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Lunedì 5 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 11:51 - Lettori online 59
TRAPANI - 01/12/2007
Sicilia - Sono accusati di aver favorito la clandestinità del capoclan e di avere riciclato ingenti somme di denaro

Arrestati 4 fiancheggiatori
del boss Salvatore Lo Piccolo

Venerdì notte i Carabinieri del Comando provinciale di Palermo hanno catturato quattro presunti appartenenti all’esercito del capomafia, finito in carcere lo scorso 5 novembre dopo anni di latitanza. Tra loro c’è anche un imprenditore e l’attuale reggente di Cinisi Foto Corrierediragusa.it

Palermo - Terra bruciata attorno ai fiancheggiatori del boss mafioso Salvatore Lo Piccolo, arrestato lo scorso 5 novembre dopo anni di latitanza. Nella notte i Carabinieri del Comando provinciale di Palermo hanno arrestato quattro presunti appartenenti all´esercito del capomafia. In carcere sono finiti Gaspare Di Maggio, 46 anni, considerato l´attuale reggente della famiglia di Cinisi (Palermo) e figura di spicco dello scenario mafioso siciliano, ma anche l´anziano boss Calogero Battista Passalacqua, detto ´Battistone´, 66 anni, ex reggente della famiglia mafiosa di Carini, l´imprenditore Francesco Ferranti, 59 anni, ritenuto vicinissimo ai Lo Piccolo e Paolino Dalfone, 58 anni, mafioso di Brancaccio. I quattro sono accusati di aver favorito la latitanza del boss Salvatore Lo Piccolo e di avere anche riciclato ingenti somme di denaro di provenienza illecita in società operanti nel settore degli appalti.

I provvedimenti di custodia cautelare sono stati firmati dal gip Maria Pino, che ha accolto le richieste dei pm Gaetano Paci e Laura Vaccaro.

Secondo i magistrati, Ferranti avrebbe gestito la sua azienda edile come prestanome di Calogero Battista Passalacqua. Nel 1999 l´imprenditore avrebbe incontrato l´allora boss latitante Salvatore Lo Piccolo per "assicurarsi la protezione", dicono gli investigatori. A raccontare questo faccia a faccia era stato in passato il pentito di mafia Michele Seidita di Partinico (Palermo). L´imprenditore ha anche lavorato in Umbria per la ricostruzione del dopo-terremoto. Francesco Ferranti, secondo il gip Maria Pino, "incarnava la forma di ´antistato´ e rappresenta il classico imprenditore - si legge nell´ordinanza - che accetta il condizionamento mafioso della propria attività" e che "arriva a rendersi disponibile a tutti i desiderata dell´organizzazione criminale, pervenendo ad offire asilo per la latitanza a pericolosi associati".