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RAGUSA - 13/07/2009
Sicilia - Palermo: lutto per la morte del padre dell’autonomia siciliana

Documento inedito del prof. Lauretta su Giuseppe Alessi

Lo storico comisano lo invitò a un convegno sull’autonomia a Gela nel 2005. Pubblichimo la lettera che inviò tramite il figlio Alberto

E’ morto il Sen. Giuseppe Alessi. Avrebbe compiuto 104 anni il prossimo 29 ottobre. E’ stato il primo Presidente della Regione Siciliana autonoma. Ho appreso la notizia praticamente in diretta, l’ho immediatamente girata al "Corriere di Ragusa" e mi è stato chiesto di scrivere un pezzo sull’uomo politico che, per primo, incarnò il sogno autonomistico della Sicilia e dei Siciliani.

E’ difficile parlare di un Presidente che così bene seppe incarnare il sogno di riscatto dei Siciliani; che pretese il più assoluto rispetto per la Presidenza della Regione, fino al punto che se veniva invitato a Roma dal Governo centrale senza i riguardi dovuti alla Presidenza della Regione, rispondeva che la distanza tra Palermo e Roma era esattamente uguale a quella fra Roma e Palermo: che venissero Loro a Palermo, perché Lui non sarebbe andato a Roma!

E’ stato così che m’è tornata in mente una bella giornata del giugno del 2005, quando organizzai assieme al Club Kiwanis di Gela un Convegno di Studi sul tema "Tutti gli uomini dell’Autonomia. La Sicilia del secondo dopoguerra, tra eversione e legalità". Il Presidente Alessi s’apprestava a festeggiare il centesimo compleanno, lo invitai; amabile e disponibile come sempre mandò il figlio, l’on.le Alberto, con una sua lettera da leggere al pubblico. Bene, ritengo che il modo migliore per ricordare l’Uomo e il Politico sia quello di leggere assieme quella lettera, che offre spunti di riflessione a 360 gradi.

Nunzio Lauretta


AUTONOMISTI PERCHÉ UNITARI
UNITARI PERCHÉ AUTONOMISTI


A Gela, città di frontiera, dove anche le pietre sudano politica, ci sono intelligenze e sensibilità non comuni.

Gentili e cari Signore e Signori, alla giovane età di quasi cento anni, il 29 ottobre 2005, appunto, è il mio compleanno centenario, ancora una volta e spero non sia l’ultima, mi trovo obbligato, ma felice di inviare per iscritto una riflessione su un tema di grande rilevanza: «Tutti gli uomini dell’Autonomia», quel che segue nel tema del dibattito è una conseguenza che appartiene a larga fetta della storia dell’uomo e del territorio dove esso vive.

Gela, città di frontiera, con presenze d’intelligenze e sensibilità non comuni. Gela, una cittadina dove anche le pietre sudano di politica. Gela, dove un politico tanto citato, ma tanto dimenticato, operò con luminosa lungimiranza: Salvatore Aldisio, al quale mi legò un affetto senza frontiere ed un rispetto senza limiti, e che ebbe come me in don Luigi Sturzo, «il Maestro» di fede e di azione e un amore profondo per la Democrazia, la Libertà, la Giustizia. Oggi proprio con convegni, riunioni, incontri, dibattiti bisognerebbe tenere sveglio lo spirito e la mente, arricchendo il cammino di giovani ed anziani, con il confronto sulla storia passata. Senza radici la pianta muore, senza una conoscenza della storia della propria Regione o del proprio paese, l’uomo s’inaridisce.

L’Autonomia Siciliana nacque dal basso e fu patrimonio comune del popolo siciliano. Quelle che un tempo sembravano piccole cose, oggi si rivelano grandi: vi era allora una singolare agitazione d’idee, comuni tensioni dello spirito che ci facevano gridare con convinzione il motto: «Autonomisti perché Unitari, Unitari perché Autonomisti», secondo il pensiero di Ventura, D’Ondes Reggio, Vincenzo Mangano, don Sturzo. Agivamo nella consapevole pienezza dello spirito nazionale, ma ci scontravamo apertamente, con decisione, coraggio e coerenza, contro ogni dispersione morale, politica ed amministrativa, economica e sociale, contro l’irrefrenabile avidità di ricchezze, contro ogni confusione seminata da uomini senza scrupoli.

L’Autonomia Siciliana vissuta e praticata come riparazione verso il suo popolo per quanto aveva sofferto, per quanto aveva dato, per quanto non aveva ricevuto, per il ruolo storico e geografico che aveva. L’Autonomia Siciliana con la quale si invitavano tutti gli uomini dell’isola a partecipare alla sua costruzione: un nuovo risorgimento dove non c’era spazio per rancori o vendette, o dove l’Unità non subiva condizioni, nel senso che l’Autonomia non era che una specificazione dell’Unità sostanziale della Nazione, ma era contro il formale unitarismo di uno Stato effimeramente centralistico se non vessatorio.

L’Autonomia Siciliana servì anche a rompere alcune catene che impedivano alla Sicilia di riprendere la pubblica e legale manifestazione della vita democratica e politica e diede alla Sicilia dignità e decoro, speranza e fede.
La prima mia preoccupazione, appena eletto primo Presidente della Regione, fu costruire dal nulla una maggiore efficienza dell’apparato, dell’organizzazione, in tutti i suoi aspetti e gradi di responsabilità, degli Uffici regionali.
Noi riuscimmo perché fummo consapevoli del fatto che solo la coscienza dei propri limiti dà diritto alla competenza ed operammo perché il diritto di ogni cittadino siciliano più che essere difeso doveva essere esercitato.

Il popolo siciliano doveva sentire grande rispetto per gli eletti, poiché costoro per primi dovevano dare l’esempio di una vita, in pubblico come in privato, irreprensibile, poiché non bisogna predicare la coerenza, l’onestà, bisogna esercitarle quotidianamente. Allora usammo gli strumenti dell’artigiano nella nostra azione di governo, e come l’artigiano voleva bene alla propria opera e voleva conservarla intatta, così noi cercavamo di fare per la nostra Autonomia. Operammo poiché credevamo «fortiter»; fortemente e successivamente abbiamo osato e questo osare ha prodotto del bene comune.

La nostra fu un’avventura nel senso però cristiano della parola; ora ripensandoci, quando mi sono trasferito dal mio piccolo studio di Caltanissetta al capoluogo della Regione, così improvvisamente, disarmato e senza alcuna cognizione di tutto ciò che mi attendeva e che dovevo affrontare, ora io stesso non so se fu maggiore la follia o la mansuetudine; credo più forte la mansuetudine. C’era nel nostro procedere un collegamento ideale fra popolarismo, anti-fascismo e rinascita dell’Italia democratica e perciò anche della nostra Sicilia.

E oggi più di ieri si sente il grande bisogno della integrazione tra cultura e politica per dare dinamicità agli obiettivi che si vogliono raggiungere, riconquistando, però, la originaria ispirazione e vocazione. Oggi le preoccupazione di grande parte della nostra popolazione è di carattere economico e di incertezza sociale. In tal senso le scelte e gli indirizzi politici non cureranno le distorsioni del mercato, se non obbediranno ad una seria politica di responsabilità sociale.

La stessa legalità non può essere elemento di rissa o di divisione, ma con il primato della politica, devono essere rafforzate tutte quelle garanzie costituzionali a presidio di un equilibrio e di consolidata sicurezza tra i poteri dello Stato, il tutto, però, garantito dal reciproco rispetto delle forze politiche oggi presenti nel nostro Paese. I partiti devono essere dimore di vetro, dove scienza e conoscenza si fondono e si integrano. Mi chiedo e vi chiedo: chi sono i politici, gli economisti, i sociologi che pensano realisticamente, con la volontà attualizzatrice per il bene comune della società?

Ma dicevo, prima, che vi è un senso generale d’incertezza con in più la consapevolezza che la politica non ci aiuta ormai a comprenderla e a scoprirla. Osservo, poi, che oggi non c’è più l’agorà, la municipalità, la piazza dove il popolo si riunisce, discute, dibatte, decide, s’incontra e si scontra. Al centro del cammino dell’azione di governo di una Nazione o Regione, del più piccolo comune o quartiere, deve rimanere l’Uomo, con la sua dimensione spaziale che è il Territorio. Bisogna favorire l’incontro tra il diritto d’appartenenza, cioè la fraternità e i diritti di uguaglianza e di democrazia. Affermare l’umanesimo dell’altro, insistere per la convergenza delle diversità, creare una casa comune delle differenze, dovrebbe essere un sentire comune di una classe politica consapevole.

L’Autonomia Siciliana deve essere considerata strumento di crescita delle Comunità, e mezzo perché queste s’incontrino nella tradizione. Bisogna riscoprire il ‘municipalesimo’, che è un antidoto contro l’idea della Comunità utilizzata quantitativamente.

E’ nella mortificazione dell’identità siciliana che trovano la propria legittimazione il fenomeno delle mafie delinquentemente organizzate e delle delinquenze mafiosamente strutturate. I futuri protagonisti della vita politica siciliana devono battersi per un rinnovato patto di solidarietà autonomistico.

Io vorrei ricordare che là dove c’è il cuore c’è la politica, dove c’è l’intelligente responsabilità individuale e collettiva c’è la politica.
Oggi le grandi culture europee non hanno rappresentanza.

Nel 1989 abbiamo vinto e perso contemporaneamente, poiché tanti partiti che collaborarono con i propri uomini migliori a costruire il futuro dell’Italia si tenta di non farli più rivivere e senza radici e senza scuola non vi è formazione politica che duri o se dura, dura quanto lo spazio di un mattino.
«Estate parati»: la Storia e non la cronaca del nostro Paese ha bisogno di nuove testimonianze.

Giuseppe Alessi