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RAGUSA - 16/05/2009
Editoriale - Giuseppe Drago verso il riposo forzato?

Drago: la solitudine di un leader sul viale del tramonto

Incredulità e smarrimento nel partito di Casini dopo la sentenza della Corte di Cassazione
Foto CorrierediRagusa.it

Le sentenze non si discutono, si appellano: lo diceva anche Giulio Andreotti, che della materia è maestro insuperabile, eppure senatore a vita. Ma qui siamo in Cassazione, ultimo grado, dove più in alto non si può. Ci sarebbe la Corte di Giustizia Europea, come qualcuno dell’entourage dell’on Giuseppe Drago (nella foto) ha fatto trapelare, ma su quest’ipotesi c’è molto scetticismo. Perché la Corte, formata da tanti membri quanti sono i 27 ordinamenti giuridici nazionali dell’Ue, pare non abbia le prerogative per occuparsi di una sentenza di tal fatta. Saranno i legali dell’uomo politico a decidere la strategia migliore, fermo restando che, come ribadisce il segretario provinciale dell’Udc Giuseppe Lavima, Drago resterà parlamentare fino alla decisione della Camera dei Deputati, ai sensi dell’art. 66 della Costituzione.

Giuseppe Drago il giorno dopo non discute e non commenta, sceglie il silenzio. Il silenzio del leader solo, immerso nelle riflessioni del dopo, nella visione immaginaria di un flashback che ha dato alla sua vita eventi tanto sublimali quanto dolorosi. Come quello che Peppe Drago sta vivendo, fra attestazioni di solidarietà e di stima, vera e virtuale, e con qualcuno che avrà anche l’audacia di sferrargli il calcio dell’asino. Perché la politica è una giungla piena di animali pavidi e di felini carnivori; come di amici sinceri e falsi, che come l’ombra ti seguono finché dura il sole, in un dare e avere reciproco di pacche sulle spalle e pugnalate.

Al di là della sentenza, della quale non si hanno titoli per discutere, rimane l’aspetto umano della vicenda, che non può far gioire né provare indifferenza. Giuseppe Drago, uomo e politico, del benfatto e del malfatto darà conto alla sua coscienza. Avrà pure sottratto i fondi della Presidenza della Regione, ma rispetto all’empietà che abbiamo visto sia nella prima che nella seconda Repubblica, non pare che questa vicenda sia peggiore. Resta l’amara constatazione che, una volta i «cannoli» di Cuffaro, un’altra i «risparmi» della Presidenza Drago, un’altra il voto di scambio di Antinoro, diamine! sempre di Udc si tratta.

In politica e in Italia specialmente, tutto può accadere, anche i miracoli della resurrezione; ma se Drago uscirà di scena domani o fra un anno (qualcuno ha ricordato il caso Previti) in ossequio alla sentenza e all’articolo 66 della Costituzione, la provincia iblea avrà perso un uomo di peso e di alta statura politica rispetto ai tanti mediocri che scimmiottano i grandi. Si priverà di uno che è inciampato maldestramente sulla stessa buccia di banana che tant’altri prima di lui hanno schivato con astuzia e con destrezza fino a raggiungere la pensione con la fedina immacolata, paladini dell’antimafia e alfieri del rigore e della trasparenza.

Sulla vicenda della distrazione dei fondi regionali, riprendo uno sprazzo d’intervista che Peppe Drago mi rilasciò nel gennaio 2004 per il quindicinale «La Città» (n. 3 del 31/1/2004 titolo Drago, nel segno del carisma). Alle domande un tantino impertinenti sui fondi riservati, il parlamentare in quel momento all’apice del successo, a un passo dal diventare vice ministro del governo Berlusconi, rispose in un modo che mi sembra ancora attualissimo: «E’ stato un episodio doloroso, per il quale ho presentato appello. Non ho commesso reato ma sono stato condannato a 3 anni. La mia coscienza è a posto e questo mi fa stare bene. All’inizio sono stato tentato di lasciare la politica, per lo scoraggiamento e per le strumentalizzazioni di certa stampa. Continuerò a far politica e spero che entro il 2004 definiscano tutto in appello. La sottrazione dei fondi? Sì, l’hanno fatto quelli prima e dopo di me. I giudici contestano il principio. Ma è strano che lo contestano solo a me e a Provenzano».

Cinque anni dopo quell’auspicio arriva la sentenza definitiva: condanna e interdizione perpetua dai pubblici uffici, anche da medico dipendente dell’Ausl 7? A meno di un mese dal voto europeo l’Udc resta orfano di un leader carismatico, raccoglie i cocci e s’affida a Franco Antoci e Orazio Ragusa, il giovane cislino diventato all’improvviso grande, pronto a caricarsi il fardello e a competere con i controversi soggetti di una provincia che non riesce a mostrarsi intatta e adamantina come vorrebbe fare apparire a tutti i costi.