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MODICA - 13/11/2007
Spettacoli - Il critico in poltrona

I sogni traditi della memoria. «Maria Venera», «Bughivù»
o «Quell’estate felice»?

Pubblichiamo l’opinione sul film espressa da Lillo Contino, regista e presidente della cooperativa "Cartellone" Foto Corrierediragusa.it

Come una domanda che non contempla una risposta, si è consumato l’ennesimo abuso mascherato da omaggio perpetrato nei confronti dello scrittore Gesualdo Bufalino.
La pellicola in questione è Maria Venera di Beppe Cino (nella foto di MAURIZIO MELIA il cast) presentata in prima nazionale a Modica presso il Super Cinema Aurora e contemporaneamente in altre cinque sale disseminate nei quartieri della città.
Il regista Beppe Cino non è nuovo alla disperata volontà di trasporre le opere più complesse dello scrittore comisano; nel 1990 aveva realizzato con pochi risultati Dicerie dell’untore, e questa volta ci riprova con Argo il cieco.
Argo dai cento occhi.
Lo stesso Beppa Cino ha affermato che il film Maria Venera è un «passaggio di testimone» rispetto al romanzo di Bufalino.
Con la facile scusante del «liberamente tratto» si è invece assistito alla completa disfatta della scrittura felice a discapito di una pellicola gratuita, infelice, agli antipodi dall’atmosfera volutamente sfocata dei ricordi.
Il film di Beppe Cino non racconta, non ambienta, si fa volùta di fumo che non svapora subito ma si espande pesantemente per tutta la sala lasciando gli spettatori modicani inermi dinnanzi alla cartolina del già visto.

L’intreccio procede con la stessa leggerezza con cui il regista ha esemplificato la trama, prestando un incomprensibile fianco ai cliché della Sicilia più beceri e triti.
La prodigiosa struttura narrativa fatta di flashback interni e ingranaggi di parole del romanzo Argo il cieco si annacqua in un visione omeopatica del tempo e della nostalgia prediligendo le storie di secondo piano e gli snodi meramente narrativi affinché la vicenda procedi e il pubblico capisca.
Il cast è all’altezza del film, nel senso che riesce in pieno a sminuire la drammaturgia già sfilacciata di partenza. Non convincono né i protagonisti né i comprimari.

Dario Costa che nella trasposizione cinematografica incarna il protagonista Prof. Amato si lascia sballottare da un ambiente a un altro senza lasciare un segno sullo schermo, non aiutato dalla regia né dal fisico imberbe e troppo infantile.


La bella Olivia Magnani-Maria Venera si limita soltanto a inondarci di sguardi ammiccanti relegata al ruolo di «oggetto del desiderio» neanche troppo consapevole.
Stupisce l’assoluto candore registico nel contemplare il banale espediente della sala cinematografica come stanza dei ricordi per permettere al protagonista invecchiato di riacciuffare i ricordi.
Il barocco della città di Modica è protagonista primario in questo carosello indeciso ma non basta.

Non bastano i dorati riccioli di pietra di S. Giorgio o i fieri santoni della Chiesa di S. Pietro.
Argo dai cento occhi.
Gli occhi della memoria, gli occhi del ricordo, gli occhi della nostalgia, gli occhi dell’amore non corrisposto?
Per questa volta caro Argo chiudili tutti i tuoi occhi e dimentica.

Lillo Contino