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Giovedì 21 Settembre 2017 - Aggiornato alle 0:59 - Lettori online 311
RAGUSA - 08/01/2017
Editoriale - Si assiste fin troppo spesso al trionfo del cattivo gusto

Se la politica diventa una partita di pallone

La vera lettura però prescinde dall’episodio singolo, sfociando in un clima generale che coinvolge ogni istituzione Foto Corrierediragusa.it

Sono rimasto molto sorpreso in questi giorni dallo spazio dato sul web, anche da parte dei più importanti quotidiani nazionali, alla caduta di stile della consigliera comunale di Ragusa che ha inteso manifestare il suo dissenso rispetto al Sindaco del capoluogo iblea con il gesto dell’ombrello, reso famoso da decenni di commedia all’italiana più o meno volgare. Un gesto che certo non si addice alle istituzioni, e che, in generale, sarebbe bene evitare in generale, non fosse altro per mantenere canoni di decoro all’altezza del ruolo che si è scelto di ricoprire. Certo, un momento di defaillance è perdonabile con una buona dose di pazienza a ciascuno di noi, ed in questo senso le pronte scuse della consigliera hanno attutito la portata locale della vicenda. Diverso l’impatto in sede nazionale e sulle testate più importanti, dove si è scelto di ergere il «gestaccio» a simbolo della faida interna ai 5 Stelle, dotandolo di un significato politico che forse non era nelle intenzioni della protagonista, la quale alle un rapporto di amore e odio con il movimento, del quale è stata prima esponente importante ed adesso, da fuoriuscita, tra le principali critiche.

La vera lettura però prescinde dall’episodio singolo, sfociando in un clima generale che coinvolge ogni istituzione, a prescindere dall’ordine e dal grado, ed ogni organizzazione partitica, in buona sostanza la politica, la dialettica politica, lo stesso permanere nelle istituzioni, si è trasformato progressivamente in una grande, enorme, partita di pallone, nella quale non ci sono militanti, ma tifosi, non esistono opinioni diverse su cui mediare, ma solo opinioni diverse dalle mie per le quali demonizzare l’avversario.

Anche in territorio ibleo, ma in tutta la Sicilia, quella pluralità di idee, di esperienze, di tensioni ideali, che avevano fatto dell’isola un laboratorio politico a cielo aperto, dove la tolleranza in politica era inversamente proporzionale alla intolleranza per leggi e regole, questo significato vero ed autentico del confronto politico si è perduto; le risse hanno progressivamente sostituito la dialettica, l’avversario si è trasformato in nemico da abbattere ad ogni costo, chi governa è sempre più tentato dall’assioma «O con me o contro di me», spesso esasperato, in sede locale, da una legge elettorale maggioritaria che, invece di fornire stabilità, ha dato la stura alla creazione di piccoli potentati locali.

In buona sostanza è scomparsa la politica del «noi», sempre più sostituita dalla politica dell’«io», nella quale lo spazio per il confronto costruttivo, l’importanza del pluralismo, la qualità della contrapposizione mai sterile, ha ceduto il passo ad una deriva rissosa e da cortile che non fa bene né alle istituzioni, ma soprattutto non aiuta i cittadini a recuperare quella stima nella politica e nei suoi rappresentanti che oggi sembra avviata a toccare minimi storici.

Una deriva che impone anche una riflessione sulla classe dirigente. Rappresentare una comunità, a qualsiasi livello, non necessita solo di una buona capacità di gestione, ma anche di comportamenti all’altezza e di un buon gusto che deve esser la cifra comune di quanti hanno responsabilità istituzionali, ma anche politiche. Altrimenti non si comprenderebbe perché ci disgustiamo per le esagerazioni di Salvini o di Grillo, e poi derubrichiamo a sciocchezze i piccoli e grandi orrori che vedono protagonisti quanti rappresentano le nostre comunità.

Esistono una cura o un rimedio contro la volgarità? Difficile dirlo. Di certo scriverne, parlarne e stigmatizzare quei comportamenti che troppo spesso con indulgenza siamo portati a perdonare, da sempre rappresentano ottimi antidoti contro una deriva che alcuni definiscono autoritaria, ma che forse è meglio, con semplicità, etichettare come il trionfo del cattivo gusto.