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Domenica 4 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 16:41 - Lettori online 805
RAGUSA - 01/02/2010
Editoriale - Ragusa: gli atti intimidatori allo Iacp e alla Sovrintendenza

Bare e cartucce per fermare legalità e sviluppo ibleo

I messaggi mafiosi a Vera Greco e a Giovanni Cultrera riportano la provincia ragusana verso la cultura dell’oscurantismo

Le cartucce fatte trovare all’architetto Vera Greco, soprintendente di Ragusa, dopo quelle recapitate al presidente dell’Istituto autonomo case popolari, fanno trasecolare quanti ancora, idilliacamente, ritengono che la provincia di Ragusa possa considerarsi un’isola nell’Isola, un’oasi felice dove tutto è pace ed armonia. Non è così! Quello che è accaduto in queste ultime settimane lo dimostra.

E’ tempo di prendere in seria considerazione l’idea che i paradigmi interpretativi fin qui adoperati per la realtà socio-economica, politica e culturale dell’ex contea di Modica, sono quantomeno obsoleti e che vanno aggiornati. Occorre, purtroppo, rendersi conto che c’è in atto un imbarbarimento culturale. La provincia di Ragusa in poche settimane ha fatto un salto all’indietro di molti decenni, faxsimilizzando stilemi culturali che non sono propri, non sono autoctoni. Sicuramente importati.

Da altra parte della Sicilia e da altre «culture», che non le appartengono, che non le sono mai appartenute. Non per questo meno pericolose. L’operazione di contaminazione in atto rischia seriamente, se non s’interviene efficacemente e in tempi brevi, di omologare anche la provincia di Ragusa ai modelli culturali di altre aree della Sicilia. Cioè, a quella «cultura» che è il vero cancro della nostra terra. Infatti, si possono catturare i boss come Lo Piccolo, Riina e Provenzano, ma se non si combatte la «cultura mafiosa», questa terra rimarrà sempre la «irredimibile» terra di Leonardo Sciascia. Rimarrà perennemente la terra delle raccomandazioni, dei favoritismi, della politica clientelare. La terra in cui chi vuole andare avanti per meritocrazia sarà relegato sempre dietro le quinte e si vedrà costretto ad andare altrove. La terra dove ciò che spetta per «diritto» si dovrà sempre chiedere come un «favore». Una terra, che in alcuni momenti come questo, vorrei non fosse la mia.

Ma chiediamoci, questa nostra terra di Sicilia è terra «irredimibile»? In questa nostra terra di Sicilia, in questo teatro reale e metaforico, qual è il ruolo del paesaggio? Per questa Sicilia che si fa «teatro del mondo», luogo fatidico dove tutto – nella storia d’Europa – sembra cominciare o finire (o cominciare e finire insieme), quale può essere il modello di sviluppo più idoneo?

Ho fondati motivi per affermare che l’architetto Greco nello svolgimento delle sue funzioni di soprintendente a Ragusa abbia cercato di rispondere a queste domande, con professionalità ed umanità. In definitiva, facendo il suo dovere. Mettendo in campo e a disposizione dell’area iblea idee, idee nuove, idee positive, per disegnare un modello di sviluppo alternativo, per esempio, a quello – fallimentare – di Termini Imerese e della sua Fiat.

Mi rendo conto che se si è nati in una terra come la Sicilia, non ci si può sottrarre alla sua storia, fatta principalmente di conquiste subite, aggressioni, stupri fisici e psicologici. Nel caso della Sicilia il passato impone un confronto che può annientare. Per questo motivo Matteo Collura parla dei Siciliani come «inquilini della storia», bisognosi di uno sfratto. Nei fatti, li invita a fare i conti con un passato che può farsi incubo, qualcosa di pesantemente condizionante.

Noi siciliani pur avendo a disposizione un paradiso non abbiamo fatto altro che amministrarlo con la logica dell’inferno. Abbiamo costruito una dimensione marcia e inutile e, mancati tutti gli appuntamenti con la grandezza, ci stiamo rassegnando a essere periferia. Fino a quarant’anni fa la Sicilia era un laboratorio politico vero, c’era speranza. Non ti sentivi in periferia: a Palermo arrivava tutto il mondo, Catania era vivacissima, persino Caltanissetta, con l’editore Sciascia, o Capo d’Orlando, con i fratelli Piccolo, diventavano punti d’attrazione. C’era la possibilità di formare elite, muovere le cose, far circolare le idee. Oggi siamo tornati a quella vocazione da granaio, in tutti i sensi, anche come deposito elettorale altrui, che la Sicilia ha da sempre.

Le idee. Sì, le idee. Nel 1984, dando ragione a Tomasi di Lampedusa, Leonardo Sciascia approfondì la sua analisi e concluse che l’infezione proveniente dalla Sicilia fosse quella del rifiuto delle idee, che invece sono il motore del mondo. La politica respinge gli uomini intelligenti. E basta dare uno sguardo alla mediocrità che c’è in giro.

In Sicilia si sono fatte pochissime rivoluzioni. Sciascia diceva, parlando del Vespro, che l’unica volta in cui i Siciliani avevano tirato fuori le palle - non disse così, ovviamente - sbagliarono: invece che rimanere sotto i francesi, che avrebbero portato l’illuminismo, andarono ad abbracciare gli spagnoli dell’inquisizione e dell’oscurantismo.