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Venerdì 10 Febbraio 2012 - Aggiornato alle 6:55 - Utenti collegati 591
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Romanzo a puntate
Il romanzo a puntate di Guido M. Lazzara in esclusiva per Corrierediragusa.it

Notti iblee rosso sangue di un serial killer per caso (ep.1)

Ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone viventi o decedute, è puramente casuale

Pubblichiamo il romanzo a puntate in esclusiva per Corrierediragusa.it "Notti iblee rosso sangue di un serial killer per caso" dello scrittore Guido M. Lazzara. Si tratta di un thriller ambientato in provincia di Ragusa. Chi procederà a leggere, è consapevole di andare incontro a vicende crude, ma rigorosamente frutto di fantasia. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone viventi o decedute, è da intendersi come puramente casuale. Buona lettura.

EPISODIO 1: L´AMABILE PIERGIULIO
«Ricordo che mi imposi abbastanza spesso d’essere meno pigro. Ma gli anni scivolavano via, come sabbia tra le dita. E così mi accorsi che era ormai troppo tardi per realizzare anche solo una minuscola parte dei sogni ai quali anelavo. Amaramente, mi ritenni vittima più o meno consapevole della mia proverbiale pigrizia. Avrei voluto bruciare le tappe, ma non ne ebbi il tempo. Non ho mai realizzato in pieno in quale campo mi sarebbe piaciuto sfondare. Intendo dire, veramente. Fantasticavo di questo e di quello, concretizzando ben poco. Perché la vita è così breve? Per accumulare esperienza, per farsi piacere il lavoro, per capire come impiegare il proprio futuro, ci vuole tempo. Proprio la mancanza di tempo per realizzare tutto questo alla fine te la mette nel culo. E quando realizzi d’essere stato bellamente fottuto, resta ben poco da fare».

Ecco. Questi erano i pensieri che affollavano la mente di Piergiulio. Era un ragazzo bruttino, un po’ introverso, ma con il cazzo grosso come quello di un cavallo. Da questa sua particolarità fisica poteva anche scaturire la sua dipendenza dal sesso. Non passava sera che non se ne andasse a puttane. A Piergiulio piaceva la fica, altroché. A qualche troia che lo ispirava in maniera particolare, finiva col raccontare i suoi profondi pensieri di cui sopra. Non che alla puttana di turno interessasse granché la filosofia spicciola di Piergiulio, mentre quest’ultimo la prendeva da dietro. Ma, per compiacerlo, le troie si fingevano rapite da tutte quelle stronzate, quasi contribuissero al raggiungimento dell’orgasmo.

Traguardo che veniva quasi sempre tagliato solo da Piegiulio, in maniera fin troppo veloce. Un giorno, mentre scopava sui sedili posteriori della sua datata Alfa 166, Piergiulio ebbe come il sentore d’essere compatito dalla sgualdrina. E non gli piacque, neanche un po’. Così, mentre la troia glielo prendeva in bocca, Piergiulio aprì il vano portaoggetti, e ne tirò fuori un coltellaccio da cucina abbastanza affilato da tagliare l’alluminio come fosse burro caldo. La stessa sensazione che Piergiulio provò ficcando la lama, fino al manico, nel collo della prostituta.

Ebbe come la sensazione di penetrare il pongo. Indescrivibile, poi, il sublime piacere del sangue caldo che gorgogliava dalla gola squarciata della donna di vita. Miele caldo e rosso che gli ricoprì il vecchio batacchio. Si sorprese nel vedere la testa immobile della troia. Come sarà stato morire in quel modo? Mentre rimuginava su quell’aspetto della vicenda, qualcuno ticchettò al finestrino lato guida. Era un poliziotto. Il buio della zona in cui si era infrattato non lasciava intravedere nulla, dall’esterno, di ciò che era successo in macchina. Il poliziotto ticchettò di nuovo con le nocche della mano, stavolta accompagnando il gesto con un fin troppo perentorio «Polizia, apra lo sportello, prego».

Piergiulio distingueva appena la sagoma. Cosa fare? Aprì la portiera, mentre si tirava via la sgualdrina morta. Vide lo sguardo incredulo del poliziotto dinanzi a tutto quel sangue. Poi gli occhi del tutore della legge si sgranarono ancora di più, a causa della lama del coltellaccio di Piergiulio che gli aveva appena bucato lo stomaco. Mentre il poliziotto cadde a terra, il suo collega scese dalla macchina in maniera guardinga. Allora Piergiulio si mise a correre come un leprotto ubriaco e raggiunse lo sbirro prima che questi riuscisse goffamente ad estrarre la pistola dalla fondina. Gli tagliò la gola da parte a parte. «Cazzo – pensò Piergiulio – ma è davvero facile ammazzare la gente. E ci si diverte pure». Il novello serial killer, che aveva forse fissato il nero guinnes dei tre efferati delitti commessi in meno di cinque minuti, denudò l’ultimo sbirro ucciso e ne indossò la divisa. Gli stava a pennello.

Montò sulla volante e decise che la notte era ancora giovane. Accostò ai bordi della statale e scese dall’Alfa 159. Una signora macchina, confronto alla sua. Anche se si trattava pur sempre di una gloriosa Alfa vecchio modello. Passarono un paio di auto e le seguì con lo sguardo. Poi adocchiò una Mini Cooper con a bordo due fighette che ridacchiavano. Estrasse la paletta e fece cenno di accostare. Le fighette non ridevano più. Non arrivavano a 40 anni in due, ma erano carine.
«Patente e libretto, prego», fece Piergiulio con una voce così autoritaria da stupire persino sé stesso. La fighetta al volante porse a Piergiulio i documenti. Questi fece finta di leggerli. «La patente è scaduta, signorina» , sibilò il falso poliziotto con un ghigno luciferino.
«C-come? Ma… non è possibile, agente. Controlli meglio. L’ho presa meno di sei mesi fa».
«Mi stai forse dando del bugiardo, stupida pompinara»?
«P-prego»?
«Pom-pi-na-ra».

Le due ragazze si guardarono incredule. Poi entrambe si voltarono verso Piergiulio e lo fissarono con la stessa espressione che si potrebbe riservare ad una scimmia che arrotola sigari cubani col culo. Notando con la coda dell’occhio che la troietta stava per pigiare il piede sull’acceleratore della Mini e sgommare via, il buon Piergiulio le assestò un pugno in faccia, mentre l’amica cacciò fuori un urlo tale da far svegliare i morti. La ragazzina dalla voce stridula e acuta come un’appendicite all’ultimo stadio, aprì lo sportello e zompò fuori dall’abitacolo.

Prima che Piergiulio riuscisse a puntare la sua bella pistola fregata al poliziotto morto, la ragazzina perse il suo già precario equilibrio, reso praticamente impossibile da tacchi a spillo alti 50 centimetri, e cadde rovinosamente sui bordi della strada, rompendosi una caviglia. Incurante di un’auto che sfrecciò via lungo la statale senza che il guidatore si chiedesse cosa cazzo stesse succedendo a quell’ora tarda, Piergiulio raggiunse la ragazza dolorante, lo tirò fuori dalla patta dei pantaloni e la invitò senza tanti complimenti e prenderglielo in bocca.
«S-se lo faccio, m-mi lascerai andare»? – supplicò la ragazzina, assumendo un’espressione da far ricordare vagamente una bimba ebete che ha appena fatto una cazzata di cui è consapevole.
«Beh – ironizzò Piergiulio mentre si massaggiava il vecchio bastone – dipende da come ti impegnerai, baby».

E la giovine s’impegnò parecchio, per non deludere il suo carnefice e continuare a sperare d’aver salva la vita. Ma proprio mentre Piergiulio stava per raggiungere l’orgasmo, frutto di cotanta applicazione, una fitta alla caviglia rotta fece serrare la bocca della ragazza in una morsa simile a quella di una tagliola. Piergiulio provò la sgradevole sensazione d’aver appena ficcato il suo uccello in un forno a microonde al massimo della potenza. Il liquido caldo che sentì ben presto scorrere non stava a testimoniare la liquefazione del suo attrezzo, quanto piuttosto che perdeva sangue come una fontana, mentre la ragazza sputava sull’asfalto e piangeva, consapevole d’aver mandato tutto a puttane ad un passo dall’estasi.

«Maledetta puttana»! – gridò Piergiulio, mentre scaricava il caricatore della pistola sulla faccia della ragazza. Alla fine, quello che fino a qualche secondo fa era l’amabile visino di una bimba ebete, somigliava ad un ammasso di carne tritata mista e sanguinolenta. Mentre tentava invano di fermare l’emorragia, Piergiulio si accorse imprecando che la ragazza cui aveva mollato poco fa un pugno in faccia non era più nella Mini. Evidentemente la troietta si era ripresa ed era sgattaiolata via. A Piergiulio questo non piacque, perché voleva a tutti i costi fare l’en plein di omicidi, in quella notte nera come il peccato.

Il dolore all’uccello era però lancinante. Quella puttanella aveva i denti più affilati di un piranha. Piergiulio aprì il cruscotto della mini e non ci trovò niente di utile. Svuotò allora una delle borsette delle ragazze e ne saltarono fuori una confezione di «Fresh & clean» e un’altra di «Control». Piergiulio estrasse un paio di salviettine profumate e leggermente imbevute e vi si avvolse il vecchio bastone. Provò subito un piacevole sollievo. Estrasse allora un preservativo e se lo infilò con tutte le salviettine. Pare che la medicazione di fortuna potesse anche funzionare. Piergiulio si guardò intorno e notò delle goccioline di sangue sull’asfalto. Non erano del suo uccello.

Prese a seguirle, e capì che le aveva perse la troietta. «Il pugno in faccia deve avergli rotto il naso» pensò Piergiulio, mentre un ghigno gli si disegnò in faccia. Ad un certo punto le tracce finirono. Piergiulio alzò lo sguardo e le ritrovò sui rovi e sulle erbacce rasenti il ciglio della strada. La ragazzina aveva continuato la sua fuga per i campi. Piergiulio pensò che non sarebbe stato male provare ad agire proprio come avrebbe fatto il suo sanguinario beniamino Jason di «Venerdì 13». Cazzo, se avessero girato l’ennesimo sequel, Piergiulio era un candidato perfetto per recitare la parte del serial killer.

Ma quella era la realtà, non un film horror. Non che, a questo punto della storia, vi fosse una grande differenza. Mentre avanzava tra l’erba che arrivava all’altezza delle ginocchia, Piergiulio maledisse di non essersi portato una torcia elettrica. E che cazzo, manco fosse stato Rambo. Poi si ricordò che il suo cellulare da 20 euro era provvisto di una mini lampadina ionizzata. «Meglio di niente», pensò Piergiulio. Tra la luce lunare e quella flebile della torcetta di fortuna, Piergiulio ritrovò le goccioline di sangue della troietta.

(1 - CONTINUA)




 
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