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Giovedì 23 Novembre 2017 - Aggiornato alle 20:23 - Utenti collegati 654
Dove sei: Prima pagina > Cultura Biblica > ORIGINI E STORIA DEL POPOLO DI ISRAELE




 
 
 


Data la lontananza nel tempo è pressochè impossibile effettuare una precisa ricostruzione storica del popolo ebraico attraverso i soli fatti che sono narrati nella Bibbia. Conoscere almeno per sommi capi la storia religiosa del popolo d’Israele e le vicende dei popoli coi quali Israele venne a contatto, è motivo essenziale per capire il terreno sul quale si è innestato il progetto della “Storia della Salvezza” nel disegno di Dio, e per comprenderne il senso sia sul piano storico che sul piano teologico. Nel racconto biblico, quella d’Israele è la storia di un popolo spesso ribelle, ma destinato a incontrare Dio in un modo unico ed esaltante.
 
Il popolo d’Israele apparve nella storia verso il 1200 a.C. La sua religione ne faceva un popolo a parte: conosceva un solo Dio, invisibile e trascendente, Javhè, il Signore con cui era unito da un “patto di alleanza”. Da questo patto e dalla “Legge” che ne derivava faceva dipendere tutta la sua esistenza e il suo stile di vita che si differenziava nettamente da quello dei popoli vicinori.
            Gli antenati degli Israeliti devono essere cercati fra i Semiti seminomadi, allevatori di pecore e capre, che circolavano sulla striscia semidesertica della mezzaluna fertile. A poco a poco queste popolazioni finiscono per fermarsi e a volte riescono anche a dominare una regione già occupata da altre popolazioni. Fra questi seminomadi sono particolarmente noti storicamente due gruppi: gli Amorrei che si stabilizzano in Mesopotamia, in Siria e in Palestina verso il 2000 a.C., e gli Aramei che si stabilizzano in Siria verso il XIII° secolo. Gli studi di archeologia hanno confermato i dati generali della vita seminomade di quel periodo e li ha trovati corrispondenti al modello sociologico dell’Oriente agli inizi del II° millennio a.C.
            Di questo periodo, peraltro poco o niente conosciuto, la tradizione biblica mette in rilievo le figure di Abramo, Isacco, Giacobbe e gli antenati delle Tribù di Israele. Abramo è probabilmente il capo di un clan, alla guida un gruppo, dalle steppe semidesertiche della Siria nella più fertile regione di Canaan. L’epoca dei Patriarchi è comunque l’epoca in cui progressivamente si delinea la credenza ebraica che pone le basi della futura fede monoteistica di Israele. Gli autori biblici più che collocare questi personaggi nel contesto storico del loro tempo, si preoccuparono solo di presentarli come i capi spirituali del popolo di Dio. Quest’epoca si conclude con l’emigrazione di alcuni clan in Egitto, collegabile forse con i movimenti di popoli verso il delta del Nilo tra il XVIII e il XVI sec. a.C.
            La nascita del popolo d’Israele probabilmente cominciò verso il 1250 a.C., all’incirca sotto il faraone Ramses II°. Dopo un periodo di tempo difficilmente determinabile, i gruppi di semiti (ebrei) insediati in Egitto, originariamente bene accolti, appaiono invece in uno stato di semischiavitù. Costretti a lavori faticosi, riuscirono a fuggire sotto la guida di Mosè (periodo del cosiddetto “Esodo”). Dopo aver girovagato per 40 anni nel deserto della penisola del Sinai, alla fine riusciranno a penetrare in Palestina, infiltrandosi pacificamente in regioni poco abitate. Talvolta dovettero anche combattere contro le città cananee che tentavano di respingerli. Fra i capi tribù impegnati in queste battaglie, che avevano tutte le caratteristiche di blitz fulminei, la Bibbia ricorda in modo particolare Giosuè.
            La fase dell’esodo dall’Egitto e la permanenza nel deserto (secolo XIII° a.C.) è collegato con una profonda esperienza religiosa, con una rivelazione di quel Dio dei Padri che gli Israeliti d’ora in poi chiamerranno “Jhvh” . La rivelazione culmina nell’evento del patto di alleanza al Sinai tra Jhwh e il popolo, di cui la legge mosaica è la carta fondamentale ed espressione del momento cruciale in cui Israele sembra percepire la presenza in assoluto più alta del suo unico Dio. È questo il momento cruciale in cui Israele comincia a prendere coscienza di rappresentare il popolo eletto da Dio, e rafforza la sua unione con un vincolo che è soprattutto religioso. L’esodo è stato un avvenimento politicamente complesso, ma sembra certamente databile fra il 1230 e il 1219 a.C., essendo citato per la prima volta in un documento profano, la stele del faraone Mernephtah scoperta nel 1896 a Tebe. 
            Al termine dell’esodo gli ebrei si insediano in Palestina (la terra di Canaan). È difficile stabilire se questo sia stato il risultato di una conquista militare o l’effetto di una penetrazione culturale. Si apre una fase in cui il popolo di Israele appare contrassegnato a livello politico da una confederazione di varie tribù, il cui vincolo principale è costituito dalla fede comune in Jhwh, con centro del culto a Sichem (secoli XII°-XI° a.C.). Il governo è affidato ai cosiddetti “Giudici”, uomini carismatici dotati di poteri eccezionali non solo sulla singola tribù ma anche su coalizioni di tribù. L’epoca dei giudici è segnata dal processo di sedenterizzazione delle tribù nomadi e dai rapporti ora pacifici ora conflittuali con le popolazioni locali. Ormai Israele è un popolo organizzato; è cosciente della propria identità religiosa che deve assolutamente difendere dalla tentazione del diffuso politeismo dei popoli viciniori. Ma non possiede una salda organizzazione politica. Di fronte alla minaccia di predatori nomadi e al pericolo dei Filistei, sbarcati sulla costa palestinese all’inizio del secolo XII° a.C., le tribù decidono di rinforzare la loro coesione mettendo a capo un re, sul modello dei popoli vicini, anche se con la sostanziale differenza di non considerare il re come a un dio, quanto piuttosto come a un delegato o a un rappresentante di Dio (Jhvh) sulla terra. Si apre così la fase storica dei “Re” o del cosiddetto “periodo monarchico” che si estende dal 1020 circa al 586 a.C. Dopo re Saul, con Davide diviene realtà lo stato nazionale ebraico. Davide, riconosciuto re da tutte le tribù, intorno all´anno 1000 a.C. impone il suo dominio su tutti gli stati vicini dopo aver sconfitto i Filistei. Comincia a organizzare il suo Stato con un esercito stabile e un’amministrazione centralizzata; l’organizzazione di tipo confederale delle tribù cede lentamente il passo alla centralizzazione monarchica. Stabilisce in Gerusalemme la capitale e il centro del culto comune delle tribù; vi trasporta l’arca dell’alleanza, simbolo e memoria della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Il figlio, Salomone, completa l’opera del padre dando lustro e ricchezza al suo giovane regno; il culmine della sua opera è la costruzione del Tempio di Gerusalemme in cui si riconosce la presenza continua del Signore, la prova che il popolo di Dio è ormai costituito e stabilito nella sua terra. La costruzione del Tempio ha un ruolo essenziale nella vita religiosa d’Israele, perché è destinato a soppiantare nel tempo tutti gli altri santuari locali, per restare come l’unico luogo di culto di tutte le tribù dove si celebra la signoria di un Dio che non tollera altri dèi accanto a sé.
            Ma si tratta però di un’unità politica fragile e per certi versi artificiosa. Lo splendore della monarchia dura infatti poco. Infatti alla morte di Salomone, con il figlio Roboamo, il popolo d’Israele perde la sua coesione, dopo due sole generazioni lo stato unitario si sfascia. Ribellandosi ad un pesante dispotismo, dieci tribù settentrionali si separano organizzandosi in uno stato indipendente del Nord (Israele del Nord) con capitale Sichem, poi Samaria; le due tribù rimaste fedeli ai discendenti di Davide costituirono il Regno del Sud, il Regno di Giuda con capitale Gerusalemme (scissione di Sichem del 933 a.C.). Durante due secoli il popolo d’Israele sarà diviso in due stati più o meno rivali. Coinvolti nella politica espansionistica dei grandi imperi degli assiri e dei caldei, tra violenti conflitti intestini cadono sotto la dominazione straniera. 
Il Regno del Nord, in possesso delle zone più ricche e popolose del paese, nonostante avesse conosciuto momenti di splendore con la fondazione di Samaria con Omri, con Acab e sotto Geroboamo II°, non ebbe i mezzi per opporsi all’espansione assira e nel 722 a.C. con la presa di Samaria, una parte della popolazione fu deportata e il territorio del regno del nord diventò una provincia assira.
Il piccolo Regno del Sud, povero, circondato da vicini ostili, sopravvisse per altri due secoli fino al 587 a.C. allorché i Babilonesi di Nabucodonosor radono al suolo Gerusalemme e deportano una parte degli abitanti nel paese di Babilonia. Gli Israeliti rifugiati in Mesopotamia e in Egitto si assimilavano ai popoli con cui si incontravano. Ma alcuni gruppi di origine giudea seppero difendere la loro identità e mantenere coesa la loro vita religiosa. Per costoro l’esilio fu l’occasione per riflettere sulle vicende passate e per fare il bilancio della storia d’Israele. Molti libri della Bibbia sono il frutto di questa meditazione.  
            È questa, dei secoli IX°, VIII°, VII° a.C., l’epoca dei “Profeti”, grandi figure religiose che avevano incominciato a portare un giudizio di valore sugli avvenimenti storici man mano che capitavano. Partecipando in prima persona alle vicende politiche dei due regni, nelle vesti di interpreti religiosi della politica d’Israele, contribuirono in maniera decisiva alla definitiva affermazione della fede monoteistica del popolo ebraico. I Profeti invitano Israele a guardare oltre le misere ragioni della politica per scoprire le più alte esigenze della via della fede. La loro precisa missione era di comunicare al popolo d’Israele i voleri di Dio aiutandoli nel vedere in azione il Signore in tutti gli avvenimenti, dai più gloriosi ai più tragici. Nelle catastrofi, che a partire dal secolo VIII° si abbatterono su Israele, essi videro la punizione per le infedeltà commesse dal popolo verso Dio. Intravidero anche la misericordia e il perdono divino verso il suo popolo infedele e senza prospettive di speranze. Tutto cambierà se Gerusalemme si pentirà e ritornerà al suo Dio, il quale parlerà al cuore di Gerusalemme e stenderà una seconda volta la sua mano, come l’aveva tesa per la prima volta in Egitto. Difatti, meno di cinquant’anni dopo il crollo del regno di Giuda, la situazione si capovolge: l’impero babilonese si sfalda sotto i colpi dei Persiani. Un decreto di Ciro nel 538 autorizza la ricostruzione del tempio di Gerusalemme intorno al quale si ricostituisce l’unità religiosa della nazione. I giudei tornati dall’esilio formano una piccola comunità che si ingrandisce lentamente e fra non poche difficoltà causate dall’ostilità di coloro che erano rimasti e occupavano il paese. Questo periodo storico del popolo d’Israele è stato denominato “Fase Giudaica”. Gli ebrei non riconquistano la libertà, ma conservano una certa autonomia. La benevolenza del dominatore persiano consente loro di mettere mano alla ricostruzione politica e sociale del paese. Siamo nel V° secolo a.C.: il potere è gestito da un governo di tipo teocratico organizzato da Esdra e Neemia. Le loro riforme legislative danno vita alla forma politica di una “teocrazia”, governata dalla casta dei sacerdoti del tempio, sotto l’egida della legge mosaica.
 Nel 333 Alessandro Magno mette fine alla dominazione persiana e impone la dominazione dei re ellenisti. Nel complesso la comunità giudaica per un secolo e mezzo vive in pace con il mondo greco, ma fino agli inizi del II° secolo a.C., nel 167, allorché Antioco IV Epifane decide di convertire il mondo giudaico all’ellenismo. Si apre l’ultima fase della storia d’Israele contrassegnata dalla dominazione greca. La politica di ellenizzazione del paese, perseguita dai successori di Alessandro, i Seleucidi, e appoggiata dall’aristocrazia locale, rompe il delicato equilibrio tra il regime teocratico e la dominazione straniera. Antioco IV Epifane abolisce lo statuto di Gerusalemme, proibisce le pratiche ebraiche in Palestina e cerca di consacrare il tempio di Gerusalemme a Giove Olimpo. Scoppia la guerra di liberazione nazionale. Nel 141 i fratelli Maccabei intraprendono una insurrezione militare che finisce per trionfare. I giudei riconquistano una relativa indipendenza politica e religiosa instaurando la monarchia degli Asmonei. I Giudei vivono per l’ultima volta il sogno della libertà e dell’indipendenza, ma ancora una volta per poco. Senza radici nel popolo, dilaniata al suo interno da lotte familiari che scaturirono in metodi repressivi e integralistici contro la popolazione, la monarchia asmonea decade rapidamente. Questa via integralistica decreterà lo sfacelo della miserabile dinastia degli Asmonei, considerata una delle più corrotte e disprezzate della storia ebraica. Infatti gli stessi Asmonei per dirimere i loro conflitti fanno appello alla potenza mondiale emergente del momento: l’impero romano. Il generale Pompeo nel 63 a.C. si impadronisce di Gerusalemme e, ponendo fine alle contese interne che dividevano gli ultimi Asmodei, fa della Giudea una provincia romana. Il popolo giudaico perde per sempre la propria indipendenza. I Romani tuttavia non tolsero ai giudei immediatamente la loro autonomia; misero al governo del paese l’asmoneo Ircano e tollerarono la teocrazia mantenendo in piedi il sommo sacerdote. Tutto questo fino a quando i Romani non misero sul trono Erode il Grande, un ebreo-idumeo che era uno straniero, e non rappresentava quindi il popolo d’Israele. Erode perseguì una politica filo-romana, si accativò i favori di Roma grazie alle sue doti adulatrici. Eliminò la vecchia aristocrazia e ne creò un’altra, anch’essa di tendenza sadducea, ma prona ai suoi voleri. Mitigò l’ostilità farisaica alla sua politica di ellenizzazione del paese, mantenendo un sostanziale rispetto della legge giudaica e, soprattutto, ricostruendo in maniera imponente il Tempio di Gerusalemme. Erode il Grande resse la Palestina dal 40 al 4 a.C. sotto un regime di terrore. Le sue origini idumee, perciò non davidiche, unite alla sua crudeltà, gli attirarono un odio implacabile da parte del popolo ebraico. Alla sua morte la situazione cambiò. I suoi successori non ebbero le sue capacità politiche. Diviso in tre parti il suo regno tra i figli (Giudea e Samaria ad Archelao, Galilea e Perea a Erode Antipa, regioni del Nord a Filippo), scoppiarono ovunque tumulti che nel 6 d.C. ridussero la Giudea e la Samaria a provincia romana. 
Il potere politico predominante della Palestina rimase nelle mani dei funzionari romani, prefetti e procuratori che esercitarono brutalmente le loro funzioni nel tentativo di sedare le tensioini anti-romane. Il Nuovo Testamento menziona Ponzio Pilato, il quinto della serie, che esercitò le sue funzioni tra l’anno 27 e il 37 d.C., all’epoca della predicazione di Gesù; ebbe un ruolo determinante per la sua condanna a morte. Felice, uomo crudele e vizioso, procuratore dal 52 al 60, contribuì notevolmente a far sorgere la guerra civile nei territori della sua giurisdizione. Sotto gli ultimi procuratori le turbolenze politiche non fecero che aumentare, e nel 66 ingenerarono in una vera rivolta che fu stroncata con forza dai Romani che nel 70 distrussero Gerusalemme e incendiarono il suo Tempio. Lo stato ebraico viene cancellato dalla carta politica del Medio Oriente. Gli Ebrei nell’impossibilità di celebrare il loro culto si dispersero. Così crollava tutto il sistema politico e religioso del giudaismo.
Dal 70 d.C. assistiamo alla cosiddetta “diaspora” (dispersione). Numerosi ebrei furono dispersi in tutto il bacino del Mediterraneo, in Mesopotamia, in Egitto, in Persia e in altri paesi. All’inizio dell’era cristiana la maggior parte degli Ebrei risiedeva nella “diaspora” e aveva principali punti di appoggio nelle grandi metropoli di Antiochia, Alessandria, Roma.
Il posto del tempio fu preso definitivamente dalla sinagoga, scomparve la classe sacerdotale, sostituita dai “dottori della legge” (successivamente chiamati “rabbini”), che si occuparono della trasmissione e dello studio della Bibbia. Le sinagoghe diventarono allora il vero centro della vita religiosa: esse furono lo strumento principale che consentì al giudaismo di conservarsi. Fu ricostruito il sinedrio, non più a Gerusalemme ma a Jamnia, un paese costiero a sud di Giaffa. Il nuovo sinedrio formato da 72 “anziani”, tutti dottori della legge appartenenti al movimento farisaico, si occupava dell’istruzione, della legislazione e dell’amministrazione della giustizia, promulgando leggi religiose, civili e penali. Ben presto il sinedrio si affermò come l’autorità religiosa centrale che diresse l’organizzazione del giudaismo, sia degli ebrei di Palestina sia dei paesi della diaspora. Il suo presidente ricevette il titolo di “Patriarca”. Nel 425 l’imperatore Teodosio II abolì il patriarcato, scomparve l’ultimo istituto ebraico indipendente e nel 638 la Palestina passava sotto la dominazione islamica. Gli ebrei che non si convetirono all’Islam pagarono la loro libertà con tributi e imposte fondiarie; essi diventarono ‘infedeli protetti’ e, pur soggetti a varie limitazioni all’interno della società musulmana, godettero di ampia tolleranza. Ma furono costretti a portare un distintivo giallo che li distinguesse dal popolo musulmano. L’Islam, nel complesso, fu più tollerante verso gli ebrei che verso i cristiani. Sotto la dominazione musulmana gli Ebrei subirono una trasformazione nei settori della loro vita economica: la loro attività, prevalentemente agricola, si trasforma in attività di commercio (di stoffe, di metalli, di spezie, di erbe aromatiche etc.etc.). Presto divennero finanzieri, il che permise loro di uscire dal proprio ambito e di formare varie comunità ebraiche in Europa ed oltre. Nel Basso Medioevo le comunità ebraiche della Spagna, della Germania e dell’Italia diventarono i centri più importanti della diaspora. Il giudaismo si trapiantò in modo definitivo in Europa e diventò parte integrante della storia d’Europa. Ovunque erano liberi di praticare la loro religione, godevano di una propria organizzazione religiosa accentrata nelle sinagoghe e di una propria amministrazione civile. Gerusalemme però rappresentava per essi sempre la capitale del popolo ebraico, la città santa. La mentalità di questi Ebrei della diaspora non era proprio identica a quella dei residenti in Palestina: messianismo e nazionalismo riscuotevano forme meno radicali e i sentimenti verso i pagani erano molto più benevoli. Ma rimaneva radicato l’attaccamento alla propria diversità nei confronti dei non ebrei, arroccandosi nella osservanza della legge mosaica. Questo attaccamnto radicale degli Ebrei alle loro tradizioni gradualmente li separava dagli altri popoli, fino ad esporli alla diffidenza e alla ostilità dei non Ebrei. La supremazia commerciale degli Ebrei cominciò a declinare dal sec.XI, allorquando le repubbliche marinare conquistarono rapidamente il monopolio degli affari mediterranei. Gli Ebrei furono completamente estromessi dalle attività commerciali e molti di essi da commercianti si trasformarono in usurai che prestavano su pegno. La pratica di questa professione suscitò nei loro confronti odio popolare che spesso si tramutò in persecuzioni e massacri nei loro confronti. Anche all’epoca dei crociati molte comunità ebraiche subirono difficoltà. Con la forza gli Ebrei o furono costretti a convertirsi al cristianesimo, o furono privati dei loro beni, o furono uccisi. Altri si dispersero in paesi europei meno ostili. Ancora ulteriori persecuzioni subirono quando intorno alla metà del sec.XIV scoppiò la terribile pestilenza, nota come <peste nera>. Allora gli Ebrei furono accusati e ritenuti colpevoli di avvelenare i pozzi. Nei secoli XVI – XVII, in seguito alle continue espulsioni di Ebrei dalla Germania e dalla Francia, si registra un costante movimento migratorio di Ebrei verso l’Europa orientale, in particolare in Polonia e in Lituania. In tutta Europa i loro contatti con il mondo non ebraico si fecero sempre più difficili al punto che agli Ebrei fu imposto di vivere in quartieri isolati dal resto degli abitanti, precludendo così qualsiasi possibilità di confronto con il mondo non ebraico. L’istituzione del ‘ghetto’ fece piombare il giudaismo nell’assoluto isolamento. Intorno alla metà del XIX secolo vivevano in Europa orientale circa tre milioni di Ebrei che sotto la Russia zarista vivevano in uno stato di oppressione, costretti a vivere ancora una volta in un ambiente di segregazione e di discriminazione. Questa situazione di estrema emarginazione delle comunità ebraiche favorì la nascita e lo sviluppo di tre movimenti che rappresentano gli stadi evolutivi subiti dall’ebraismo nel secolo XX: - il socialismo ebraico; - l’emigrazione in massa negli Stati Uniti d’America; - il sionismo.  
Il socialismo ebraico rappresentò un movimento i cui intenti erano quelli di facilitare l’inserimento dei lavoratori ebrei nell’internazionale socialista. Ma molti socialisti ebrei non condivisero questo orientamento, non vollero rinunciare alla loro “ebraicità”, alla loro lingua e alla loro cultura. Alla fine questo movimento non solo fallì, ma risvegliò sentimenti nazionalistici che scaturirono in ulteriori disagi per la comunità ebraica in una Russia sempre più antisemita. Di fronte a tali difficoltà circa due milioni di ebrei dell’Europa orientale tra il 1881 e il 1914 emigrarono negli Stati Uniti, dove diventarono cittadini di un nuovo stato che per la prima volta, dopo la distruzione di Gerusalemme, non solo li riteneva uguali ma anche partecipi alla fondazione di una nuova società. Gli immigrati si integrarono e nella nuova società americana e tentarono di vivere il loro giudaismo in un modo nuovo, lontano da condizionamenti esterni. Circa 60.000 ebrei invece si trasferirono per la prima volta dalla Russia in Palestina, con la convinzione che per esprimere liberamente le loro tradizioni religiose avevano bisogno di un proprio territorio. Nacque dunque il “sionismo” che praticamente abbracciava due cause opposte: da un lato, la causa del nazionalismo ebraico che rifiutava il processo di assimilazione e di integrazione nella società europea, dall´altro lato si poneva al riparo dall’atavico diffuso fenomeno dell’antisemitismo.
Attorno ai due movimenti principali religiosi che coinvolsero gli ebrei rimasti in Europa, l’uno chiamato “ortodosso”, che intendeva tutelarsi dai pericoli dell’integrazione stringendosi attorno alla Torah e alle usanze talmudiche, l’altro chiamato “riformista”, che faceva capo a sostenitori di adattare il sistema di vita giudaico all’ambiente non ebraico, matura la più grande catastrofe della storia umana: il genocidio nazista del popolo ebraico. Fra il 1939 e il 1945 furono sterminati sistematicamente sei milioni di Ebrei nei territori occupati dalla Germania Nazista. Per l’ideologia nazista gli ebrei costituivano una “razza inferiore” che, in quanto tale, andava eliminata alle radici. In realtà le cause di questo genocidio vanno ricercate nell’odio religioso, nell’ostilità verso lo straniero, ma anche in conflitti di natura economica, appositamente innescati contro banchieri ebrei accusati di volersi impadronire della finanza mondiale. In definitiva l’ideologia nazista si fece carico della “summa” di tutti i comportamenti intolleranti e discriminatori tenuti dalla società europea contro gli ebrei nel corso dei secoli passati. L’antisemitismo – l’atteggiamento di ostilità verso gli Ebrei – che fino ad allora era basato solamente su pregiudizi e motivi religiosi, trovava nel nazismo una giustificazione pseudo-scientifica. L’eliminazione programmata e attuata dai nazisti non ha precedenti nella storia mondiale. Usando un termine tratto dalla stessa letteratura biblica, si suole parlare di “olocausto”, con riferimento al sacrificio in uso presso gli ebrei, quando tutta la vittima, generalmente un agnello, veniva bruciata.
Sulle rovine del nazismo si instaura il moderno Stato d’Israele.
 
 
 
 
LA POLITICA D’ISRAELE
 
Gli ebrei non hanno conosciuto la forma, e quindi la civiltà, della città-stato come i greci, né quella del grande impero universale come gli assiri e i babilonesi. Il vincolo che unisce tra loro gli ebrei non è di natura culturale, o sociale, o politica, ma di natura religiosa. È la fede in Jhwh il collante che tiene insieme le tribù insediate nella terra di Canaan, com’è la religione ad unire gli esiliati tornati in Giudea da Babilonia. In effetti, si può certamente dire che non vi è mai stata una concezione israelitica dello stato. Prima di essere una comunità politica, Israele è, e rimane sempre, una comunità religiosa al cui interno vi era radicata la convinzione di essere un popolo distinto da tutti gli altri popoli per essere stato scelto da Dio.
            L’elemento comune che unisce il popolo di Israele è uno solo: la teocrazia, un modello di governo religioso retto dalla legge mosaica, sotto la guida dei sacerdoti. Il modello religioso costituisce il vero metro di giudizio di tutti i modelli politici; la politica, considerata da Israele quale elemento di secondaria importanza, non ha reale autonomia, e viene giudicata dal punto di vista della religione. 
            La realtà storico-politica di Israele ruota attorno alla osservanza della “Legge”, che ha il compito di richiamare incessantemente gli ebrei agli impegni assunti con Dio nell’alleanza del Sinai, basata sul rifiuto intransigente degli dèi stranieri e il riconoscimento della signoria unica di Dio. Tutto questo spiega perché Israele abbia sempre rifiutato sul piano politico e sociale compromessi con civiltà straniere.
 
 
 
 
 
LA QUESTIONE DELLA“DIASPORA”
 
La caratteristica di sentirsi un popolo eletto, e quindi diverso da tutti gli altri popoli, accompagna il popolo ebraico lungo la sua storia. Questa radicata convinzione provocò il suo isolamento dalle civiltà vicine dell’Antico Oriente, causò soprattutto il fenomeno della dispersione di Israele (“diaspora”) iniziato con l’esilio babilonese nel VI° secolo a.C. Sarà una caratteristica dell’ebreo quella di essere ‘pellegrino e straniero’ in mezzo agli altri popoli. La necessità di opporsi al paganesimo e lo sforzo di essere ebrei a tutti i costi, in opposizione ad altri popoli non ebrei, spinse Israele nel corso della storia ad un rigido separatismo culminato all’inizio del cinquecento nel “ghetto” che costrinse gli Ebrei d’Europa a vivere in ambito chiuso e senza possibilità di comunicare con il mondo esterno. Il successivo fenomeno dell’antisemitismo, strettamente legato alla “diaspora” e al rifiuto opposto dalla minoranza ebraica di adeguarsi al sistema di vita dei non ebrei, culminò nella persecuzione nazista, bloccando definitivamente i tentativi di assimilazione o di integrazione con gli altri popoli con cui venne a contatto. Nei tempi moderni prevale negli ebrei l’idea di porre fine alla “diaspora” e di ritornare alla terra dei Padri. Israele continua a rimanere attaccata alla propria diversità e a mantenere nel corso della storia l’identità di popolo eletto da Dio. Da qui nasce il moderno Stato di Israele
 
A fronte di tutte le represssioni e le persecuzioni subite nel tempo, il popolo ebraico ancora oggi riesce a sopravvivere e continua a credere e a venerare il suo Dio.
Nel corso di millenni nessuna potenza al mondo è riuscita a cancellare il luogo scelto da Dio per manifestarsi nella storia: un evento che tutt’oggi costituisce veramente un mistero.



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