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Giovedì 23 Novembre 2017 - Aggiornato alle 14:53 - Utenti collegati 765
Dove sei: Prima pagina > Cultura Biblica > Gesu’ parlava per parabole




 

 

 

Le tecniche d’insegnamento di Gesù e il modo di concepire il discepolato erano del tutto diverse e originali rispetto a quelle in uso presso i maestri giudei. Gesù, pur rifacendosi alla prassi rabbinica, conferisce un senso nuovo alla sequela. Mentre nel giudaismo erano i discepoli a scegliere i loro maestri, il discepolato di Gesù si caratterizzava per l’autorevolezza con la quale lui stesso chiamava chi voleva per una condivisione di vita. La sequela di Gesù comportava un’adesione totale alla sua persona e alla sua causa. Mentre i maestri giudei si preoccupavano di formare degli esperti della Legge, che a loro volta sarebbero diventati rabbini, per Gesù il centro d’interesse non era costituito da una dottrina da apprendere, ma dalla conoscenza della sua persona, perché il regno di Dio si identificava con Gesù stesso. Per questo i discepoli di Gesù dovevano fare un’esperienza profonda di vita con lui, per testimoniarla quale ‘Vangelo’ di salvezza. Quale esperto oratore e Maestro, Gesù usava come metodo pedagogico molte forme d’espressioni tratte dalle tradizioni sapienziali e profetiche d’Israele, per annunciare e far sentire vicino il progetto di Dio. Anche, “parlava per parabole, un modo d’esprimersi originale e peculiare, talvolta oscuro e poco comprensibile anche ai suoi stessi discepoli, in grado di scuotere i suoi ascoltatori, stimolandoli ad entrare nel proprio intimo per scoprire la chiamata della fede. Il linguaggio in parabole rappresentava una tecnica argomentativa che aiutava Gesù ad entrare in comunicazione con i suoi uditori, un modo che gli consentiva di esprimere gradualmente la verità del suo insegnamento e, nello stesso tempo, di indicare la strada da percorrere per riconoscere il Regno di Dio che egli stesso era venuto ad annunziare. Gesù ricorreva alle parabole soprattutto quando si trovava a predicare di fronte ad un uditorio ostile e poco disponibile all’ascolto, prigioniero di vecchie logiche che affondavano le radici su interpretazioni formali deformanti la legge mosaica, un uditorio che difficilmente avrebbe accettato il suo punto di vista. Sapeva, infatti, che i suoi discorsi sarebbero stati respinti se proposti in forma diretta. Gesù così ricorreva ad una “strategia dialogica-argomentativa” inventando un racconto fittizio, ma provvisto di una sua logica interna, basato e costruito su episodi di vita ricavati dall’umana esperienza, e in grado di coinvolgere l’ascoltatore provocandolo a identificarsi tra i personaggi del racconto. Gesù usava le parabole nelle loro molteplici forme espressive (allegorie enigmatiche, proverbi, massime, oracoli profetici). Impiegava questi detti e queste storie misteriose per stuzzicare la mente dei suoi ascoltatori, distruggendo le false sicurezze e cercando di aprire i loro occhi. La parabola non è una narrazione fittizia, né un indovinello, ma un racconto impostato con un linguaggio metaforico in cui l’ascoltatore, da un lato deve scoprire il percorso per la sua esatta comprensione e dall’altro lato è invitato da Gesù ad interrogarsi sulle scelte che deve compiere per essere in sintonia con l’agire di Dio, e prendere coscienza del senso della sua esistenza. Centro e cuore della predicazione di Gesù è “l’annuncio del Regno di Dio”, un mistero proclamato in una maniera talmente nuova e originale da parte di Gesù che richiedeva la mediazione d’espressioni atte a far comprendere i contenuti peculiari del Regno. Gli interlocutori di Gesù, anche se non riuscivano sempre a comprendere in profondità il senso del racconto, capivano chiaramente che quanto egli stava narrando non era un indovinello o una favola, ma un messaggio in cui bisognava scoprirne il senso e l’esatta comprensione. Potremmo concludere che la parabola costituisce per Gesù un “metodo indiretto” per trasmettere all’ascoltatore la novità sconvolgente del suo messaggio, un metodo intriso di genialità, di sicura efficacia penetrativa rispetto alla dialogica razionale che generalmente si usa per convincere un interlocutore che la pensa diversamente da noi. Ad esempio Gesù, nei confronti dei Farisei che mormoravano vedendo Gesù a mensa con i peccatori, per mostrare l’incondizionata misericordia di Dio o per muovere la sua critica nei confronti della durezza del loro cuore, non cerca di convincerli con motivazioni fondate su una logica razionale che avrebbero portato ad un ulteriore irrigidimento delle loro convinzioni, ma pone argomentazioni finalizzate a riindirizzare la loro mente su un nuovo percorso in grado di far riconoscere loro la novità del regno di Dio. Gesù ha utilizzato il linguaggio narrativo-metaforico delle parabole al servizio del Vangelo, rimuovendo pregiudizi ed eliminando perplessità che potevano ostacolare il cammino dell’uomo verso la fede. Questa dimensione cristologia, che consente a Gesù di mettere al centro del suo messaggio l’amore e l’agire misericordioso di Dio Padre, costituisce la ragione principale della perenne attualità delle parabole evangeliche.



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