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VITTORIA - 19/10/2013
Economia - A proposito di ZFU a Vittoria

"Zona Franca": attenzione al disagio socio-economico

Non è per tutti e per l’intera città: attenzione ai requisiti e ai vincoli imposti dal legislatore

Come già si è avuto modo di rendere noto, anche attraverso i canali informativi di questo giornale Web (che ha pubblicato un primo commento in data 27 luglio 2013), sono state avviate le discipline di dettaglio delle ZFU – acronimo di Zona Franca Urbana. Soffermandoci in generale sui principali profili della ratio della norma nazionale (e per ricaduta quella regionale), emerge che gli aspetti agevolativi a tal fine ascritti dalla Finanza Pubblica riconoscono benefici sia all’Ente locale, che alle imprese di nuova costituzione, ovvero già esistenti secondo la prevista disciplina che la norma modula per la ricaduta agevolativa. Non v’è dubbio che tale significativo riconoscimento costituisca occasione di ulteriori opportunità imprenditoriali, orientate a creare, anche attraverso una visione di sviluppo armonico e prospettico del territorio, le migliori condizioni di vivibilità e progresso sociale ed economico. Questa particolare gestione delle uscite di bilancio nazionale (che regionale) è stata veicolata al fine di recuperare, e contribuire a migliorare, le condizioni di esistenza di elementi di negatività sul territorio o porzione di esso, volendosi chiaramente rinvenire nell’impianto normativo la retta tracciata dal legislatore allorché utilizza la formulazione di recupero dell’articolato «disagio socio-economico», perno intorno cui ruota lo spirito della norma. Infatti, il carattere normativo àncora nell’uso del sostantivo maschile «disagio» la linea di demarcazione per la coesistente valutazione delle condizioni sociali ed economiche. Nel merito della locuzione «disagio» il legislatore ha inteso perimetrare quella sensazione di mancata consonanza con l’ambiente circostante, manifestantesi nelle varie forme di inadeguatezza dell’individuo rispetto al sistema sociale in cui vive, che lo conducono alla perdita o all’assenza di benessere.

Nella linguistica il termine disagio è una parola composta, formata dal prefisso «dis», che veicola valore negativo, e del sostantivo «agio» che, al contrario, riflette comodità. Il ricorso alla semantica lessicale non appare improprio, atteso che la formazione grammaticale della parola «disagio» ha in primo luogo il valore opposto (il prefisso, appunto) a quello dell’agio, e quindi significa assenza, mancanza di comodità. Poiché la parola si riferisce al complesso di scomodità di una situazione non solo ambientale, per questo motivo viene adoperata anche al plurale.

Per quanto rileva ai fini della presente riflessione, il disagio veicolato nella scelta del territorio o porzioni di esso da perimetrare, anche a macchia di leopardo, nelle ZFU (valutazione che di per sé certifica l’esistenza di diffuse isole del disagio) vuole indicare non soltanto la scomodità (più o meno estesa) in senso concreto, bensì una più generale sensazione di disagio che anche la persona-cittadino e il fattore impresa prova, avverte, vive. E il rilevare normativamente che in talune parti del nostro Paese è presente una vistosa necessità di procedere a una (ri)modulazione del contesto socio-economico, ragionevolmente induce a ritenere che la locuzione «disagio» usata dal legislatore indirizza lo sguardo verso tutte quelle forme di percepita necessità di intervento e di aiuto che il territorio invoca, volendosi canalizzare il fine normativo ad attrarre l’esistente energia positiva di esso territorio e governarla attraverso l’adozione di una guida di convergenza inclusiva, strumentale agli articolati intenti da perseguire: la (ri)qualificazione del territorio dal lato socio-ambientale e sostegno al fattore impresa.
Le condizioni che hanno spinto il legislatore a frapporre ostacolo alla radicalità del disagio sociale rinvenibile in taluni territori, è legato ad aspetti materiali ed ha radici anche complesse, dove ciascuno è chiamato a proporre/portare il proprio contributo per cercare di ridurlo, se non di eliminarlo. Tutto ciò, allora, ci spiega e ci riporta alla finalità normativa, che in estrema sintesi risiede nella gestione sinergica di quanti sono attori della conoscenza e della circolazione dei saperi specifici, in quell’armonioso incidere di democrazia partecipativa tra l’Ente locale e gli stakeholder.

Sono tali i portatori di interessi, cioè tutte quelle altre agenzie operanti sul territorio che sono depositari oppure registrano il formarsi o manifestano l’esistente testimonianza di fenomeni veicolanti il disagio sociale, ambientale ed economico patito nel contesto territoriale. In tal senso l’esempio del volontariato è illuminante, al pari della Scuola, al pari degli organismi sindacali, al pari della Chiesa, al pari delle organizzazioni di categoria. Proprio perché la norma interviene per stimolare e sostenere una risposta di miglioramento delle condizioni di vivibilità dei territori, ciò attraverso uno stimolo alla reazione sociale di democrazia partecipata, improprio è da ritenere il dichiararsi esclusivo depositario della conoscenza del disagio sociale di un territorio, disagio che per sua caratteristica si compone, si scompone e si ricompone in maniera disordinata e pulviscolare.

Invero, la norma traccia una linearità comportamentale indirizzata alla partecipazione attiva, volendo individuare nella collegialità alle decisioni sociali il seme della discussione e della convergenza alla risoluzione del problema. Altro aspetto di meritevole riflessione, che di seguito si accenna, afferisce al lato economico agevolativo del disagio, posto che il discrimine per la scelta di taluni territori da includere nelle ZFU risiede nella valutata condizione di esistenza di un disagio socio-economico da recuperare in prospettiva per migliorare il contesto sociale (nella sua accezione più ampia), i cui elementi costitutivi non sono scindibili ma reciprocamente coesistenti, così come il Decreto del Ministro dello Sviluppo Economico di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze datato 10 aprile 2013 ne stabilisce le condizioni, i limiti, le modalità e i termini di decorrenza delle agevolazioni fiscali e contributive.

Agevolazioni concesse in favore di micro (meno di 10 occupati e volume d’affari inferiore ai 2 milioni euro) e piccole (meno di 50 occupati e volume d’affari inferiore ai 10 milioni euro) imprese localizzate all’interno delle ZFU. Le agevolazioni previste dal decreto, a titolo di «de minimis», sono rappresentate dalle esenzioni consistenti in: esenzione dalle imposte sui redditi Irpef e Ires; esenzione dall’Irap; esenzione dall’Imu; esonero dal versamento dei contributi sulle retribuzioni da lavoro dipendente. In ultimo, si ritiene evidenziare, in via generale, che le imprese ammissibili alle agevolazioni devono svolgere la propria attività all’interno del territorio della ZFU, ciò a mezzo di ufficio, locale, sede produttiva o unità locale.

A titolo meramente esemplificativo, per quanto afferente le attività cosiddette non sedentarie è, inoltre, richiesto che presso il predetto locale produttivo sia impiegato almeno un lavoratore dipendente (a tempo pieno o parziale) che vi svolga la totalità delle ore lavorative, ovvero (la congiunzione, questa sì, ha valore alterativo, disgiuntivo) che almeno il 25% del volume d’affari (annualmente conseguibile) dall’impresa sia realizzato da operazioni effettuate all’interno del territorio della zona franca urbana. Da ultimo, poiché siffatto beneficio agevolativo è vincolato dalla determinazione della natura fiscale e contributiva della condizione (in tal caso sospensiva, perché subordinata al verificarsi della soddisfazione dei parametri), risultando così godibile in termini di incidenza percentuale, appare doveroso evidenziare che il diritto al godimento necessiterà di un impianto contabile/fiscale improntato al controllo gestionale per centro di profitto o per centro di costo. Per gli eventuali approfondimenti d’interesse, si rinvia agli atti normativi nazionali, e per quanto afferente la Sicilia agli appositi bandi.

*Ufficiale nella Guardia di Finanza