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MODICA - 29/05/2011
Rubriche - Il legale risponde: l’avvocato Emanuele Guerrieri del foro di Modica

Assicurazione e discriminazione sessuale

Avete dubbi o quesiti di carattere legale? Inviate le vostre e-mail a: emanuele.guerrieri@gmail.com
Foto CorrierediRagusa.it

Il sesso dell’assicurato come fattore di rischio dei contratti di assicurazione costituisce una discriminazione. Questo anche quando la differenza costituisce un vantaggio per la donna, che in base alle regole interne è tenuta a pagare premi assicurativi più bassi.

A intervenire in questi termini – in tempi in cui le discriminazioni, pur sotto fuoco incrociato, sono tuttora ben presenti nella società italiana – è stata la Corte di giustizia della Comunità Europea, decidendo su un ricorso presentato dall’associazione belga dei consumatori.

La Corte con la sentenza del 1 marzo 2011 ha, infatti, deciso l’invalidità dell’art. 5.2 della direttiva del Consiglio 13 dicembre 2004 (2004/113/CE), la quale vieta ogni discriminazione fondata sul sesso del cliente in materia di accesso a beni e servizi, nonché alla loro fornitura. L’art. 5.2 consentiva una deroga agli Stati in presenza di dati attuariali e statistici affidabili, aggiornati e a disposizione del pubblico, ma è ormai invalido – e quindi a cascata saranno invalide tutte le leggi di recepimento nazionali (in Italia è il D.lgs. 196/2007) – con effetto alla data del 21 dicembre 2012.

È noto che le assicurazioni utilizzano comunemente criteri attuariali per la determinazione delle tariffe iniziali (che vengono poi modificate col sistema del cd. bonus-malus) ed esiste tutta una letteratura statistica secondo la quale neopantetati, donne di una certa fascia d’età, anziani, etc. sono più o meno suscettibili di provocare sinistri rispetto alla generalità degli utenti (e per quanto riguarda le assicurazioni sulla vita la differenza di calcolo dei premi è collegata alla maggiore longevità delle donne).

Non è detto che una polizza riveli sempre il carattere discriminatorio, sia perché i criteri il più delle volte non vengono interamente rivelati o non sono interamente compresi, sia perché il più delle volte è la valutazione del prezzo a farla da padroni. Rientra certamente nella libertà contrattuale di ciascuno di proporre/accettare o meno la proposta contrattuale, ma la possibilità di poter sollevare la cortina di fumo dietro la quale si celano le oscure strategie assicurative consentirebbe (rectius, avrebbe consentito) certamente una scelta più consapevole, con la possibilità di introdurre in una decisione squisitamente privata anche un criterio extra-contrattuale, di tipo pubblicistico, quale la discriminazione sessuale (anche se c’è il fondato timore che tale criterio acquisti rilevanza solo quando si tratta di contestare un costo maggiore piuttosto che un risparmio).

La sentenza fonda le proprie ragioni sulle funzioni che l’art. 19, n. 1, Testo sul Funzionamento dell’Unione Europea, assegna al Consiglio, che previa approvazione del Parlamento, può prendere i provvedimenti opportuni per combattere tutte le discriminazioni fondate sul sesso, sulla razza o sull’origine etnica, sulla religione o sulle convinzioni personali, sulla disabilità, sull’età o sull’orientamento sessuale. Si tratta di una norma attributiva di un potere il cui esercizio si conforma, in particolare, all’art. 3, n. 3, secondo comma, TFUE – a norma del quale l’Unione combatte l’esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore – e all’art. 8 TFUE, in virtù del quale l’Unione, nelle sue azioni, mira ad eliminare le ineguaglianze, nonché a promuovere la parità tra uomini e donne.

Certo, quella di Strasburgo è una decisione controversa e discutibile, perché impostata su una arida e formale concezione della parità di trattamento (che secondo principi consolidati in ambito Ue, imporrebbe che situazioni paragonabili non siano trattate in maniera diversa e che situazioni diverse non siano trattate in maniera uguale, a meno che tale trattamento non sia obiettivamente giustificato) e sull’annullamento di ampi margini di libertà contrattuale delle compagnie assicuratrici, che pur potrebbero procedere all’impiego dei dati attuariali alla luce del sole e con il controllo dello Stato, magari riconoscendo un trattamento di favore per quelle categorie di utenti che effettivamente non provocano mai o raramente sinistri.

Ora per eliminare la disparità si potrà adottare uno dei seguenti interventi: 1) abbassare la tariffa più alta al livello di quella più bassa; 2) dividere la differenza tra le due tariffe, abbassando l’una e alzando l’altra; 3) alzare la tariffa più bassa al livello di quella più alta.

Indovinate quale sceglieranno le compagnie assicuratrici italiane?

*Avvocato