura e la religione del tempo, rappresentò sicuramente un evento di rottura sia sul piano politico che religioso, e non fu causa secondaria della sua condanna a morte. Si può comprendere allora il motivo del rifiuto immediato della comunità giudaica al suo comportamento e alla sua predicazione; si possono giustificare anche i vari atteggiamenti di diffidenza esplicitati dagli stessi apostoli in talune occasioni e le loro difficoltà nel capire fino in fondo la “novità” del messaggio proclamato dal loro maestro.



Notizia letta: 1617 volte
 
Commenta la notizia
 
 0 commenti