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Domenica 4 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 20:03 - Lettori online 1058
RAGUSA - 19/08/2009
Editoriale - Editoriale: il dibattito Nord-Sud, amena conversazione estiva

Sì, il senatur Umberto Bossi ha sempre ragione

Gabbie salariali, dialetti e inno nazionale, tutto quanto fa spettacolo

Sì, il senatur padano ha ragione! Al Sud, in Sicilia tutto costa meno. E’ quindi giusto che i lavoratori percepiscano un salario inferiore rispetto ai colleghi che hanno la «disgrazia» di vivere nel Nord industrializzato.

Sì, il senatur padano ha ragione! I professori siciliani e, comunque, meridionali per potere insegnare al Nord devono studiarne il dialetto e conoscerne storia e tradizioni.

Sì, il senatur padano ha ragione! Basta con l’Inno nazionale di Goffredo Mameli, è meglio il verdiano«Va’ pensiero».

A noi Siciliani va tutto bene. Siamo tolleranti per storia e tradizione. La nostra cultura è la cultura della tolleranza. Beninteso, ho detto tolleranti, non fessi!

Sì, caro senatur, siamo stati tolleranti da sempre, con tutti: Arabi, Bizantini, Ebrei, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli e Piemontesi. Lo siamo anche con quanti a tutti i costi «vogliono» e «decidono» che siamo «mafiosi». Cui prodest, si è mai chiesto a chi serve che la Sicilia e i Siciliani debbano essere «mafiosi?».

A tutto c’è un limite. Il grande Totò, lo conosce senatore Bossi, forse no, anche lui era un meridionale scansafatiche, mantenuto dal Suo Nord ricco ed opulento; dicevo, il principe Antonio de Curtis sosteneva, con una battuta rovesciata, che «ogni limite ha la sua pazienza» e Lei caro senatore Bossi ha oltrepassato il limite e la pazienza.

Ciò nonostante, la mia Sicilia, tutti e ciascun Siciliano vogliamo significarle tutto il nostro apprezzamento per i tre punti fermi del suo programma leghista che hanno invaso le prime pagine della stampa nazionale e lo abbiamo fatto in premessa, dichiarando, da subito, che «sì, il senatur padano ha ragione!».

Facciamo un baratto: noi accettiamo le «gabbie salariali» e lei si preoccupa di fare accettare ai suoi banchieri l’idea che devono chiudere i loro sportelli in Sicilia; ai suoi petrolieri che devono smantellare le loro raffinerie sulle coste sicule; alle sue compagnie di assicurazione che devono chiudere le loro agenzie nell’isola. E tanto altro ancora. Sia chiaro, non per atto d’arbitrio, ma solo applicando «veramente e integralmente» lo Statuto autonomistico.

E, ancora: noi ci teniamo i nostri docenti, i nostri dirigenti scolastici, non intendiamo mandarvi i nostri cervelli per formare dei nordici che poi, magari come lei, provano a fotterci. A condizione, però, che quando a qualcuno di voi venisse l’idea di venire a svernare in Sicilia si munisca di passaporto, sì perché metteremo la dogana a Messina e, passato lo Stretto, occorrerà esserne muniti per entrare nella nazione siciliana. No, non bisogna imparare il dialetto per venire da noi, no, perché a differenza della sua Padania (che non c’è e non esiste né storicamente né come entità geografica), in Sicilia si parla la lingua siciliana, non il dialetto, se lo ricordi.

Relativamente alla diatriba sull’inno nazionale, siamo ancora più tolleranti: lei e la sua Padania vi sentite più rappresentati dal coro del Nabucco, bene vuol dire che eravate un popolo oppresso come quello ebreo che canta «Va’ pensiero». Noi no! Noi siamo stati solo conquistati dai Savoia, stavamo bene come stavamo prima, forse meglio. Se siamo diventati italiani è stato, quindi, solo per convinzione. Ci dichiariamo, infatti, «Autonomisti perché unitari, Unitari perché autonomisti», utilizzando un’espressione di Giuseppe Alessi, primo Presidente della Regione Siciliana. Primo vero ed autentico autonomista, destinato, forse a non avere eredi. Mi si potrebbe obiettare che oggi sulla poltrona di Alessi siede un Presidente autonomista. Sì è vero, ma questa è tutta un’altra storia!