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Lunedì 5 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 15:35 - Lettori online 882
ROMA - 12/12/2011
Economia - Possibili soluzioni per l’Italia

Dogmi e verità sulla crisi economico-finanziaria

In riferimento all’area Euro

La crisi economico finanziaria che stiamo oggi vivendo, è partita nel 2007 dal mercato immobiliare americano con i cosiddetti mutui Sub-Prime. Di riflesso, come un uragano, la crisi si è estesa a tutto il sistema finanziario e nel settembre 2008 è arrivato il primo illustre fallimento che si chiama Lehman Brothers. Lehman era una delle più importanti banche d’affari al mondo, fino ad allora era stata considerata da tutte le più grandi società di rating, un simbolo, uno status, una certezza, gli era stato attribuito un rating tripla A, cioè la migliore classificazione esistente di qualità. In termini pratici gli era stata attribuita la stessa probabilità di default degli Stati Uniti D’America; chi mai avrebbe potuto pensare ad un fallimento?

Oggi, a distanza di più di tre anni e dopo tanti altri fallimenti e nazionalizzazioni di istituzioni finanziarie, ci si interroga ancora su come fronteggiare la crisi. Tutte le economie avanzate hanno tassi di crescita prossimi allo zero, le perdite che il sistema finanziario mondiale ha dovuto assorbire sono spaventose e le stime di crescita per i prossimi anni non sembrano far intravedere la fine del tunnel.

In Europa chi se ne deve occupare?

La soluzione al tema della crescita, dovrebbe arrivare dall’Eurotower e dal Parlamento Europeo che sino ad oggi hanno fatto per lo più da spettatori. La Germania con la Merkel e la Francia con Sarkozy, forti del loro ruolo di driver dell’intera Unione, si sono preoccupati solamente di sedersi ai posti di comando e di fare i propri interessi , insomma, scene tipiche della miglior politica italiana.

Un esempio su tutti riguarda la Grecia, pensate che Francia e Germania stiano facendo di tutto per salvarla, obbligando l’Unione a sborsare 110 miliardi di Euro di aiuti, o pensate che l’obiettivo sia quello di salvare i bilanci delle loro banche nazionali che sono piene di titoli di stato greci che non valgono più nulla, dividendo le spese con tutti i Paesi membri? Senza crescita duratura come farà la Grecia ad avere le risorse per poter restituire il prestito? Da ormai tre anni i tassi di crescita sono pari allo zero o addirittura negativi, non sarà forse un problema di mancanza di presa di decisioni e di dover cambiare le regole?

Sin da prima che nascesse la moneta unica la principale preoccupazione dei Governi è sempre stata quella di mantenere la stabilità del sistema bancario. Per fare ciò, è stato siglato un accordo definito di Basilea che imponeva alle banche di riservare una percentuale di patrimonio per ogni euro del proprio attivo di bilancio; tale accordo, sembrava funzionare ma non distingueva i diversi gradi di rischio dei soggetti che componevano l’attivo delle banche. Perciò, con successive modifiche, Basilea II e Basilea III, si è pensato di correlare la percentuale di patrimonio assorbito dalle banche per ogni euro dell’attivo, in funzione del grado di rischio delle diverse controparti che componevano l’attivo di stato patrimoniale. Per poter correlare l’assorbimento di capitale al rischio, era però necessario valutare ciascun soggetto che componeva l’attivo delle banche, furono così introdotti dei modelli di rating molto complessi, nella maggioranza dei casi interni, cioè fatti dalle singole banche e certificati dalle rispettive banche nazionali (es: Banca d’Italia), che permettessero di effettuare un’analisi quali-quantitativa delle controparti. A partire dal 2008, però, in seguito al fallimento della Lehman, si è palesata l’inefficacia dell’accordo, e ci si è posti «subito» il problema di evitare il contagio e di conseguenza il rischio sistemico. Hanno così pensato che la soluzione fosse quella di rafforzare ulteriormente le banche obbligandole ad una massiccia ripatrimonializzazione.

Aumentare il capitale, per gli azionisti significa dover mettere mano al portafoglio e richiedere dei rendimenti che giustifichino l’investimento e, come quasi sempre accade, le banche scaricano tali costi sui clienti persone fisiche e imprese. Si pensi che dal 2008 ad oggi, ad esempio in Italia, gli spread e le commissioni applicate alle imprese sono più che triplicate e non è solo colpa della speculazione, con la conseguenza che le imprese, a parità di ricavi hanno costi maggiori e quindi chiudono l’esercizio con un risultato peggiore. Successivamente, le banche fanno girare i propri modelli di rating, le imprese che hanno chiuso il bilancio con un risultato peggiore risultano più rischiose, l’attivo si degrada ed è quindi necessario procedere con un nuovo aumento di capitale e, se l’azionista non mette di nuovo mano al portafoglio, alla banca non resta altro che dover ridurre il proprio attivo; detto in altre parole, non si può più erogare credito. È così, si innesca quella spirale negativa che oggi stiamo vivendo, dove le banche non prestano più soldi alle imprese in un momento in cui ne avrebbero estremo bisogno per poter guadare il fiume. Il risultato è che, solo in Italia, nel corso di questi tre anni decine di migliaia di imprese sono fallite. Molte probabilmente perché non erano degne di restare sul mercato ,ma, tante altre, solo perché non sono state assistite nel momento di bisogno.

Si pone, perciò,un interrogativo: Basilea è efficace? La risposta, è no; anzi, è un accordo depressivo che funziona solo se applicato in momenti espansivi dell’economia e non in fasi recessive come quella che stiamo vivendo. Senza il supporto del sistema finanziario non esiste crescita nel lungo periodo e quindi non esiste futuro. Fino ad oggi ci si è preoccupati di evitare il rischio sistemico «bancario», senza capire che proseguendo così si può arrivare al collasso dell’intera economia Europea e dell’Euro stesso. Le regole devono cambiare in fretta, permettendo alle banche di ricominciare ad erogare credito alle imprese e se le banche stesse andranno in difficoltà, la Banca Centrale Europea (BCE) dovrà prendersi la briga di continuare ad assisterle erogando credito illimitatamente e svalutando se necessario l’Euro per incrementare la competitività dell’area anche a costo di pagare dazio dal punto di vista inflattivo.

Si esca dall’equivoco che alcuni paesi possano rimanere indenni dalla mancanza di crescita o dall’effetto contagio. È stato sufficiente il default tecnico della Grecia per creare panico sui mercati, figuriamoci se dovesse saltare un paese come l’Italia! I sistemi finanziari Tedesco e Francese detengono svariate decine di miliardi di Euro di titoli Italiani ed un eventuale fallimento dell’Italia porterebbe al collasso di tutta l’area Euro. In questo caso siamo di fronte al cosiddetto: «Too Big to Fail».

In questi anni l’unica preoccupazione della BCE e dell’illustrissimo Presidente Trichet è stata quella della stabilità dei prezzi ed i «favolosi» risultati sono sotto gli occhi di tutti. Oggi è il momento di cambiare marcia e cercare la crescita a qualsiasi costo. Il primo passo da fare è quello di compiere, nel più breve tempo possibile, quelle riforme strutturali dell’Euro che sino ad oggi sono state rimandate.

In tutto questo caos l’Italia, che dal punto di vista finanziario ha tenuto tutto sommato bene, ha però da affrontare un problema più grave, deve far fronte a 30 anni di vizi e mancanza di presa di decisioni.

Fino ad oggi è andata bene, trascinata dalla crescita economica mondiale basata sul consumismo e sul progresso tecnologico, la generazione dell’Italia del dopoguerra ha fatto fortune immense, si è concessa lussi e sprechi, ha vissuto sopra le proprie possibilità pensando che il conto non sarebbe mai stato presentato. L’opinione condivisa fino a qualche anno fa era semplicemente quella di finanziarsi con altro debito. Invece, quel conto salatissimo, fatto di quasi 2000 miliardi di Euro di debito pubblico, oggi che la crisi ha colpito indistintamente tutte le economie avanzate, lo pagherà la generazione dei nati dal 1975 in avanti.

Il Governo Monti è chiamato a fare tutto ciò che la politica non ha fatto negli ultimi 30 anni e purtroppo non ha la bacchetta magica. Fanno sorridere alcuni politici quando dicono: «questo Governo risolva l’emergenza e poi si vada subito al voto». Ammesso e non concesso che le forze politiche presenti in Parlamento appoggino il Governo Monti su tutte le scelte, anche su quelle più spinose che in primis riguardano l’abolizione dei privilegi della politica, credete che poco più di un anno sia sufficiente per uscire dall’emergenza? La risposta, anche questa volta, è no; servirà un decennio di crescita, rigore ed equità per sistemare le cose e per fare ciò, l’unica cosa che deve cambiare è la mentalità degli Italiani. Fin quando si penserà alla politica come soluzione dei problemi individuali e non collettivi, fin quando la politica rappresenterà l’unica via d’accesso alle poltrone che contano, fin quando la politica deciderà le graduatorie di tutti i concorsi pubblici, non esisterà alcuna possibilità di raggiungere quegli obiettivi che il Governo Monti, almeno a parole, si è posto.

Il Governo Monti, ha di fronte a sè sfide durissime che solo in parte è in grado di risolvere, perciò, mentre l’Eurotower ed il Parlamento Europeo dovranno adoperarsi nello spinoso compito di trovare una soluzione al problema della crescita, l’Italia con il Governo Monti deve tentare di fare tutte le riforme necessarie per portare a compimento gli obiettivi che si è dato. Quali? Scriverle tutte sarebbe impossibile per cui vengono indicate le principali:

Riduzione della spesa pubblica improduttiva:
cancellazione dei vitalizi dei parlamentari;
incremento dall’8 al 33% dei contributi versati dai parlamentari;
riduzione del numero di parlamentari e limitazione degli anni di permanenza in Parlamento;
riduzione delle auto blu ai soli parlamentari, presidenti delle regioni e sindaci di città con oltre centomila abitanti;
cancellazione graduale delle provincie, comunità montane e accorpamento dei comuni con meno di diecimila/quindicimila abitanti;
blocco delle assunzioni nel settore pubblico e meccanismi di incentivo all’uscita e ricollocamento nel settore privato in modo da evitare la crescita della disoccupazione;
introduzione di parametri di valutazione oggettivi per gli amministratori locali e impossibilità di ricandidatura per coloro che sforano per 2 anni gli obiettivi di pareggio del bilancio;
Riportare la maggior parte del debito pubblico in mano agli Italiani in modo da ridurre gli attacchi speculativi: oggi il 45% del debito, circa 900 miliardi di Euro, è in mani straniere. Tramite un piano di acquisto obbligatorio, sulle nuove emissioni, in funzione del reddito dichiarato per ciascun nucleo familiare, si potrebbero raccogliere ingenti somme nel pieno rispetto del principio dell’equità (chi ha di più rischia di più ma percepisce maggiori interessi) e rappresenterebbe un misura meno impopolare di altre. Basti pensare che se ogni Italiano acquistasse mille Euro di Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) all’anno, rientrerebbero in Italia oltre 60 miliardi di Euro.
Riforma delle Pensioni e del mercato del lavoro:
meccanismi di incentivo basato sulla riduzione dei contributi da versare dopo aver raggiunto l’età pensionabile;
defiscalizzazione completa per le imprese che assumono a tempo indeterminato giovani al di sotto dei 25 anni;

Lotta all’evasione fiscale:
Possibilità di portare in deduzione tutte le spese effettuate in modo da evitare il cosiddetto 100+iva con fattura o 100 senza fattura;
Obbligo di pagamento elettronico, oltre i 100 Euro in tutti gli esercizi commerciali. Tale riforma deve essere, però, accompagnata da un’altra, sulla base del modello americano, atta alla riduzione dei costi fissi di transazione applicati dalle banche agli esercenti;
Introduzione di una lotteria istantanea sull’emissione dello scontrino fiscale, in modo da creare appeal nel richiederlo;
Incrocio tra tenore di vita e reddito dichiarato. La Guardia di Finanza dovrà accertare e verificare la congruità in dichiarazione di tutti quei soggetti che viaggiano su auto di lusso o su yacht;
Impossibilità di intestare barche o macchine di lusso a società che non svolgano come core business quello della nautica o del noleggio;
Parametrizzare, con fattore moltiplicativo, le sanzioni applicate all’imposta evasa in modo da rendere sconveniente evadere. Oggi, spesso, accade che la sanzione è inferiore all’imposta evasa , quindi, è un incentivo all’evasione.
Tassazione del Patrimonio del Vaticano: è inaccettabile che gli immobili del Vaticano, magari messi anche a reddito e situati sul territorio italiano siano esentati da qualsiasi versamento di imposte, quando, ad un comune cittadino che ha una sola abitazione viene invece richiesto di versare una patrimoniale.
Riforma Fiscale e societaria: incremento del numero di aliquote, introduzione del coefficiente familiare e riforma del diritto societario imponendo alle imprese livelli di patrimonializzazione più stringenti in modo da prevenire o quanto meno ritardare eventuali situazioni di crisi di liquidità.

Le cose da fare, come appare chiaro, sono molte e tutte importanti, ma, per ridare credibilità al Paese ed alle istituzioni che lo governano è necessario proporre ai mercati non singole iniziative ma pacchetti di riforme, oggettivamente quantificabili.

Articolo di Alessandro Croce