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Lunedì 20 Novembre 2017 - Aggiornato alle 20:33 - Lettori online 526
CATANIA - 18/10/2017
Sicilia - Il valore industriale era di 51 milioni di euro

Ad Augusta gasolio rubato in Libia

Operazione della guardia di finanza Foto Corrierediragusa.it

Sicilia terra di approdo e distribuzione di gasolio. Ne sono arrivati in modo illecito 82 milioni di chili per un valore di acquisto di 27 milioni a fronte di un valore industriale di 51 milioni. La Guardia di Finanza di Catania ha accertato 11 milioni di euro di Iva dopo essere passata in azione grazie al monitoraggio di trenta viaggi che le navi addette al trasporto hanno effettuato dalla Libia. Il tutto è stato reso possibile grazie all’intermediazione della società petrolifera maltese, Maxcom Bunker e ad un raffinato sistema di operazioni bancarie e logistiche. Il traffico era stato anche al centro delle inchieste della giornalista maltese, Daphne Galizia, uccisa con una autobomba inun attentato tipicamente mafioso. Libia, Malta e la Sicilia sembrano legate da intrecci torbidi che l’inchiesta «Dirty oil» ha portato a galla.

Sei persone sono state arrestate e tra queste Nicola Orazio Romeo, appartenente alla cosca degli Ercolano Santapaola, e Ben Khelifa Fahmi Mouasa Saleem, un libico indicato come il «Malem» (il capo), ovvero il capo di una milizia di Zuwarah, in rapporti con l’Isis fuggito dal carcere nel 2011 con la caduta del regime di Gheddafi dove stava scontando una condanna a 15 anni per traffico di droga dove ha guidato una milizia armata stanziata nella zona costiera al confine con la Tunisia ed è stato recentemente posto agli arresti per contrabbando di carburanti da parte delle Autorità libiche. Tra gli indagati Gordon e Darren De Bono, Marco Porta, amministratore delegato della Maxcom Bunker Spa, e poi Rosanna La Duca e Antonino Baffo di Siracusa, rispettivamente consulente e dipendente della Maxcom Bunker, Stefano Cevasco di Genova, braccio destro di Porta.

L’inchiesta «Dirty Oil» ordinata dalla procura distrettuale di Catania è stata avviata un anno fa dopo una denuncia di Eni che ha segnalato delle strane anomalie negli impianti di distribuzione carburanti dislocati nel catanese. L’Eni in questa indagine figura come parte lesa, ignara del traffico di gasolio trafugato in Libia e soprattutto non a conoscenza dell’operato di alcuni titolari di distributori che figurano nell’inchiesta e ai quali è stato notificato un fine indagine. Due le organizzazioni che lavoravano parallelamente: la prima assicurava che il gasolio rubato lasciasse l’Africa per raggiungere Malta con un trasbordo in mare tramite rifornimenti «ship to ship». La seconda invece curava che il gasolio da Augusta arrivasse fino a Mazara del Vallo per poi essere distribuito capillarmente nei distributori compiacenti.

Il prodotto, dopo miscelazioni presso uno dei depositi fiscali della Maxcom di Augusta, Civitavecchia e Venezia, veniva immesso nel mercato italiano ed europeo (Francia e Spagna in particolare) ad un prezzo similare a quello dei prodotti ufficiali pur essendo la qualità inferiore. Il gruppo criminale mirava ad acquisire la disponibilità di un flusso continuo di gasolio libico ad un prezzo ribassato rispetto alle quotazioni ufficiali (in alcuni casi anche fino al 60%) così garantendo alla società italiana acquirente un margine di profitto costante e più elevato. Gli ideatori della truffa hanno prodotto documentazione falsa certificando che il gasolio fosse di origine saudita, acquistato con regolare fattura dalla Maxcom.