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Domenica 11 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 23:05 - Lettori online 597
PALERMO - 30/01/2016
Sicilia - Apertura dell’anno giudiziario. Il caso Saguto? Una profonda ferita

Nuova mafia: gli Iblei terra di confine

Il Ragusano viene identificato come zona di confine Foto Corrierediragusa.it

"La mafia è stata colpita duramente ma non è stata battuta e non deve essere superata da altre emergenze". Lo ha detto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, all´inaugurazione dell´anno giudiziario, al palazzo di giustizia di Palermo (foto). Il controllo di Cosa nostra, il caso Saguto, i reati contro la pubblica amministrazione: sono questi i nodi centrali della relazione del presidente della Corte d´Appello dio Palermo Gioacchino Natoli, che presiede la cerimonia. Nell´aula magna del Palazzo di Giustizia sono presenti anche il presidente della Regione Rosario Crocetta, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e il presidente dell´Ars Giovanni Ardizzone. "Se le criticità emerse dai controlli seguiti alle vicende legate all´inchiesta sulla sezione misure di prevenzione di Palermo dovessero essere confermate, occorrerebbe riflettere sulla sorveglianza esercitata dalla dirigenza locale e dal consiglio giudiziario". Parte dal caso Saguto, l´ex presidente delle misure di prevenzione indagata per corruzione, l´intervento di Natoli. Il magistrato ha inoltre affermato che "la prevenzione di certi episodi parte dai controlli a cominciare dalla valutazione della professionalità", ammettendo che nella gestione della sezione c´erano "criticità e inefficienze nella durata dei procedimenti, nell´organizzazione e nella distribuzione degli incarichi".

Natoli fa il punto sul controllo del territorio da parte della mafia: "Cosa nostra - dice - continua ad esercitare il suo diffuso, penetrante e violento controllo sulle attività economiche, imprenditoriali e sociali del territorio, anche se il dato statistico registra un decremento pari al 10 per cento del fenomeno rispetto al precedente periodo di tempo preso in considerazione".

Delocalizzazione dei proventi illeciti e pervasività nel tessuto sociale. Cosa Nostra si muove nell´ombra e non cerca scontri. La sua presenza c´è nonostante i tanti colpi inferti dalle inchieste della magistratura e i sequestri di beni. Come ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando in occasione dell´inaugurazione dell´anno giudiziario: "La mafia è stata colpita duramente ma non è stata battuta e non deve essere superata da altre emergenze". E il presidente della Corte di Appello di Palermo Gioacchino Natoli, ha confermato: "Cosa nostra continua ad esercitare il suo diffuso, penetrante e violento controllo sulle attività economiche, imprenditoriali e sociali del territorio, anche se il dato statistico registra un decremento pari al 10 per cento del fenomeno rispetto al precedente periodo di tempo preso in considerazione".

Questi dati emergono in tutta la loro attualità nella relazione semestrale della Dia (Direzione investigativa antimafia) che riporta come in Sicilia sono registrati come operanti 181 famiglie mafiose, soprattutto presenti nella zona occidentale, tra Agrigento, Trapani e Palermo. Pur di perseguire arricchimenti i clan non restano chiusi in se stessi, come accadeva in passato, ma stringono accordi. E´ il caso dello stretto legame con la ´ndrangheta calabrese per il rifornimento della droga, che ha a Catania il suo snodo principale per il rifornimento delle piazze locali.

L´approviggionamento di marijuana e hashish avviene attraverso i canali con i paesi dell´Est europeo ed in particolare l´Albania mentre la ´ndragheta si occupa della cocaina. Estorsione ed usura restano tuttavia i campi di azione più battuti e più redditizi per finanziare tutte le attività illecite e il sostegno ai clan. Il rapporto della Dia rileva inoltre che c´è una "elevata incidenza di fenomeni corruttivi anche di matrice non mafiosa che frenano i processi di modernizzazione e sviluppo" e soprattutto c’è la capacità di «attingere» a nuove generazioni di professionisti che mettono a rischio la salute dei cittadini.

L’esempio citato dalla Dia è quello del direttore del dipartimento di prevenzione dell’Asp di Palermo che ha autorizzato la commercializzazione di carni infette e di prodotti non preventivamente testati. Inoltre i clan hanno mostrato un interesse nella gestione dei rifiuti non solo per gli enormi profitti ma anche per il capillare controllo sociale e territoriale che ne deriva.

Il rapporto analizza poi tutte e nove le provincie siciliane e il Ragusano viene identificato come zona di confine che «sconta» l’influenza dei clan catanesi e della stidda gelese. C´è una silenziosa riorganizzazione degli stiddari facenti capo al clan Dominante-Carbonaro a Vittoria che operano in contrapposizione con il clan dei Piscopo che sono invece vicino alla famiglia gelese degli Emmanuello, affiliati a Cosa Nostra. Chi sta tentando di infiltrarsi e mettere piede stabile nel ragusano è il gruppo catanese dei Mazzei che opera nel campo della droga e delle estorsioni. L´ultimo business è quello relativo alla tratta dei migranti visto che Pozzallo è diventato porto di destinazione per migliaia di migranti e quindi sede "operativa" per i tanti traghettatori e gruppi malavitosi che operano dall´altra parte del Canale di Sicilia.

Nel rapporto si legge che «le associazioni criminali internazionali, composte da soggetti stranieri e suddivise in cellule, operano sia sul territorio nazionale che in altre nazioni. Il basso profilo criminale mantenuto lascia presagire che le rotte e le strutture logistiche, possano essere utilizzate anche per altri traffici illegali, quali quello legato alla esportazione della valuta, agli stupefacenti ed alle armi». Un pericolo in più per il territorio ibleo anche se da Pozzallo le attività criminose si espandono a macchia d´olio in tutta la Sicilia ed oltre.