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Giovedì 8 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 15:45 - Lettori online 709
PALERMO - 04/08/2010
Sicilia - Palermo: una mozione è stata votata martedì all’unanimità all’Ars

La Regione dice no a nuove trivellazioni in Sicilia

Sommario non disponibile

La Regione dice no a nuove trivellazioni in Sicilia. Una mozione in tal senso è stata votata martedì all’unanimità con il parere favorevole del governo Lombardo dall’Ars su proposta dell’assessore al territorio Roberto Di Mauro (Mpa). Il presidente Raffaele Lombardo dirà in modo chiaro a Silvio Berlusconi che la Sicilia non intende accettare supinamente lo stillicidio di autorizzazioni concesse alle compagnie petrolifere per le perforazione sulla terraferma ma soprattutto nel canale di Sicilia.

Sul tavolo del ministero dello sviluppo economico ce ne sono altre venti da esaminare. Le concessioni già rilasciate dal ministero coprono tutta la Sicilia da Mazara del Vallo a Capo Passero e suscitano legittimi dubbi sulla compatibilità di questo tipo di sviluppo basato sul petrolio e sul gas con quello del turismo. In Sicilia è il momento in cui i vari Rocco Forte o altri gruppi alberghieri internazionali come Nh, hanno investito in strutture di lusso e rischiano di ritrovarsi davanti al mare di Sciacca o di Marina di Ragusa trivelle a qualche chilometro di distanza dalla costa con tutto quel che ne consegue; la tragedia del golfo del Messico e della Bp dovranno infatti pur insegnare qualcosa a chi ha portato avanti questo modello di sviluppo.

«Non permetteremo questo scempio» ha detto in aula l’assessore Di Mauro ma intanto le concessioni fioccano. Per limitarsi solo alla provincia di Ragusa sono attivi 110 pozzi di gas, 5 della Edison a Comiso, 102 del’Eni a Ragusa e altri tre dell’Irminio; i pozzi di petrolio sono 105. Preoccupanti i permessi di ricerca già concessi dal governo; 740 chilometri quadrati è la concessione rilasciata ai texani della Panther Eureka nella fascia del fiume Tellaro che lambisce la provincia di Ragusa e quella di Siracusa, i permessi per l’Irminio nel territorio di Scicli prevede perforazioni su un’area di 95 chilometri quadrati.

Il business del petrolio è stato calcolato in 300 milioni di euro grazie ad una produzione che dalla sola Sicilia copre il 15 per cento del fabbisogno nazionale. Quando si va a verificare poi il ricavo per il territorio si scopre che appena 420 mila euro restano in Sicilia. L’ulteriore beffa sarebbe quella delle concessioni off shore; se venissero concesse le ultime venti in lista la Regione non guadagnerebbe un euro visto che non ha competenza sulle piattaforme a mare. Americani, inglesi, australiani, irlandesi e canadesi hanno scoperto la Sicilia ed il suo canale in particolare e vogliono tuffarsi in qquesto mare di petrolio con altri venti piattaforme.

L’isola è diventata appetibile per i motivi sbagliati e tocca alla classe dirigente a cominciare dal ministro dell’ambiente, la siracusana Stefania Prestigiacomo, alzare la voce e dire no senza se e senza ma dando sostegno e forza alla voce dell’altro siracusano e compagno di colazione, il finiano Fabio Granata.

DI SEGUITO PUBBLICHIAMO UNA RICERCA DI UN ISTITUO SCIENTIFICO SUL MAR MEDITERRANEO

Sempre più inquinato da scarti e residui delle attività di pesca, cicche di sigaretta spesso abbandonate sulle spiagge ma soprattutto dai reflui industriali e dal petrolio. Nonostante sia uno dei mari che al mondo è ancora ricco di una straordinaria biodiversità, il Mar Mediterraneo è ogni anno più inquinato.

A lanciare l’allarme sullo stato di salute del Mare Nostrum sono stati i 360 ricercatori di tutto il mondo che hanno curato il Census of Marine Life (Coml), un censimento durato dieci anni che ha riguardato 25 aree marine diverse sparse per il mondo, la cui pubblicazione ufficiale è attesa per il prossimo 4 ottobre in una conferenza a Londra. Il Mar Mediterraneo si sta «avvelenando» lentamente, mettendo in serio pericolo le oltre 17 mila specie censite che vivono nelle sue acque.

Il censimento, infatti, ha messo in evidenza come il Mediterraneo sia il mare più minacciato dall’inquinamento tra tutte le aree marine censite dai ricercatori. La colpa è di un insieme di fattori, come l’eccessivo prelievo ittico, gli sversamenti di greggio ma anche l’azione umana in tempo di guerra (come il lancio di bombe nell’Adriatico durante la Guerra del Kosovo).
Proprio sull’impatto devastante del petrolio sull’ecosistema marino delle acque del Mediterraneo si è concentrata la riflessione di molti analisti ed esperti. Il 60% del commercio mondiale di petrolio e dei suoi derivati passa per il Mare Nostrum mentre sulle coste si concentra il 27% di tutta l’attività di raffinazione mondiale. Ogni anno nel Mediterraneo le petroliere compiono circa 3000 viaggi, trasportando circa 400 milioni di tonnellate di greggio.

Solo tra il 1990 e il 1999, ci sono stati 250 incidenti e sono finite in mare 22.150 tonnellate di petrolio. Le attività antropiche che si svolgono sulla terraferma, invece secondo i dati Fao, sarebbero responsabili per il 70% dell’inquinamento marino. Si tratta in prevalenza dei reflui di allevamenti ed industrie (nitriti, nitrati, fosforo, azoto e metalli pesanti) ma anche dei fertilizzanti e delle altre sostanze chimiche impiegate in agricoltura.