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Sabato 18 Novembre 2017 - Aggiornato alle 15:50 - Lettori online 738
TRAPANI - 20/12/2016
Sicilia - Un fenomeno inquietante all’attenzione anche dell’on Bindi

Massomafia e infiltrazioni negli enti pubblici

Ecco spiegata l’evoluzione degli ultimi anni nel segno dei "colletti bianchi" Foto Corrierediragusa.it

A luglio 2016, ultimata l’ispezione in territorio di Trapani, l’on Rosy Bindi, Presidente della Commissione Parlamentare di Inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, ha dichiarato «Abbiamo sconfitto la mafia contro la quale combatterono Falcone e Borsellino, oggi abbiamo innanzi una mafia che è mutata, una mafia che uccide di meno ma incide di più nella vita sociale, politica ed economica del Paese». La latitanza di Matteo Messina Denaro è coperta da intrecci tra mafia e massoneria altolocata». In linea con la posizione espressa dalla Presidente, altri parlamentari componenti la Commissione d’Inchiesta (Angelo Attaguile, Claudio Fava, Davide Mattiello, Mario Giarrusso, Francesco Dell’Uva) usano toni ed espressioni ancora più forti in merito alla qualificazione della nuova mafia, meglio nota come massomafia. La pubblica denuncia caratterizza il lavoro finora effettuato dalla Commissione d’Inchiesta, che seppur in uno stadio iniziale degli aspetti asimmetrici che governano la provincia di Trapani, permette la conoscibilità dell’inquinamento politico-amministrativo-economico della zona ovest della Sicilia. La radiografia che ne viene fuori ci consegna un territorio sotto tiro, cioè sotto reazioni illecite che arrivano da parte di ambienti inquietanti.

Perché la nuova mafia, cui fanno cenno i componenti della Commissione d’Inchiesta, viene definita massomafia? Massomafia è un termine sincretico, cioè una parola composta da elementi eterogenei, che singolarmente considerati descrivono l’appartenenza a culture e dottrine diverse, come nel caso in esame emerge: massoneria e mafia, massomafia appunto. Il termine lo si deve al Prof. D’Urso, docente dell’Università di Catania, che nel 1980, a seguito di sue ricerche negli ambienti istituzionali, ebbe modo di comprendere e denunciare l’esistenza del connubio fra mafia, politica, magistratura, forze di polizia e pensiero mafioso da parte di spezzoni deviati della classe dirigente locale e nazionale, cioè una consorteria occulta formata anche da massoni appartenenti all’Opus Dei e Cavalierati in genere. I dossier predisposti dal Prof. D’Urso, frutto di dati amministrativi e contabili degli Enti Statali (comuni, province, enti pubblici economici e non), delibere, piani regolatori e licenze commerciali, hanno rappresentato una pubblica denuncia, che il ricercatore assemblava per dimostrare la violazione delle Leggi, l’esistenza di illecite operazioni immobiliari, grandi opere pubbliche e acquisto di terreni, interessi trasversali in grado di condizionare la vita democratica e anche l’operato di parte della Magistratura.

Da un punto di vista storico e culturale, la massomafia in Italia affonda le radici con la presenza Aragonese, e successiva secentesca dominazione spagnola. In tal senso ci aiuta a comprendere le radici delle infiltrazioni della criminalità la «guardugna», associazione monastico-militare nata negli ambienti della Corte spagnola e della Chiesa, che si diffonderà nel Regno Borbonico per dare origine alla «gamurra», la corta giacchetta in ruvido panno indossata dai delinquenti spagnoli, giunti a Napoli al seguito delle truppe di Ferdinando II il Cattolico, che proprio per quell’indumento erano chiamati «gamurri». E’ bene precisare che l’attuale organizzazione mafiosa localizzata in Campania, denominata «camorra», non è associabile alla «gamurra», che, invero, origina dal termine castigliano «Kamora» (che significa contestazione) per riconnettersi alla «Confraternita della Guardugna» (si contestava attraverso la rapina di pubbliche prebende), società segreta spagnola dedita all’infiltrazione e condizionamento dei territori. Perché tanto indietro nel tempo? Semplicemente per affermare che le odierne organizzazioni mafiose, insinuate nella pubblica amministrazione fino ad alterare la vita democratica dei Comuni e degli Enti Statali in genere , sono l’evoluzione di sistemi di criminalità economica organizzata che già nel 1600 si infiltravano e condizionavano l’operato delle Corti e dei Regni.

E allora, come si presenta, oggi, la delicata questione delle infiltrazioni e del condizionamento mafioso degli Enti pubblici ? Si registra il proliferare di provvedimenti governativi afferenti lo scioglimento degli Enti amministrativi, la cui ragione è da ricercarsi nella diffusa corruzione e nella disaffezione politica, aspetti sociali che segnano la distanza tra i politici e i cittadini, rapporto,oggi, assai compromesso. L’esplosione del fenomeno di infiltrazione e condizionamento dei Comuni e negli Enti , ci spinge a interrogarci sull’esistenza di schemi di attacco alla libera determinazione delle volontà politico-amministrativa degli organi decisionali, azioni che vengono reiterati nel tempo e nello spazio.

Le norme che hanno modificato gli assetti regolamentari della vita degli Enti distinguono una responsabilità politico-amministrativa e altra dirigenziale, cioè una diretta e l’altra indiretta: sono le fondamenta della c.d. riforma Bassanini, che ha portato alla separazione delle funzioni tra attori politici e dirigenti/dipendenti. L’attuale assetto normativo, nell’ipotesi di scioglimento degli Enti Locali ed Enti controllati, principalmente sanziona l’asset politico-amministrativo, volendo attribuire ad esso una più diretta e qualificata responsabilità. Invero, sulla base delle esperienze conseguenti le ispezioni delle Commissioni di Accesso agli Atti, emerge che le azioni di infiltrazione e condizionamento della libera volontà degli organi decisionali e d’indirizzo locale si sviluppano anche con l’assenso, tacito o meno, delle figure apicali del modello organizzativo di concreta amministrazione di quel comune o ente.

E’ una fotografia che, purtroppo, trova riscontro nella più generale e palese remissività, ove si tenga conto che i quadri amministrativi di un comune appaiono, in quei casi, influenzati dall’espressione del risultato politico-elettorale di quel luogo. In conclusione, la pubblica denuncia della Commissione Parlamentare Antimafia circa la constatata esistenza della nuova espressione della criminalità organizzata, denominata massomafia, appare sempre più veicolare un modello, uno schema che è presente a macchia di leopardo in tutt’Italia. Oltre a quelle presenti nell’attuale Tuel, una soluzione opponibile al fenomeno delle infiltrazioni e condizionamenti mafiosi degli Enti appare la licenziabilità della dirigenza, nonché la previsione sanzionatoria di carattere inibitoria all’esercizio professionale negli Enti pubblici anche nei confronti di quei professionisti esterni, troppo spesso sonnolenti.

* Collaboratore esterno Commissione Parlamentare Antimafia, già Ufficiale GdF