Corriere di Ragusa
Email
Corrierediragusa.it mobile
Feed Rss Corrierediragusa.it
Corrierediragusa.it - Motore di ricerca
Corrierediragusa.it su Facebook
Corrierediragusa.it su Twitter
Corrierediragusa.it su Google+
Dimensione testo:
|
A
|
Corriere di Ragusa.it
Domenica 11 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 23:05 - Lettori online 725
COMISO - 10/12/2010
Spettacoli - Comiso: la brillante commedia di Edoardo Scarpetta in scena al Naselli

Miseria e nobiltà in siciliano dalla compagnia del "Pero"

L’immortale pièce comica rappresentata al teatro comisano fino a sabato
Foto CorrierediRagusa.it

«Miseria e nobiltà». In scena da venerdì a domenica al Naselli di Comiso, la celeberrima commedia di Edoardo Scarpetta, datata 1888 e resa immortale dal grande Totò, ma recitata in siciliano per rappresentare il «sud» del mondo. La compagnia del «Teatro del pero» (nella foto), torna a calcare le scene con un’opera di non facile interpretazione. Il Teatro del Pero, già da diversi anni si impone al pubblico con la spontaneità di attori non professionisti, ma sotto la regia e l’organizzazione di nomi d’eccellenza quali Davide Migliorisi e Biagio Barone. Accanto ad essi, attori spinti da un unico mordente: la passione per il teatro. Passione che negli anni, li ha portati anche a fare corsi di recitazione per migliorare di volta in volta, fino a raggiungere livelli superiori al teatro puramente amatoriale.
Quando si affronta un classico metà dell’«opra» può sembrare già fatta: gli ingredienti ci sono tutti, dalla vicenda elaborata e accattivante, ai personaggi ben delineati ed equilibrati, fino ad arrivare alla lingua, curata e adeguata allo scopo espressivo.

A ben guardare, però, la difficoltà inizialmente latente, emerge con assoluta evidenza nel momento in cui con quel classico ci si misura: come rendere una vicenda in maniera fedele al testo e pur nuova? E, soprattutto, come sciogliere il nodo del linguaggio, elemento imprescindibile per qualsiasi soluzione scenica che voglia definirsi efficace? È in questo senso che si è mosso il «Teatro del Pero», consapevole del fatto che davanti ad un immortale capolavoro comico non ci si poteva limitare a ripetere pedissequamente «gags» irresistibili come quella della pasta asciutta infilata nella tasca della giacca o del «cappotto di Napoleone».
La parziale riscrittura scenica del testo pur non tradendo in nulla l’originale impianto scarpettiano, si muove allora verso la creazione di «scene in movimento» che determinino in maniera esatta quel « caos organizzato» che è l’essenza stessa di una commedia; ricerca una rielaborazione di alcuni personaggi comprimari, traendo da essi una « vis» comica latente che attende solo di essere esplicitata, senza rimanere in ombra rispetto alle maschere dei due protagonisti, don Felice Sciosciammocca e don Pasquale «o salassatore».

La commedia trova nella musica un efficace pretesto per descrivere scene e situazioni, offrendo così allo spettatore una variazione stilistica che esalti lo spirito comico dell’intera opera. Ma, alla base di questo indirizzo registico, si pone la questione del linguaggio. Non potendo essere, come dovrebbe, l’originale partenopeo, la lingua usata sarà allora il dialetto siciliano, ma partendo da un punto fermo: un dialetto non va usato per cercare una risata grassa ed inutile, facile quanto effimera e banale, ma va potenziato per diventare strumento di espressione universale.

Il che significa usare il vernacolo per colorare e non per svilire, per rendere al meglio il sottofondo umano di miseria e di fame che caratterizza la vicenda, per esprimere un « sud» del mondo. Ecco perché per il giusto contrasto che va delineato, non solo i cinque protagonisti «poveri» tramuteranno il loro siciliano naturale in un comico e masticato italiano quando vestiranno i panni dei « nobili», ma altri personaggi ancora cercheranno un espressione quasi forbita non solo per rispettare l’originario linguaggio scarpettiano ma proprio per esaltare il contrasto con la « miseria». Che è, poi, penuria di mezzi di sostentamento, non certo di mezzi espressivi.