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Lunedì 20 Novembre 2017 - Aggiornato alle 14:38 - Utenti collegati 1047
Dove sei: Prima pagina > Cultura Biblica > Gli Evangelisti - Il Vangelo di Marco




 

 

 

 

MARCO, chiamato anche Giovanni-Marco, originario di Gerusalemme, non fu discepolo di Gesù. Entrò presto in contatto con le grandi figure del cristianesimo nascente. Il problema dell’autore del secondo vangelo è controverso. E’ opinione comune che l’autore si chiamasse veramente Marco. La testimonianza di Papia, vescovo di Gerapoli della prima metà del II° secolo (110-130) riporta di un Marco, personaggio autorevole, diventato aiutante e interprete della predicazione orale di Pietro. Il libro sarebbe stato scritto a Roma dopo la persecuzione di Nerone. La data di composizione va collocata tra il 60 e il 70 d.C., sembra, comunque, anteriore alla distruzione di Gerusalemme avvenuta nel 70 d.C. Molti esegeti però non ritengono che Marco abbia scritto il suo vangelo rifacendosi alla predicazione di Pietro; l’evangelista dipenderebbe dalla tradizione evangelica orale scaturita dalla predicazione apostolica. L’autore del vangelo non sarebbe quindi un discepolo di Pietro ma un giudeo-cristiano probabilmente dimorante a Roma.
Considerando che della struttura originale del Vangelo di Matteo scritto in aramaico non si ha traccia, molti studiosi oggi reputano il Vangelo di Marco come il più antico esempio del genere letterario chiamato “Vangelo”. Si ritiene, infatti, che l’evangelista Marco sia stato il primo a dare forma, in parte biografica e in parte catechistica, al racconto dei fatti e delle parole di Gesù provenienti dalla predicazione apostolica, fissandoli nel momento in cui la vita delle chiese sparse fuori della Palestina rischiava di perdere il contatto con l’origine del Vangelo. Quello che Marco aveva scritto rappresentava, quindi, il primo assemblaggio delle tradizioni evangeliche (scritte e orali) elaborate dalle prime comunità cristiane, proponendo un modello organico per i cristiani delle origini, in grado di aiutarli a superare i pericoli derivanti da una fede ancora piuttosto incerta.
Gli studiosi sono concordi nel ritenere che il Vangelo di Marco sia il più antico e la fonte principale per la stesura dei Vangeli di Matteo e Luca. Anche se nel suo vangelo Marco non intendeva comporre una biografia di Gesù con un intento storico, ma si proponeva di trasmettere fedelmente la tradizione evangelica della chiesa primitiva, la fedeltà delle fonti originali a cui attinse Marco ne fa un’opera preziosa e insostituibile per la ricerca del Gesù terreno, del Gesù uomo-Dio. Per il carattere elementare e frammentario della riflessione teologica, ma soprattutto per l’apparente mancanza di ordine e di organicità che precludeva ogni tentativo di trovarvi una linea teologica in grado di conferire una certa unità all’opera, probabilmente il Vangelo di Marco dopo la pubblicazione degli altri vangeli fu messo in disparte. Dopo un lungo periodo di ecclissamento durato parecchi secoli, a partire dagli anni cinquanta, il Vangelo di Marco è stato riscoperto e rivalutato, e oggi sul piano dottrinale rappresenta il punto di partenza dei Vangeli successivi. La sua lingua originale è il greco.
Il Vangelo di Marco è il più breve dei Vangeli che possediamo; non sembra possedere un’organizzazione letteraria chiara.Propone un testo composto da un insieme di racconti generalmente brevi: un insieme di pezzi cuciti mediante una serie di riscontrabilissimi sommari, con frasi che sono spesso collegate in maniera piuttosto generica per mezzo di cornici topografiche e cronologiche.
La coerenza e l’unità teologica del Vangelo di Marco sono da ricercare nell’ “imposizione del silenzio” e nel “dramma della croce”. Nonostante gli atti di potenza operati durante il suo ministero, Gesù assume un atteggiamento apparentemente paradossale, cioè quello di non farsi riconoscere apertamente, imponendo il silenzio ai malati guariti, perfino ai suoi discepoli vietò di divulgare i miracoli o di proclamare prematuramente la sua messianicità. Il tema della cecità dell’uomo, che non risparmia neppure i discepoli stessi, tende a rilevare che la salvezza non si realizza solo attraverso il miracolo o l’insegnamento, ma anche attraverso la morte redentrice. Di fronte all’atteggiamento ostile dei suoi contemporanei e contro le loro stesse aspettative che si attendevano un Messia combattente, re guerriero, che doveva dominare il mondo con la forza e liberare il popolo ebraico dal potere romano, Gesù si sottrae all’equivoco messianico. Gesù evita di farsi riconoscere per non suscitare il fanatismo delle folle ed evitare che la sua azione si potesse confondere con una rivolta politica, completamente contraria agli obiettivi del suo ministero. Per questo impose il “silenzio” sulla sua vera identità di Figlio di Dio. Ricevuto dalle folle con simpatia, ben presto la sua umile messianicità rimane lungamente incompresa, anche ai suoi stessi discepoli, nonostante egli si manifestava continuamente attraverso azioni concrete. Così delude le attese e l’entusiasmo di molti si raffredda. Schivando la facile popolarità, Gesù si dedica alla formazione e all’istruzione del piccolo gruppo di discepoli fedeli dai quali ottiene l’adesione incondizionata. Poi tutto si orienta verso Gerusalemme, la meta prefissata, dove si consumerà il dramma della passione coronata dalla risposta vittoriosa della Risurrezione.

La tragica morte del Figlio di Dio ha rappresentato per l’evangelista Marco una contraddizione difficile da spiegare a chiunque fosse invitato a credere nel messaggio cristiano. Eppure Marco ha incentrato la sua opera sullo “scandalo della croce” come “sorgente di salvezza”. Marco vuole fare capire ai suoi lettori che la figura di Gesù, nelle qualità di Messia e di Figlio di Dio, viene rivelata solo sul patibolo della croce! Il Messia doveva rivelarsi compiendo il cammino del servo sofferente in conformità al progetto salvifico del Padre. Marco vuole dimostrare nel suo vangelo che Gesù è il Messia attraverso l’esperienza della sua vita terrena che si sarebbe pienamente attuata nell’evento pasquale della morte-resurrezione. E non è un caso che proprio nel momento cruciale della sua morte in croce, Gesù svela la sua identità e il suo vero volto a un centurione romano: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39).       



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