Corriere di Ragusa
Email
Corrierediragusa.it mobile
Feed Rss Corrierediragusa.it
Corrierediragusa.it - Motore di ricerca
Corrierediragusa.it su Facebook
Corrierediragusa.it su Twitter
Corrierediragusa.it su Google+
Dimensione testo:
|
A
|
Corriere di Ragusa.it
Martedì 6 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 11:21 - Lettori online 910
PALERMO - 17/05/2010
Editoriale - Palermo: cinque domande al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Unità Italia e Sicilia, dopo 150 anni via scheletri dagli armadi

L’Ars sarà efficiente, se sarà composta da deputati che vedano nel mandato una missione e non un mezzo per fare i loro sporchi affari.

L’11 maggio, il Presidente della Repubblica è stato in Sicilia. Marsala, Salemi e Calatafimi, le tappe della sua visita. L’occasione: il 150° anniversario dello sbarco dei Mille. Onore al Presidente Napolitano! L’unità nazionale è un valore in sé. Per quanto mi riguarda non è mai stata in discussione. E ritengo per tutti i Siciliani. Penso che le montature circa un presunto atteggiamento antiunitario dei Siciliani siano molto interessate. C’è chi vuole creare il caso. C’è chi tenta di accreditare ansie e progetti separatistici ed indipendentistici con lucidità, al fine di creare il caso Sicilia, per fare della Sicilia un caso. Noi riteniamo, invece, che questa gente vada stanata e messa alla gogna: quella sì vuole rompere l’unità nazionale.

Ciò non vuol dire che tutto va bene e che non ci sono problemi. Ci sono e vanno affrontati. A cominciare da subito e con l’intervento del Garante dell’Unità nazionale, consapevoli come siamo che il suo essere meridionale non può che rappresentare una garanzia maggiore nella fase di comprensione dei problemi e nella ricerca delle soluzioni più idonee. Riteniamo di potere illustrare la "questione siciliana", ponendo poche e semplici, forse anche ingenue, domande al Presidente della Repubblica:

-a 150 anni dai fatti in questione ritiene che ci siano le condizioni per stabilire la verità, quella vera, sulle modalità con cui si fece l’Unità d’Italia? Solo pochi esempi: la modalità con cui si svolse il plebiscito e la vicenda di Bronte; come e perché le truppe garibaldine, a Palermo, cinsero d’assedio la sede del Banco di Sicilia; e che fine fecero i tesori che conteneva il suo caveau.

-ritiene sia opportuno che tali verità – quali che siano – debbano essere parte fondante dei libri di testo per le scuole italiane?

-crede sia giunto il momento di aprire gli archivi e dissecretare i dossier dei "misteri" che abbiano la Sicilia come protagonista o vittima? Più chiaramente: Enrico Mattei, Salvatore Giuliano, Michele Sindona, rapporti Mafia/Stato, etc.

-pensa sia possibile far capire a tutti gli Italiani che lo sviluppo della Sicilia e di tutto il Meridione può rappresentare l’occasione, unica e irripetibile, per far uscire la nazione italiana dallo stato di precarietà in cui versa e puntare ad una leadership in Europa?

-Il prodotto interno lordo (il PIL) siciliano, prima dell’Unità, era uguale a quello del nord, oggi è poco più che la metà. Si potrebbe cominciare con il riportarlo in pari?

Solo poche e semplici domande, dicevamo, purché «in verità». Sì, solo la verità, per quanto terribile e dura da accettare possa essere, potrà consentire di mettere la classica pietra sul passato. Un passato che è costato lacrime e sangue alla Sicilia e ai Siciliani. L’Unità non può essere accettata come dogma. Devono diventare patrimonio culturale di ciascuno le vicende, le scelte, le virtù e i vizi, che la connotarono. Va sgombrato il campo dalla retorica risorgimentista e, soprattutto, va mandata al macero tutta quella storiografia giustificatoria, che è servita solo a disegnare carriere per gli autori.

Dobbiamo avere il coraggio di non dare tutto per scontato, ma di cominciare una seria e puntuale opera di revisione della nostra storia unitaria. La Sicilia e i Siciliani hanno diritto di sapere, di conoscere la verità, anche perché devono operare delle scelte. Sì, delle scelte vanno fatte e non sono più procrastinabili. I Siciliani sono Italiani a pieno titolo o sono Italiani, "però"?

I Siciliani hanno dato il loro sangue per la Patria sul Carso e a Cefalonia alla pari degli altri, oppure no? Lo Statuto autonomistico ha natura giuridica pattizia? Lo Statuto di autonomia della Sicilia è patto costituzionale vero e proprio tra l’Italia e la Sicilia non tanto e non solo perché è inserito nella Costituzione con la legge costituzionale n. 2 del 26 febbraio 1948, quanto perché, alla formulazione delle sue diverse norme, il concorso della volontà del Popolo Siciliano è stato per lo meno di misura eguale al concorso della volontà dello Stato e del Legislatore costituente? E ancora, è patto costituzionale anche perché la Consulta regionale siciliana che elaborò e definì lo Statuto ebbe carattere e funzioni di Costituente, di settore, del popolo siciliano, antecedente alla Costituente nazionale? La redazione e l’inserimento dello Statuto nella Costituzione diede luogo in Italia alla figura costituzionale di Stato composito e non più soltanto di Stato unitario, alla maniera cavourriana?

Nessuno vuole rivendicare una primazia nella costituzione di uno Stato federale, intesa come esercitazione accademica, piuttosto come presupposto fondativo per parlare di ruoli e funzioni nella prospettiva dell’unità nella diversità. Unità nella diversità, avete letto bene, intesa come la grande risorsa della nazione italiana: le diversità delle sue contrade sono la sua forza, l’omologazione per "plebiscito" o per conquista, è stato ampiamente dimostrato che lasciano il tempo che trovano.

L’Autonomia Siciliana nacque dal basso e fu patrimonio comune del popolo siciliano. Quelle che un tempo sembravano piccole cose, oggi si rivelano grandi: vi era all’epoca della battaglia autonomista una singolare agitazione d’idee, comuni tensioni dello spirito che facevano gridare agli Autonomisti, con convinzione, il motto: "Autonomisti perché Unitari, Unitari perché Autonomisti". I Padri dell’Autonomia agivano nella consapevole pienezza dello spirito nazionale, ma si scontravano apertamente, con decisione, coraggio e coerenza, contro ogni dispersione morale, politica ed amministrativa, economica e sociale, contro l’irrefrenabile avidità di ricchezze, contro ogni confusione seminata da uomini senza scrupoli.

L’Autonomia Siciliana vissuta e praticata come riparazione verso il suo popolo per quanto aveva sofferto, per quanto aveva dato, per quanto non aveva ricevuto, per il ruolo storico e geografico che aveva. L’Autonomia Siciliana con la quale si invitavano tutti gli uomini dell’Isola a partecipare alla sua costruzione: un nuovo risorgimento dove non c’era spazio per rancori o vendette, o dove l’Unità non subiva condizioni, nel senso che l’Autonomia non era che una specificazione dell’Unità sostanziale della Nazione, ma era contro il formale unitarismo di uno Stato effimeramente centralistico se non vessatorio.

L’Autonomia Siciliana servì anche a rompere alcune catene che impedivano alla Sicilia di riprendere la pubblica e legale manifestazione della vita democratica e politica e diede alla Sicilia dignità e decoro, speranza e fede. Tutto ciò è verità. Diventerà funzionale allo sviluppo e al progresso solo e se noi Siciliani ci renderemo conto che lo strumento più valido per cambiare la triste realtà siciliana è l’Assemblea Regionale. E’, pertanto, su di essa che occorre riflettere. L’Assemblea regionale, infatti, sarà efficiente, sarà uno strumento veramente valido, se sarà composta da deputati che vedano nel mandato una missione e non un mezzo per fare i loro sporchi affari.

La Sicilia può veramente diventare in pochi anni una regione felice perché è ricca. Può diventare. Ma non lo diventerà mai, se all’Assemblea andranno persone impreparate, dedite o aspiranti agli affari, moralmente bacate, politicamente opportuniste, vili per natura o per calcolo, bassamente servili di fronte a Roma e al nord o ipocritamente ossequienti, a direttive settarie e confessionali per motivi di carriera o di ordine economico personale; insomma, persone che vedano nella Assemblea Regionale il mezzo per arricchirsi rapidamente come taluni predecessori, che entrati scalcagnati nel Palazzo dei Normanni, oggi vivono nello splendore.

I Siciliani siamo pronti? Siamo pronti a porre la questione morale a fondamento dell’autonomia regionale? Solo così avremo la forza e l’autorevolezza morale per pretendere la piena e completa osservanza dello Statuto da parte del Governo centrale. Solo allora potremo chiedere al Presidente della Repubblica un intervento qualificato e vigoroso per garantire, assieme all’unità nazionale, la validità del «patto autonomistico».