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Lunedì 5 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 15:35 - Lettori online 693
MODICA - 02/09/2010
Politica - Modica: intervista esclusiva dell’ex sindaco. Qualcuno gli aveva scavato la fossa?

La "parabola" di Piero Torchi. E se fosse ancora sindaco?

"La mia generazione fu annientata dall’allora classe dirigente"
Foto CorrierediRagusa.it

Non si rivolgevano la parola da un paio d’anni. Peppe Drago e Piero Torchi (nella foto), figure di rilievo della recente storia politica di Modica, erano diventati degli estranei, dopo aver lavorato fianco a fianco non solo in città, ma anche a Palermo, quando Drago era presidente della Regione. Quest’ultimo non invitò il suo amico, pupillo e valido alleato politico, neanche alle sue recenti seconde nozze. Nonostante tutto, Drago e Torchi si sono ritrovati qualche giorno fa, quasi per caso, a prendere una caffè in un affollato bar di Marina di Modica, assieme ad amici comuni. Drago pare ne abbia approfittato per sondare il terreno, capire le intenzioni di Torchi, da un po’ di tempo fuori dalla vita politica attiva. Non a caso, lo stesso Drago ha poi diramato una nota in cui auspica la creazione degli «Stati generali della città», condividendo l’idea di Torchi di un dibattito costruttivo tra tutte le forze politiche, per riportare alla luce una città inghiottita dal buio di un baratro senza fondo. Un «ritorno di fiamma»? Sarà il tempo a dircelo. Intanto Torchi chiarisce i termini del suo ritorno sulla scena politica cittadina.

«Se per scena politica – dice l’ex sindaco – intendiamo la voglia e la volontà di partecipare allo sviluppo del territorio, allora sono già sceso in campo, dopo un lungo periodo di pausa di riflessione. Sono stato per 5 anni all’opposizione. Per 7 anni ho guidato la città da Sindaco. Non posso che mettere a disposizione questa mia esperienza, soprattutto alla luce dell’attuale situazione di cui qualcuno vorrebbe ritenermi responsabile. Io mi assumo le mie colpe, ma chi non ne ha? Adesso basta polemiche sterili e, soprattutto, basta con i «giochetti» interni ai partiti. Non ambisco ad alcun tipo di ruolo, perché non è necessario rivestire per forza un ruolo per fare politica».

Lei potrebbe ancora essere il sindaco di questa città, ma, tre anni fa, decise di ricandidarsi alle Regionali. Non ce la fece, e, forse il mancato raggiungimento di questo obiettivo decretò il suo allontanamento dalla politica.

«Questo è un discorso che parte da lontano. Mi candidai alle Regionali già nel 2001. Allora non fui eletto perché non scattò il seggio a causa di una manciata di voti, dopo la modifica della legge elettorale. Mi candidai allora a sindaco nel 2002 e nel 2007, alla scadenza naturale del mandato. Finora, sono stato l’unico, nella storia politica cittadina, ad essere stato eletto sindaco al primo turno per ben due volte. Tornando alle Regionali del 2007, quella situazione particolare scaturì da una dinamica interna alla politica modicana. Ci sono ragioni ben precise che mi indussero a dimettermi da sindaco e a ritentare la carta di Palermo. Forse non l’avrei fatto, se non ci fossi stato costretto dagli eventi.

A quali eventi si riferisce?

«Di questo parlerò quando sarà giunto il momento. Credo nella dignità della politica, ed il tempo è galantuomo. Ho ritenuto che dopo oltre due anni di silenzio era giunto il momento di dire la mia sulla situazione in cui versa Modica, approfittando dell’acceso dibattito sul bilancio. Reputo invece ancora prematuro ricostruire la storia di quei mesi. Lo farò, ma non adesso.. C’è il momento giusto per tutte le cose. E ancora non è tempo. Indubbiamente anch’io ho commesso i miei errori, ma è altrettanto vero che dagli errori si impara. E io non ho mai smesso d’imparare».

Fra gli ex alleati che hanno influito sulle sue scelte, condizionandole in qualche modo, c’è inevitabilmente anche Drago, che, adesso, tende la mano. Lei come si regolerà?

«Non so se ci sarà un seguito a questo primo dialogo, anche perchè non dipende solo dalla mia volontà ma da un percorso condiviso che guarda oltre l’assetto politico attuale. Comunque è innegabile che su Modica io e Drago la vediamo allo stesso modo. Ma ciò non significa che io ritorni nell’Udc per ricoprire chissà quale incarico. Ho raggiunto una più che soddisfacente dimensione professionale, ho una famiglia di cui occuparmi e sono soddisfatto della mia vita attuale, fuori dalla politica attiva. Non sono alla ricerca di ruoli, presupposto invece fondamentale nel triste panorama politico modicano, dove poi si scatenano fin troppo facilmente spietate «cacce all’uomo» per farti fuori. Politicamente, s’intende. Stiano quindi tranquilli i miei detrattori. Partecipo al dibattito da semplice cittadino, perché me lo impone il mio senso di responsabilità verso la comunità che ho servito per un decennio, a dispetto di chi vuole dare l’immagine di una città allora male amministrata».

Non è così?

«Non sta a me dirlo. Posso solo aggiungere che Modica non era abituata ad avere piena coscienza del suo ruolo e della sua importanza. Poi, con me, ha cominciato a farlo, ed era una comunità soddisfatta, al di la di chi la amministrava. Adesso vedo solo frustrazione, malumore, mancanza di programmazione e inutili polemiche. Non è accettabile che la città, dopo i risultati prestigiosi del recente passato, possa ridursi a parlare solo di debiti. E’ offensivo per Modica e per i modicani. Metto quindi a disposizione le mie conoscenze, perché è giunto il momento di superare questa fase. Ma, lo ribadisco, non sono interessato a ruoli».

Ma a proposito di ruoli, se lei fosse stato ancora il sindaco di Modica, come avrebbe affrontato questa situazione di emergenza dettata dalla crisi?

«Io non mi reputo essere migliore né dell’attuale sindaco Antonello Buscema, né di chi mi ha preceduto. Non ho ricette magiche. Sarei comunque andato ad occupare militarmente le stanze palermitane dove era possibile ottenere riscontri e aiuti concreti. Avrei mobilitato tutta la città, vedendo negli imprenditori i partner fondamentali per combattere la crisi, a cominciare dai commercianti. Avrei coinvolto le cosiddette «forze dialoganti», anche d’opposizione. Io non ci vedo inciuci in tutto questo, come sostenuto invece di recente da certa parte politica. Inciucio è far finta di fare opposizione e trarre vantaggi dalla maggioranza. Il dialogo, senza barriere o coloriture politiche, può invece tornare utile per trovare soluzioni. Guai a quel partito che decide di interrompere ogni forma di dialogo. E’ invece questa la scelta operata dalla maggioranza, e non solo. A parole dicono di volersi confrontare, ma non fanno seguire i fatti. Il dialogo non è slogan, ma comportamenti consequenziali, scevri dalle polemiche e dai rancori personali».

A questo proposito, lei ha il dente avvelenato anche con la sua ex coalizione e con il suo ex partito d’appartenenza, l’Udc. La politica, in questi ultimi anni, è cambiata in peggio?

«Non ho rancori nei confronti di nessuno, tantomeno dei miei ex alleati o del gruppo dirigente dell’UDC. La verità è che mancano, al momento, le figure di riferimento. Mi chiedo: c’è davvero la reale volontà di far emergere le nuove menti pensanti? Ne dubito. E se manca questa volontà, non emergerà mai una nuova classe dirigente, non solo politica, e per il territorio sarà la fine. C’è stata una cesura tra le generazioni di gruppi dirigenti, e una di queste generazioni è saltata a piè pari. E non è stato un bene per il territorio».

Sta parlando della sua generazione?

«Se la vuole mettere su questo piano, non ho difficoltà ad affermare che alla mia generazione, per la gran parte, è stato impedito di percorrere la propria strada. Anche io ne ho pagato le conseguenze,potendolo, oggi, valutare con distacco e serenità. Sono stato stroncato, assieme a chi credeva davvero in me, da attacchi esterni, e non solo. Anche le riforme elettorali hanno avuto il loro peso».

E le ben note vicende giudiziarie, quanto hanno influito?

«Sono state determinanti. In un certo senso, sono riuscite a spazzare via un’intera classe dirigente. Ma quel gruppo di dirigenti politici aveva anche altri nemici, e, per qualcuno era necessario abbatterli ad ogni costo. Ma, a conti fatti, la soluzione forse si è rivelata essere peggiore del male. Per quanto mi riguarda, nonostante il dramma dei tempi biblici, continuerò ad aspettare giustizia con calma ed in silenzio, senza urlare, né insultare alcuno, ma sereno e consapevole che nulla e nessuno mi potrà impedirà di parlare e dire sempre come la penso»

Insomma, la classe dirigente del suo partito, e quindi anche Drago, possono essere stati in un certo senso tra gli involontari, artefici di questa debacle?

«Veda, tutte le classi dirigenti sono restie a cedere spazio, a dare largo ai giovani. L’elezione di Buscema è legata ad una serie di fattori irripetibili. Ma non posso dimenticare che uno scossone di rilevanti proporzioni lo si ebbe quando fui eletto per la prima volta sindaco a 32 anni. Quel «ringiovanimento» della politica voluto innegabilmente da Drago ebbe allora un effetto dirompente. Esempi emblematici sono costituiti dai sindaci giovani che furono eletti dopo di me in altri comuni iblei: da Nello Dipasquale a Ragusa a Giuseppe Nicastro a Chiaramonte, passando per Giuseppe Nicosia a Vittoria e Peppe Alfano a Comiso. Purtroppo, però, un successivo quanto malsano istinto di autoconservazione della classe dirigente, portò pian piano al lento ma inesorabile «essiccamento» della mia generazione. Ciò non toglie, per fortuna, il fatto che io mi sia sentito amato dalla mia gente».

E se quella stessa gente la volesse di nuovo seduto sulla poltrona di sindaco?

«Io ho già fatto il mio corso, nel bene e nel male. Sono certo che ci sono persone migliori di me, anche più capaci,persone che in questi anni hanno, da destra e da sinistra, chiunque amministrava, solo saputo criticare, senza assumere mai responsabilità dirette, ma nascondendosi al riparo di comodi coni d’ombra, traendo l’utile da ogni esperienza e sacrificando alle convenienze battaglie politiche ed amicizie personali. Io sono diverso e voglio continuare a mantenermi diverso, anche a costo di non avere più alcun ruolo, o di restare un anonimo cittadino. Ma anticipo la sua prossima domanda: sul prossimo sindaco continuerò a non fare nomi. D’altronde, chi sono io per fare nomi, se non un comune cittadino?»

A questo punto, appare improbabile anche un suo ritorno nell’Udc.

«Guardi, è innegabile che quel partito sia stata la cartina di tornasole del mio impegno politico; gli debbo parecchio e tanto ho dato in termini di impegno e sacrifici. Tuttavia ritengo che oggi l’Udc debba risolvere ingombranti problemi al suo interno, a cominciare da una riorganizzazione, fin dalle fondamenta, che dovrà passare anche per una presa di coscienza dei suoi dirigenti attuali. Al momento rischierei di sentirmi a disagio non con gli uomini dell’Udc, quanto piuttosto con il dovermi confrontare con un partito che ho lasciato in un certo modo, e che adesso trovo profondamente mutato. In troppi fanno ancora a gara per individuare le cose che dividono piuttosto che le cose che uniscono. E’ tempo d’invertire la rotta, e forse alcuni timidi segnali spingono in questo senso. Ma per dare una svolta bisogna mettere da parte timidezze e tatticismi ed intervenire con determinazione ed in tempi rapidi».