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Martedì 21 Novembre 2017 - Aggiornato alle 13:02 - Utenti collegati 1047
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 Ricostruzione della vita di Gesù
 
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La ricerca di “Gesù storico”
 
 
Come già è stato detto, nel corso della storia le fonti evangeliche sono state sottoposte a una seria verifica critica sotto il profilo letterario e storico, nel costante confronto con i documenti provenienti dall’ambiente giudaico ed ellenistico antico. La ricerca storico-critica, dal sec XVIII° ad oggi, ha esaminato tutte le parole e i gesti attribuiti a Gesù Cristo, per ricostruire in termini attendibili la figura, l’attività e il suo messaggio. Episodi sporadici di rifiuto e di critica nei confronti di Cristo e dei Vangeli accaddero già nel II° e III° secolo per opera dei filosofi pagani Celso e Porfirio, i quali denigrarono la figura di Cristo considerandolo un impostore. Inoltre, contestarono i Vangeli, ritenendoli un’invenzione priva di fondamento. Vigorosa fu la reazione cristiana specialmente per merito di Origene e di Eusebio di Cesarea.
        Verso la seconda metà del 1300 comparvero i primi libri per opera d’autori cristiani sulla vita di Gesù. Subito fu vista la difficoltà nell’accordare le differenze insite nella narrazione dei quattro evangelisti. Nonostante ciò, nell’ambito cristiano c’era radicata la convinzione che i Vangeli descrivessero autenticamente i momenti fondamentali della vita di Gesù, detto il Cristo.
        Nel periodo dell’illuminismo, a causa della scarsità di notizie storiche desumibili dai quattro Vangeli e dalle tenui tracce lasciate dal giudaismo ufficiale sulla figura di Gesù, prevalse l’indirizzo di ridurre la realtà storica di Gesù ad un nazionalista ebreo ucciso dai romani, i cui discepoli avrebbero trafugato il corpo proclamandone la sua risurrezione, con lo scopo di attribuirgli poteri divini. Sappiamo, anche, che per la mentalità illuministica la ragione umana era l’unico criterio di verità, e in base a tale presupposto non era possibile accettare il lato soprannaturale dei Vangeli, come ad esempio, la divinità di Gesù, i miracoli e la risurrezione. Solo verso la fine del 1700, come reazione all’indirizzo illuminista, nasce una nuova impostazione di ricerca basata sulle fonti letterarie e i documenti delle prime comunità cristiane dopo la morte di Gesù. Da questa nuova stagione di studi, che dà credito alle fonti evangeliche, si è aperto un dibattito serio sulla figura di Gesù, dibattito che non si è più arrestato e continua ai giorni nostri.
        Partendo dal presupposto che la tradizione orale del materiale evangelico sia confluita in piccole “unità letterarie”, come risposta ai problemi contingenti delle primitive comunità cristiane, l’autorevole studioso R.Bultman (1906-1941), in seguito alla situazione di incertezze venutasi a creare sulla realtà della figura di Gesù, alimentate dalle diverse sfaccettature (talora contraddizioni) che scaturivano dalla diversificazione narrativa degli evangelisti, lancia la sua teoria. Bultman afferma che, a causa della precarietà storica delle fonti originarie, non bisogna preoccuparsi dei fatti storici raccontati nei Vangeli. Secondo Bultman i Vangeli non sarebbero libri storici, ma opere di catechesi e di predicazione elaborate dalla comunità cristiana primitiva. Non è necessario inquadrare l’azione di Gesù in un contesto storico, perché la fede si fonda sulla parola di Dio e non sulla storia. Bultman, in altre parole, riducendo i Vangeli a pure testimonianze di fede in Cristo, disgiunge con un taglio netto il “Gesù della storia” dal “Cristo della fede”. Così, agli inizi degli anni ’50, sulla scia e come conseguenza alle asserzioni di Bultman, si venne a creare quasi la convinzione che l’immagine del Gesù storico in parte possa essere stata plasmata dalle prime comunità cristiane. Gli evangelisti avrebbero inserito artificialmente la divinità di Gesù in un contesto storico manipolato, tale da rendere impossibile la conoscenza del Gesù storico. Alle affermazioni così categoriche di Bultman si contrapposero primi fra tutti i suoi allievi i quali, capovolgendo le conclusioni del maestro, asserirono invece che la ricerca del Gesù storico non intende provare la fede, ma che i Vangeli trasmettono il kerygma”(messaggio e gesti di Gesù) inserito nel contesto storico, religioso e culturale dell’ambiente ebraico-palestinese. Secondo gli allievi di Bultman la fede della primitiva comunità cristiana, scaturita dalla proclamazione apostolica del kerygma pasquale, non può prescindere da un legame storico con la vita di Gesù. Gli evangelisti non sono da considerare semplici “compilatori”, bensì come “redattori” che seppero organizzare e interpretare il materiale tradizionale della chiesa primitiva, riuscendo ciascuno di essi ad elaborare una visione personale di Gesù di Nazarèt. Soprattutto si deve a Kasemann l’avvio di un serio processo di revisione che porterà a restituire l’originale continuità tra il Gesù vissuto in Palestina e il Cristo annunciato dai Vangeli. La fede pasquale ha effettivamente determinato una reinterpretazione della figura e dell’opera di Gesù, ma non una falsificazione. Risulta esagerato lo scetticismo di Bultman circa la storicità dei Vangeli, data l’impossibilità di valicare l’abisso esistente tra il Gesù della storia dal Cristo della fede. 
        Si arriva quindi alla conclusione che i Vangeli sono narrazioni al servizio della predicazione e testimonianze, non solo di una fede, ma anche di accadimenti. Infatti, non si può pensare di preservare la fede enfatizzando la divinità di Cristo a detrimento della sua vera umanità, né si può ritenere di inquadrare la figura di Gesù, storicamente accertata, sul piano spirituale e teologico al di fuori di un contesto reale. Grosso modo, fino ad oggi, rimane questa la posizione ufficiale della Chiesa Cattolica per quanto riguarda il modo e il metodo di interpretazione dei Vangeli.
 



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