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Venerdì 9 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 10:06 - Lettori online 933
RAGUSA - 22/11/2013
Rubriche - Psicologia e Benessere" a cura di Sabrina D’Amanti, psicologa e psicoterapeuta

Come ritrovare la gioia di vivere (II parte)

Per dubbi e consigli scrivete a sabridama@tiscali.it Foto Corrierediragusa.it

Tra le cose che maggiormente guastano la gioia di vivere vi è il grande senso di insoddisfazione che, in taluni casi, alberga nell’animo di una persona. Si tratta di un profondo senso di mancato appagamento per ciò che si ha o per ciò che si è. Quanto maggiore è la distanza tra ciò che si desidera avere e ciò che si ha, tanto maggiore sarà il senso di insoddisfazione provato. La stessa cosa avverrà se, ciò che si è, dista molto da ciò che si vorrebbe essere, ovvero dal modo in cui si vorrebbe essere, fisicamente, culturalmente, caratterialmente. In entrambi i casi il fattore che produce insoddisfazione però è lo stesso, cioè valutare poco o come non buona la propria condizione. In molti casi la svalutazione è dovuta alla mancata corrispondenza fra la realtà e criteri ideali di valutazione, spesso ricavati da parametri sociali che prescrivono modelli, per esempio, basati sul benessere economico e sul lusso, intesi come possibilità di comprare e quindi possedere tutto ciò che si desidera e che il mondo del marketing propina: macchine di lusso, case di lusso, abbigliamento sempre nuovo e alla modo, telefonini di ultima generazione e simili. Stessa situazione per ciò che riguarda la svalutazione e non accettazione del proprio aspetto fisico. Anche in questo caso i parametri di riferimento proposti sono estremizzati, anche in questo caso la distanza, da questi, produce abbattimento e tristezza e il tentativo di conseguirli può causare stress, tensione emotiva e patologie varie, tra cui dipendenza da cure estetiche, da chirurgia estetica, da fitness, anoressia e altro.

Chi convive con un profondo senso di insoddisfazione spesso non ha neanche chiaro le ragioni del proprio malessere, che avverte come stato di grigiore, di umore triste, di mancanza di gioia e vitalità, di voglia di fare. In taluni casi il soggetto subisce passivamente questo umore col quale convive senza far nulla per tentare di migliorarlo, beneficiando solo di casuali e passeggeri momenti piacevoli ricevuti in dono dalla vita. In molti altri casi la disperazione che esso produce trova rimedio nello stordimento che può dare l’alcol, la droga, lo shopping compulsivo, il gioco d’azzardo o altri comportamenti patologici.

Ma all’apice di tutti i fattori che possono danneggiare o comprimere la gioia di vivere vi è il non sentirsi amati. La sensazione che una tale convinzione produce è un senso di vuoto smisurato, incolmabile. Questo fattore si lega al precedente, la mancata percezione d’amore si accompagna infatti alla convinzione di non possedere alcuna qualità per cui poter essere apprezzati e amati, e quindi di non valere nulla. Chi soffre di depressione ha spesso questo tipo di pensieri, reputa se stesso indegno di amore, di non saper far nulla di buono e di non valere. Il non sentirsi amati e il ritenersene immeritevoli è, tra tutte, la causa più ricorrente nel suicido, inteso come unica via di fuga dal dolore di stare al mondo. Un simile dolore non è mai privo di cause. Queste vanno rintracciate nelle esperienze precoce e nella qualità della relazione affettiva che il bambino sviluppò nei confronti della figura materna e delle figure affettive di riferimento di allora.

Uscire da un simile dolore non è impossibile, ma occorre fare un accurato lavoro di rielaborazione, di ricostruzione e infine di scoperta di nuove dimensioni. La meta finale deve essere imparare ad amare se stessi, ma anche imparare a riconoscere e apprezzare l’amore che proviene dagli altri.
Nel prossimo numero vedremo cosa significa provare gioia di vivere.

Dott.ssa Sabrina D´Amanti psicologa e psicoterapeuta
cell. 393.4753696 mail sabridama@tiscali.it
Studio di psicoterapia a Vittoria e Ragusa