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Sabato 3 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 11:08 - Lettori online 862
RAGUSA - 03/12/2015
Economia - Sicilia ultima regione in Europa per divario tra ricchi e poveri

I "Paperon de Paperoni" negli Iblei

C’è insomma una economia sommersa, ma non tanto. Il rapporto prende in esame altri comparti Foto Corrierediragusa.it

Ancora un record ed ancora negativo. La Sicilia è l´ultima regione in Europa per il divario tra ricchi e poveri. Un indice di 8,9 tra i mille 182 siciliani che guadagnano più di mezzo milione di euro l´anno e le 250 mila famiglie che sono al di sotto della soglia minima, praticamente povere. E´ questo uno dei dati che emerge dal Rapporto Istat Bes 2015 (Rapporto Equo e Sostenibile) che fotografa l´economia del Paese e delle varie regioni. Dal Rapporto Bes si deduce che il territorio ibleo è quello dove si sta meglio. Nel Ragusano infatti ci sono contribuenti affluenti, c´è un´economia con punte di eccellenza e un ambiente discretamente sostenibile. Anche i dati di Riscossione Sicilia parlano di un territorio dove gli yacht e le barche di lusso non sono una eccezione, dove la punta di diamante dei contribuenti è un imprenditore nel campo della bioagricoltura che ha dichiarato otto milioni al fisco, solo dopo un catanese che ne ha dichiarati dieci. C´è insomma una economia sommersa, ma non tanto. Dice Antonio Fiumefreddo, direttore di Riscossione Sicilia: "Il Ragusano è in forte espansione. La ricchezza aumenta ma non c´è ostentazione come a Catania e Messina. Non si vedono fuoriserie e yacht e i ricchi tengono un profilo basso". A Ragusa c´è il più alto numero di contribuenti, dopo Palermo, con mezzo milione di reddito pro capite e d´altronde basta fare un giro per le località costiere, i locali alla moda o i centri barocchi per vedere auto di lusso in fila. Significherà pur qualcosa la teoria di Bmw, Mercedes e Audi, e qualche Ferrari in mezzo, parcheggiate. Riscossione Sicilia ha ancora un lavoro da fare perchè i conti aperti sono ancora molti.

La Sicilia in tutta l´Europa sta dietro alla Romania, indice 8, alla Campania, 7,6 mentre in Italia il divario si attesta al 5,8. La diseguaglianza tra il 20 per cento dei ricchi e il 20 dei poveri è aumentata con l´incalzare e il permanere della crisi e l´Istat non vede mutamenti strutturali per la Sicilia. Chi era ricco lo è diventato ancora di più, chi era povero ha dovuto stringere i denti più di quanto non facesse prima. Qui c´è chi viaggia in Ferrari o veleggia su yacht da 30 metri e chi deve fare invece i conti con pane, scarpe e spesa. Il reddito por capite dei siciliani, ricchi compresi, si attesta dunque su un modesto 12 mila 932 euro, ben 5 mila in meno della media nazionale.

Quel che salva la Sicilia e non la fa esplodere secondo gli analisti dell´Istat è quel sommerso fatto di solidarietà familiare che si concretizza nelle pensioni sociali dei nonni, nelle case di proprietà, ii qualche appezzamento di terreno che produce un minimo di reddito. La famiglia allargata salva così le famiglie meno abbienti ma il problema è fino a quando tutto questo potrà durare con l´incalzare della modernità. Servono riforme, servono investimenti, serve innovazione da parte delle imprese. Perchè, come riferisce l´Istat, chi si è rinnovato ed ha innovato anche in questi anni si è salvato ed ha cominciato a correre o comunque ad essere competitivo.

Il Rapporto Bes 2015 dell´Istat guarda anche ad altri campi, nel dettaglio:

SALUTE: L’Italia ha un livello di speranza di vita tra i più elevati in Europa – al primo posto con 80,3 anni per gli uomini e al terzo per le donne con 85,2 – e la longevità continua ad aumentare. La mortalità infantile scende ancora – siamo a 30 decessi ogni 10mila nati vivi – come pure la mortalità per incidenti da mezzi di trasporto dei giovani – 0,8 vittime ogni 10mila residenti – e quella per tumori maligni tra gli adulti (8,9 decessi per 10mila residenti). Il Mezzogiorno vede aumentare il proprio svantaggio nella speranza di vita (81,5 anni per il Mezzogiorno contro 82,5 anni per il Nord), nella qualità della vita (55,4 anni di speranza di vita in buona salute per il Mezzogiorno contro 60 anni per il Nord), nella mortalità infantile, nella salute fisica e psicologica e nei fattori di rischio legati agli stili di vita (sedentarietà, eccesso di peso e scorrette abitudini alimentari).

ISTRUZIONE E FORMAZIONE: L’Italia presenta un forte ritardo su istruzione e formazione rispetto alla media dei paesi europei, ma nell’ultimo anno l’incremento di diplomati e laureati, insieme con quello delle persone che hanno svolto formazione continua e alla significativa riduzione del tasso di abbandono precoce degli studi, hanno ridotto il divario che ci separa dal resto dell’Europa. Le differenze a sfavore del Sud sono profonde, e sono imputabili anche alle carenze del sistema scolastico. In Italia la classe sociale di provenienza continua a condizionare pesantemente la riuscita dei percorsi scolastici e formativi dei ragazzi. Il titolo di studio conseguito continua a rivestire un ruolo cruciale per la partecipazione al mercato del lavoro e la laurea ha difeso di più dagli effetti negativi della crisi.

LAVORO: L’Italia continua a caratterizzarsi in Europa per la forte esclusione dei giovani dal mercato del lavoro, a fronte della continua crescita del tasso di occupazione degli ultracinquantacinquenni. Sebbene l’allungamento dei percorsi formativi ritardi l’ingresso nel mondo del lavoro, la diminuzione deltasso di occupazione per i giovani dipende soprattutto dalla difficoltà a trovare un impiego, specie se continuativo nel tempo. La condizione dei giovani è aggravata da una peggiore qualità del lavoro e da una maggiore paura di perderlo. Aumenta inoltre lo svantaggio del Mezzogiorno, l’unica area territoriale, dove l’occupazione diminuisce anche nel 2014 (tasso di occupazione al 45,3%) e dove è più bassa la qualità del lavoro.

SICUREZZA: La criminalità predatoria, in deciso calo a partire dagli anni ’90, ha invertito la tendenza registrando un forte aumento soprattutto negli anni di crisi economica. I furti in abitazione, raddoppiati in 10 anni, sono ora stabili (17,9 per 1.000 famiglie) ma lontani dalla situazione precedente gli anni 2000. Anche le rapine si sono stabilizzate nel 2014 (1,5 per 1.000 abitanti), mentre i borseggi sono in lieve aumento. Emergono segnali positivi ma sono ancora troppo deboli per indicare un miglioramento. L’Italia è il Paese europeo con il più basso tasso di omicidi (0,8 per 100.000 abitanti), grazie al trend discendente degli ultimi anni. La progressiva diminuzione degli omicidi ha interessato soprattutto quelli commessi da uomini su persone del loro stesso sesso, piuttosto che quelli degli uomini contro le donne. Miglioramenti emergono per la violenza fisica, sessuale e psicologica contro le donne. La percentuale di coloro comprese tra i 16 e i 70 anni che hanno subito violenza fisica negli ultimi 5 anni é scesa dal 7,7% del 2006 al 7% del 2014; mentre per chi è stata oggetto di violenza sessuale dall’8,9% al 6,4%. La diminuzione è trasversale, riguarda anche la violenza da parte dei partner (dal 6,6% nel 2006 al 4,9% del 2014) soprattutto le forme meno gravi. Non risultano intaccate le forme più gravi di violenza, come stupri e tentati stupri (stabili negli anni).

BENESSERE SOGGETTIVO: Nonostante il Paese non si sia ancora affrancato dalla crisi, nel 2014 cresce l’ottimismo verso il futuro (dal 24% di persone di 14 anni e più che ritengono che la loro situazione migliorerà nei prossimi 5 anni nel 2013 al 27% nel 2014). I giovani, che si confermano il segmento più ottimista, presentano il maggiore incremento positivo nonostante siano stati tra i soggetti sociali più colpiti dalla crisi. Inoltre le differenze territoriali si riducono per effetto della quota di pessimisti che diminuisce di più nei contesti territoriali in cui era più rilevante: nel Mezzogiorno passa da 23,9% nel 2013 a 19,3% nel 2014. L’incertezza generata da una crisi lunga e intensa sembra rendere i cittadini ancora cauti, pur con una quota consistente di persone che valuta la soddisfazione per la propria vita molto elevata (35,4%).


PAESAGGIO E PATRIMONIO CULTURALE:
Perdurano forti disuguaglianze regionali nella tutela dei beni comuni, e in particolare del territorio; un altro effetto della crisi è la sopravvivenza dell’abusivismo edilizio, in proporzioni senza riscontro nelle altre economie avanzate. Nel 2014, ogni 100 costruzioni autorizzate, ne sono state realizzate 17,6 abusive in tutta Italia, e più di 40 nel Mezzogiorno. La spesa dei comuni per la gestione del patrimonio culturale è di 10,1 euro pro-capite a livello nazionale nel 2013, nel Mezzogiorno scende a 4,3. Alla crisi si collega anche una forte contrazione degli investimenti nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio culturale. Nonostante la tenuta complessiva della spesa pubblica, va ricordato che gli attuali livelli di investimento sono inadeguati in rapporto all’eccezionalità del patrimonio culturale italiano e alla media dei paesi europei: l’Italia spende lo 0,3% del Pil, contro lo 0,8% della Francia e lo 0,5% della media Ue.

AMBIENTE: Aumenta la disponibilità di aree verdi urbane a disposizione dei cittadini: nei comuni capoluogo coprono il 2,7% del territorio nel 2013 (+0,7% sull’anno precedente), si tratta in media di 32,2 metri quadrati per abitante. Si riduce l’inquinamento dell’aria indiverse città, infatti nel 2014 passano da 44 a 35 i comuni capoluogo dove il valore limite per la protezione della salute umana previsto per il PM10 viene superato per più di 35 giorni. Cresce l’energia prodotta da fonti rinnovabili, che raggiunge il 37,3% del totale nel 2014 dal 33,7% dell’anno precedente, e anche le famiglie sono sempre più sensibili al tema dell’efficienza energetica: 22 su 100 hanno investito denaro negli ultimi cinque anni per acquistare nuovi impianti e apparecchi per razionalizzare il consumo. Si contraggono le emissioni di gas serra (sotto le 8 tonnellate di gas CO2), anche come conseguenza della crisi economica. È ancora evidente però, la necessità di interventi sostanziali sul territorio per la tutela e la gestione dell’ambiente.