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Domenica 4 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 16:41 - Lettori online 899
CATANIA - 12/02/2012
Spettacoli - Il famoso dramma popolare ha chiuso il primo ciclo di rappresentazioni

Carmen di Bizet esalta i giovani talenti del Bellini

In scena un cast d’eccezione sprigiona erotismo corporeo e non volgare. Rinat Shaham e Stella Grigorian entrambe nel ruolo di Carmen; Loredana Megna è Mercedes, canto melodicamente armonico, passionale e sentimentale
Foto CorrierediRagusa.it

Il dramma popolare Carmen musicato da George Bizet chiude il ciclo di rappresentazioni al Bellini di Catania. Sul palco i migliori interpreti del canto lirico siciliano e non. Da Rinat Shaham e Stella Grigorian entrambe nel ruolo di Carmen; Tatiana Linsnc e Marcella Polidori nel magnifico ruolo di Micaela e Loredana Megna (foto), stella emergente del canto lirico siciliano, che ha interpretato il ruolo di Mercedes. Piera Bivona è la zingara Frasquita. Tra le voci maschili troviamo Vsevolod Grivnov e Alex Vicens nel ruolo di don Josè e Homero Pèrez Miranda in Escamillo. E ancora Giuseppe Esposito ha interpretato il Dancairo, Michele Mauro il Remendado, Salvo Todaro in Zuniga e Jorge Pèreza è Morales.

Erotismo corporeo e non volgare è l’espressione principale di questa «Carmen», protagonista del dramma lirico in quattro atti di Henri Meilhac e Ludovic Halèvy tratto dalla novella omonima di Prosper Mérimée che il regista Vincenzo Pirrotta ha voluto offrire al grande pubblico catanese. Direttore d’orchestra Will Humburg.

Tutto è pronto su un palco scenograficamente leggero ed essenziale, non a caso scelto per potenziare il ruolo dei protagonisti, senza troppo appesantire la scena. Una scelta moderna che prende sempre di più corpo nella fantasia dei registi dell’opera. Non sgradevole e metaforicamente interpretabile come i tavoli rovesciati che si trasformano nell’ottica del regista in «camera della morte» diventando una vera e propria «sfida – dice Vincenzo Pirrotta – in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo dove anche scenografie costose rischiano di diventare fatali per la sopravvivenza dei teatri».

Con soli 40 tavoli si riproduce il letto dove Carmen e don Josè si incontrano carnalmente senza mai rasentare il volgare ma solo l’erotico sentimento della passione che congiunge Eros e Thanatos. Carmen è opera nuova radicata nella tradizione del genere di teatro musicale nazionale. Porta in auge un nuovo modello di donna riscoperto dalla musicologia femminista degli anni ’60 e ’70. La protagonista è donna di colorito bruno, alla quale il nostro regista ridona il senso di una popolarità perduta che affonda nelle origini andaluse del personaggio.

E’ una zingara, cittadina del mondo, metaforicamente portatrice di un amore apolide, che figlio di zingari vaga incessantemente. Lei maliarda e maga riesce a stregare don Josè con un fiore, conducendo la scena e dominando l’istinto di una passione divisa tra diversi uomini ma pur sempre libero di volare e raggiungere il suo torero di cui è innamorata.

Qui si genera il principio drammatico di ogni melodramma che consiste, come dice Carlotta Sorba, «nella contrapposizione tra bene e male, luce e tenebre», nella discrasia e lotta manichea del bianco- nero fino a raggiungere l’equilibrio nella sintesi finale che è liberazione, omicidio, sangue.

L’azione si snoda tecnicamente in quattro atti ma escatologicamente in due momenti: l’individuazione della virtù e la liberazione della’oppressione del male. In Carmen l’amore libero è il primo, la morte liberatoria se pur tragicamente inflitta è il secondo. Carmen si libera dall’oppressore, che per gelosia l’uccide e produce la tragedia. Annichilimento del significato melodrammatico in Carmen ed effetto catartico e libertario si generano negli spettatori.

Il tocco di maestria si sviluppa nell’opera, creando le «strategie di contenimento» così chiamate da McClary, attraverso la presenza delle coprotagoniste: Micaela e Mercedes. La prima assente nella fonte letteraria ma introdotta nell’opera quale contraltare della sigaraia. Di supporto e di contenimento la seconda. Figure, frutto di «scelte transattive», che smorzano la preponderante presenza dell’unica protagonista. Ciò diviene implicito omaggio alla visione dicotomica che, da Tannhauser in poi, caratterizza i personaggi femminili delle opere di Wagner distinti «sul crinale che separa redenzione e dannazione».

E in questo ruolo deflattivo e smorzante date dalle coprotagoniste, emerge il canto della palermitana Loredana Megna, nel ruolo di Mercedes, melodicamente armonico, che fa di una scelta vocale un percorso interpretativo e sentimentale. Una voce che nel pieno della sua espressione diventa vibrazione, intonazione, passionalità e sentimento.

Ma le voci «che non devono essere belle, ma fare male, non devono piacere ma ferire come un pugnale, grido straziante che sorge dalla viscere», sono soltanto il trampolino di lancio per giungere verso quella parola che al regista Vincenzo Pirrotta è tanto cara: il «Duende» che tanto l’ha intimorito e come significato mentore l’ha condotto in tutti questi mesi di lavoro con Carmen.

Lo stesso «duende» definito da Garcìa Lorca come «potere misterioso che tutto il mondo sente e che nessuna filosofia spiega … un potere e non un modo di fare, una lotta e non un pensiero … il duende riesce a superare i limiti dell’incomunicabilità».