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Sabato 10 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 10:51 - Lettori online 1120
RAGUSA - 08/02/2011
Politica - Ragusa: preoccupano i sondaggi in vista delle amministrative: il 40% non vorrebbe votare

Elezioni di maggio, e se vince il «partito del non voto»?

Una Sicilia palermocentrica frena lo sviluppo ibleo, ne condiziona le prospettive di sviluppo. Senza la capacità di fare comunità, l’area iblea è destinata ad una lenta quanto inesorabile fase di declino

C’è aria di elezioni, di quelle dovute a scadenza naturale. Quelle amministrative, che nella provincia di Ragusa riguardano le città di Ragusa e di Vittoria. Non intendiamo occuparci di quelle nazionali e/o regionali, che ci saranno, se ci saranno, per motivazioni non certamente riconducibili all’aspetto nobile e bello della politica. Nella prossima primavera oltre il 50% della popolazione della nostra provincia sarà chiamata a rinnovare i consigli comunali ed i sindaci della città di Ragusa, capoluogo burocratico-amministrativo della provincia, e della città di Vittoria, capoluogo economico-produttivo dell’area iblea. Nell’un caso e nell’altro due sindaci, del centro destra il primo, del centro sinistra il secondo, tornano a chiedere la fiducia, rispettivamente ai cittadini di Ragusa e di Vittoria. Dopo cinque anni di amministrazione presenteranno ai cittadini-elettori il bilancio della loro attività e chiederanno di essere riconfermati, certi di avere assolto, al meglio delle loro capacità, il mandato loro conferito nel 2006 dalla maggioranza dei ragusani e dei vittoriesi. Altri candidati, rappresentanti di forze politiche diverse, li sfideranno nelle piazze, nelle sale cittadine, nelle trasmissioni televisive. E fin qui tutto rientra nella più assoluta normalità. Noi, però, non intendiamo fermarci alla normalità, vogliamo andare oltre, vogliamo capire, per esempio, perché i più recenti sondaggi insistono nell’accreditare ad un ipotetico «partito del non voto» una percentuale di quasi il 40%, che poco o nulla ha di fisiologico. Se poi si prova a disaggregare il dato grezzo, per fascia di età, per grado di alfabetizzazione, per genere, per status occupazionale, le sorprese diventano tante e tutte importanti.

La cronaca di questi ultimi giorni basta e avanza per giustificare la vittoria certa del «partito del non voto». Basti solo pensare a quanto sta avvenendo relativamente al mancato raddoppio della 514 (che non basta semplicisticamente individuare nel denominarla 1028) e alla ipotetica apertura dell’aeroporto «Magliocco» di Comiso, per rendersi conto del fallimento totale e completo e senza scusanti dell’intera classe politica della provincia di Ragusa. Al di là delle responsabilità politiche del centro destra piuttosto che del centro sinistra, di una componente che fa la guerra all’altra, in entrambi gli schieramenti. Il programma dello «sfasciatutto», attraverso il metodo dello «spaccatutti», messo in onda quotidianamente dal Presidente della Regione, a danno della provincia di Ragusa completa il quadro di una provincia in completo e preoccupante declino. Questo è il dato, nudo e crudo. A condirlo meglio, recentemente ci ha pensato la RAI, regalandoci l’ennesima «perla» sulla «mafiosità» della terra siciliana, stavolta attraverso il «ciliegino di Pachino», che interessa l’economia iblea quanto se non più di quella della costa siracusana.

Di fronte ad un quadro così disarmante, la «politica» iblea si limita ad arrancare, ciascun protagonista tenta di mantenere rendite di posizione, nel maldestro tentativo di ritrovarsi, dopo lo tsunami che sta investendo l’area iblea, in una posizione migliore dell’avversario storico di riferimento. Nient’altro che questo è oggi possibile intravedere fra le nebbie iblee. La risposta alta, forte, corale di una Comunità che vuole rialzarsi e determinare il proprio futuro con le proprie forze, con la propria storia e le proprie tradizioni di libertà e di progresso, non è alle viste. Si preferisce lo scaricabarile delle responsabilità, l’organizzazione di proteste lontane nel tempo e assolutamente formali, cercando ipotetiche sponde politiche che non ci sono, o non ci sono più.

La verità, purtroppo, è molto più amara di quanto fin qui è apparsa e va al di là delle responsabilità politiche dei singoli, che pure ci sono e sono tante e tutte gravi, perché nei fatti si tratta del fallimento di un sistema politico. E’ saltato il sistema politico nato con l’abbattimento del muro di Berlino, in Italia concretizzatosi con la crisi di tangentopoli, cioè di quel sistema che stigmatizzò la fine delle ideologie, non accorgendosi che assieme ad esse, giorno dopo giorno, andavano scomparendo anche le idee. Il tutto nella prospettiva, sempre più ineludibile, di una corsa alla globalizzazione che avrebbe necessariamente mortificato le identità. In tempi non sospetti abbiamo sostenuto che l’antidoto a tale deriva politica, economica, culturale e sociale, andava individuato nella difesa delle identità territoriali, nelle loro produzioni oikotipiche, nella capacità di stare sul mercato attraverso «la qualità», unica variabile umana in un sistema devastante di orizzontalità e di appiattimento. Romanticamente, ritenevamo che ancora una volta potesse essere «l’Uomo» a fare la differenza, l’uomo al centro di tutto, dominatore del proprio territorio e protagonista del proprio futuro. Inutilmente! L’uomo, il territorio, la comunità, restarono solo esercitazioni accademiche.

L’esito finale, dopo circa vent’anni, è sotto gli occhi di tutti: il sistema politico venuto fuori da un coacervo di esperienze diverse, di culture alternative, di storie politiche assolutamente divergenti, sta implodendo. Roma e Palermo rappresentano oggi le due facce della stessa medaglia e parlano linguaggi distanti anni luce rispetto agli interessi della comunità iblea. Ma, c’è ancora una comunità iblea? Questa è la domanda che ci poniamo e giriamo a quanti dicono di averne a cuore il futuro, convinti come siamo che se non c’è comunità non c’è futuro. In questo 2011 o poco più in là, al di là delle ormai prossime amministrative, che pure rappresentano un test importante, si tornerà a votare per le politiche e per le regionali: sarà l’occasione buona per verificare fino a che punto in terra iblea si fa comunità, tenendo presente che se fino a qualche tempo fa bastava prendersela con Roma per giustificare gli storici ritardi della nostra terra, oggi bisogna guardare a Palermo. Il problema è Palermo, Palermo è un problema per la provincia di Ragusa e per tutte le comunità territoriali siciliane. Una Sicilia palermocentrica non serve alla Sicilia, una Sicilia palermocentrica frena lo sviluppo ibleo, ne condiziona le prospettive di sviluppo. Ricordandosi comunque che se non c’è un’adeguata capacità di fare comunità, l’area iblea è destinata ad una lenta quanto inesorabile fase di declino, al di là e al di sopra di alcune belle individualità, che da sole non riusciranno a battere il partito del non voto.