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Venerdì 24 Novembre 2017 - Aggiornato alle 0:31 - Utenti collegati 479
Dove sei: Prima pagina > Cultura Biblica > La redazione dei Vangeli - Il periodo orale del Vangelo




 

 

La predicazione orale fu una necessità impellente per la comunità cristiana primitiva, il cui scopo primario era quello di far conoscere l’evento Gesù.
Per alcuni anni dopo la morte di Gesù la diffusione del Vangelo avvenne attraverso la viva voce dei testimoni diretti. Dopo i primi momenti di smarrimento per la tragica morte di Gesù, gli Apostoli, testimoni qualificati e guide spirituali della comunità, chiamati alla sequela fin dall’inizio del ministero pubblico di Gesù, rievocarono gli insegnamenti e le sue opere interpretandole alla luce del compimento delle Scritture: la “Risurrezione di Cristo”. «Noi, dice Pietro, siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme» (Atti 10,39). Gesù purtroppo non lasciò documenti scritti riguardanti la sua attività e la sua dottrina.
 L’origine storica dei Vangeli ci rimanda alla vita e alla fede delle prime comunità cristiane, e va quindi ricercata nella predicazione dei primi evangelizzatori, degli Apostoli e dei discepoli di Gesù alle proprie comunità locali (catechesi orale).
Il periodo orale del Vangelo, che va dal 30 al 65 circa d.C., rappresenta lo stadio più oscuro e discusso tra gli studiosi, perché le fonti sono costituite quasi esclusivamente dai testi neotestamentari che, in effetti, sono documenti di fede. C’è da presumere che la comunità cristiana primitiva, guidata dagli apostoli, costituì l’ambiente principale in cui la dottrina di Gesù fu approfondita alla luce delle Scritture e trasmessa attraverso la catechesi orale. C’è da aggiungere, inoltre, che i primi annunciatori del Vangelo non erano persone colte provenienti da scuole rabbiniche, com’era in uso nel giudaismo ufficiale. Gesù, infatti, durante il suo ministero non si preoccupò di promuovere un movimento scolasticamente organizzato per diffondere la sua Parola. I primi evangelizzatori, infatti, erano semplici popolani, il cui intento principale era quello di suscitare l’adesione alla fede in Gesù Cristo e Signore, vissuto, morto e risorto per la salvezza degli uomini. La loro non era quindi una testimonianza documentaria. Nel rievocare i detti e le azioni di Gesù non intendevano dare un resoconto esatto degli eventi con tutti i dettagli di cronaca e topografici. La loro predicazione mirava semplicemente a suscitare nei loro uditori la fede in Cristo, morto e risorto per noi. In realtà, la comunità cristiana primitiva si presentava in gruppi ben strutturati, ciascuno con una propria guida religiosa, i quali intervenivano nella vita della comunità stessa impartendo direttive, approfondendo e correggendo.
 La trasmissione del messaggio di Gesù in seno alla chiesa primitiva avvenne mediante tre attività fondamentali: la liturgia, la preghiera comunitaria e la catechesi. Inoltre, secondo gli ambienti, giudaico o pagano a cui era indirizzato, l’annuncio si diversificò adattandolo alla comprensione di un pubblico sempre più numeroso possibile. Quando i testimoni oculari dell’esistenza storica di Gesù cominciavano a scomparire, gli interpreti delle comunità cristiane primitive si posero l’esigenza di fissare per iscritto il frutto delle testimonianze trasmesse oralmente sulla vita pubblica e l’insegnamento del Maestro. Già circolavano in maniera isolata, a scopo didattico, <detti ed episodi>, i cosiddetti “loghia”, riguardanti la vita pubblica di Gesù. Probabilmente erano già note le lettere che Paolo via via inviava alle prime comunità cristiane. Come appare dal documento più antico del NT (intorno agli anni 50 d.C.), la prima lettera di S.Paolo ai Tessalonicesi, il nocciolo della fede consisteva nella certezza della risurrezione di Gesù. Paolo, inoltre, nella I° lettera ai Corinzi, scritta intorno agli anni 56, ci informa che la maggior parte dei testimoni della risurrezione di Gesù era ancora vivente. Esigenze apologetiche, morali e liturgiche determinarono la necessità di fare confluire questi primi documenti frammentari in raccolte isolate più vaste, che in seguito finiranno col trovare una diversa collocazione nei 4 Vangeli. Questo spiega, almeno in parte, le imprecisioni e le divergenze esistenti nelle indicazioni di tempo e dei luoghi descritti nella redazione finale dei Vangeli.
Probabilmente la prima raccolta evangelica omogenea fu costituita dal racconto della ‘passione-morte-risurrezione’ di Gesù. Questo perché la prima necessità fu quella di testimoniare il “kerigma”, cioè che Gesù dopo la morte era veramente risorto. Successivamente sarebbe comparsa una raccolta di grande importanza, denominata dai critici la “fonte Q” (iniziale della parola tedesca ‘Quelle’=fonte), dove confluirono <le cose che Gesù aveva insegnato>. Si trattava di piccole unità o forme letterarie, di brevi sommari o annotazioni, che fin dalle origini rimasero slegate da un contesto storico narrativo, ma che in seguito furono modificate, ampliate e reinterpretate fino alla redazione definitiva dei Vangeli. La “fonte Q” fu largamente utilizzata da Matteo e Luca, soprattutto per le parti discorsive dei loro rispettivi vangeli. C’è da presumere che circolassero anche altre raccolte disarticolate, concernenti fatti ed episodi della vita di Gesù, miracoli e parabole, a cui attinse principalmente l’evangelista Marco.

Appare quindi evidente il ‘carattere frammentario e disarticolato’ delle piccole unità letterarie narrative (scritte e orali), a cui attinsero successivamente gli evangelisti redattori dei Vangeli, caratterizzate sul piano strutturale dalla incapacità di valutare criticamente gli eventi narrati, ma sostenute dal grande entusiasmo per la figura mitizzata di Cristo. Ancora oggi non è stato sufficientemente chiarito il passaggio dalla testimonianza orale dei Vangeli a quella scritta. La chiave di lettura si potrebbe ricercare studiando attentamente la storia della chiesa nei primi due secoli.



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