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MODICA - 08/04/2013
Rubriche - Il legale risponde: l’avvocato Emanuele Guerrieri del foro di Modica

Predissesto e recupero dei crediti: ecco come fare

Avete dubbi o quesiti di carattere legale? Inviate le vostre e-mail a: emanuele.guerrieri@gmail.com

Sono ormai molti i Comuni del comprensorio ibleo che per diverse cause sono incorsi in gravi problemi finanziari, fino a diventare strutturalmente deficitari e a rasentare il dissesto finanziario. Quest’ultima condizione rappresenta (come ho già avuto modo di illustrare in un precedente articolo sul Corriere) l’esito peggiore per un’amministrazione in difficoltà, con pensanti misure lacrime e sangue per tutti. Il legislatore ha di recente pensato di creare una fattispecie nuova, ibrida, con caratteristiche più soft rispetto al dissesto, ugualmente in grado però di riportare ordine ed equilibrio nel bilancio degli enti territoriali (in Sicilia, ormai, solo i Comuni).

Il decreto legge 10 ottobre 2012, n. 174 con l’art. 3, co. 1 lettera r), ha inserito, nel D. Lgs. 267 del 18 agosto 2000, Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli Enti Locali (Tuel), l’art. 243-bis che prevede un’apposita procedura di riequilibrio finanziario pluriennale per gli enti nei quali sussistano squilibri strutturali del bilancio in grado di provocare il dissesto finanziario. Si tratta di una terza fattispecie che si aggiunge alle fattispecie già esistenti. La procedura presuppone una situazione di evidente deficitarietà strutturale prossima al dissesto, che potrebbe già dar luogo al procedimento del c.d. «dissesto guidato»(art. 6, comma 2, del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 149) che, prima dell’ultimo intervento normativo, rappresentava il rimedio di chiusura di un sistema di salvaguardia delle gestioni degli enti locali, ma che con questa legge si svolge privilegiando l’affidamento agli organi ordinari dell’ente della gestione delle iniziative per il risanamento. Inoltre, per gli enti che adottano il piano è consentito l’accesso a un apposito fondo di rotazione per il ripianamento dei debiti.

L’iniziativa è rimessa all’assemblea consiliare che delibera il ricorso alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale. La medesima assemblea, nel termine perentorio di 60 gg dalla data di esecutività della delibera di ricorso alla procedura, deve poi approvare un piano di riequilibrio finanziario pluriennale della durata massima di 10 anni, compreso quello in corso, corredato del parere dell’organo di revisione economico-finanziario, e trasmetterlo entro 10 gg alla sezione regionale della Corte dei Conti, che decide sul suo accoglimento o diniego entro 60 gg. La procedura è cadenzata con termini perentori per lo svolgimento degli adempimenti e richiede l’intervento della Corte nelle sue diverse articolazioni in fasi e momenti diversi del procedimento. Le funzioni delle Sezioni regionali di controllo non sono, infatti, limitate all’approvazione del piano: successivamente a tale adempimento, spetta ad esse il compito di vigilare sull’esecuzione dello stesso, effettuando, ai sensi dell’art. 243-bis, comma 6, lett. a) i controlli già previsti dalla legge sul dissesto.

La novità della legge e il repentino utilizzo fattone dalle amministrazioni comunali, in virtù di poter guidare il riequilibrio senza il commissariamento dell’ente e senza l’incubo di un indagine sulle responsabilità politiche degli ultimi anni, hanno fatto sì che molti cittadini si sono trovati improvvisamente nella confusione di non sapere che fine avrebbero fatto le loro procedure esecutive verso gli enti. È certo che l’avvio della procedura per il risanamento pluriennale, ancor prima dell’approvazione del piano, comporta la sospensione delle azioni esecutive, determinando una compressione dei diritti dei creditori, ma è bene riflettere che col dissesto la situazione sarebbe notevolmente più sfavorevole. Le azioni esecutive nei confronti dell’ente, infatti, non possono essere intraprese o proseguite dalla data della dichiarazione di dissesto e sino all’approvazione del rendiconto finale. Inoltre, le procedure esecutive pendenti alla data della dichiarazione di dissesto, nelle quali sono scaduti i termini per proporre opposizione giudiziale o la stessa sia stata rigettata, sono dichiarate estinte d’ufficio dal giudice con inserimento nella massa passiva dell’importo dovuto a titolo di capitale, accessori e spese.

Col «pre-dissesto» non c’è alcuna estinzione, bensì la sospensione delle procedure esecutive che però decorre dalla data di deliberazione di ricorso alla procedura alla data di approvazione o rigetto del piano da parte della Corte dei Conti (art. 243 bis comma 4). Parliamo di alcuni mesi, non di anni. In caso di diniego, al Comune (e al creditore) si prospetta unicamente la strada verso il dissesto.

Tuttavia, in caso di accoglimento è bene precisare che per predisporre correttamente il piano l’ente è tenuto ad effettuare una ricognizione di tutti i debiti fuori bilancio, riconoscibili ai sensi dell’articolo 194 TUEL, e che per il loro finanziamento l’ente può provvedere anche con un piano di rateizzazione, della durata massima pari agli anni del piano di riequilibrio (10 anni, compreso quello in corso), convenuto con i creditori. In ipotesi si potrebbero concertare interessi sulla sorte capitale anche maggiori rispetto al tasso legale, che sarebbe comunque garantito. In questo quadro così nuovo non è chiaro tra l’altro come si devono comportare i commissari ad acta, onerati per legge all’ottemperanza di sentenze di condanna contro la p.a.: approvato il piano di riequilibrio da parte della Corte dei Conti, e quindi eliminata la causa di sospensione, si possono insediare? E in caso di piano di rateizzazione non accettato dai creditori? E se non riescono a recuperare il credito nelle forme ordinarie o nei tempi assegnati? Devono rimettere l’incarico al Tar che li ha nominati?

Una condizione di incertezza e di fastidio, accresciuta dall’impunità degli amministratori che negli anni hanno colposamente portato l’ente sull’orlo del baratro, se non dentro il baratro stesso. Il ricorso alla procedura di riequilibrio è un’autentica scialuppa di salvataggio: non affondiamo ma siamo in mare aperto e periglioso, e la riva è un miraggio lontano. Eppure ognuno di noi vorrebbe essere: « … come quei, che con lena affannata Uscito fuor del pelago alla riva, Si volge all´acqua perigliosa, e guata».