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Domenica 9 Dicembre 2018 - Aggiornato alle 23:12
RAGUSA - 14/04/2014
Economia - L’analisi sociale, politica ed economica dell’ultimo trentennio

Continua inesorabile il lento declino del "Modello Ragusa"

La continua invasione delle megastrutture commerciali costituisce un vero manuale dell’economia dell’errore e dell’orrore Foto Corrierediragusa.it

Esiste ancora il "modello Ragusa"? Il vasto e diffuso tessuto di piccole e medie imprese , che nell´ ultimo trentennio era stato il vanto dell´area iblea, si sta lentamente sfaldando sotto i colpi della crisi e della colpevole inazione della classe politica. Ancora nel 2004 l´ Unioncamere definiva l´economia ragusana un modello virtuoso da imitare . Oggi un silenzio assordante copre l´ inarrestabile declino dell´ economia locale, che ogni giorno perde pezzi importanti delle sue strutture produttive. Una deindustrializzazione strisciante rischia di desertificare il territorio, con ricadute pesantissime sui livelli occupazionali e sulle condizioni di vita della popolazione. Stiamo ritornando lentamente "sud" del sud , riaffiorano le antiche arretratezze, mentre la politica locale si gingilla in polemiche personali, in lotte di potere, nelle consuete e tristi contese per le poltrone del sottogoverno. Lotte inutili , che allontanano i cittadini dalla politica, mentre il "vuoto sociale" si allarga attorno a noi. L´ Agricoltura e´ la prima grande malata, colpita a tradimento dalla doppia tenaglia della concorrenza sleale e della frantumazione aziendale. Dopo il boom della "fascia trasformata" degli anni 1955-1985, nessuna seria programmazione a livello regionale e provinciale ha saputo difendere il settore ortofrutticolo dalla similare produzione dei Paesi Terzi del Mediterraneo, che anzi sono stati incoraggiati ad invadere il mercato italiano in cambio di contratti di forniture per le industrie settentrionali. Fiat, Pirelli, Eni, Telecom e Finmeccanica hanno fatto affari lucrosi a danno dei nostri produttori agricoli "spiazzati" dai pomodori marocchini, dalle arance spagnole, dai carciofi egiziani, dai vini tunisini che entrano nei circuiti della grande distribuzione. Nel triangolo Vittoria-Comiso-Acate le domande di disoccupazione sono raddoppiate nell´ultimo quinquennio, nè diversa appare la situazione a S.Croce, Scicli, Ispica. Uguale penalizzazione ha subito il comparto lattiero-caseario e dell´allevamento zootecnico, cuore pulsante dell´altopiano tra Ragusa e Modica, schiacciato dalle multe delle quote-latte, da prezzi imposti miserrimi e da un assurdo contingentamento che favorisce in modo sfacciato gli allevatori del Nord.
Mi chiedo cosa ha fatto la Regione Siciliana in tutti questi anni, quali interventi hanno sollecitato i nostri "onorevoli" al Ministero delle Politiche agricole, quali risultati hanno ottenuto i rappresentanti siciliani al Parlamento Europeo? Soprattutto quali incentivi sono stati offerti per favorire la concentrazione aziendale e superare attraverso strutture consortili l´eccessiva polverizzazione delle microaziende, che non hanno alcun potere di difesa di fronte alle grandi Catene di distribuzione, monopoliste della domanda di prodotti agroalimentari? Per i Distretti agricoli siamo ancora agli albori. La burocrazia regionale procede a passo di lumaca, e le nostre campagne agonizzano.

Edilizia, Industria e Commercio hanno rappresentato tre pilastri strategici dell´ economia iblea, ma oggi sono alle corde per l´ intreccio perverso del crollo della domanda, della riduzione dei lavori pubblici e delle difficoltà ad attingere al credito bancario. I distretti produttivi dell´alluminio, del marmo e della pietra, del legno e dell´arredamento registrano oggi arretramenti nei livelli di export per il nanismo delle imprese e la sottocapitalizzazione degli impianti, a fronte di un´agguerrita competitività internazionale. In questi vent´anni Regione e Provincia non hanno mosso un dito per favorire l´internazionalizzazione delle imprese e la formazione di Consorzi per le piccole industrie, nè mi pare abbiano brillato per risultati conseguiti le organizzazioni datoriali, come ad esempio Confindustria e Cna. Gli sforzi pur lodevoli della sola Camera di Commercio non potevano certo bastare a fronteggiare la crisi. D´altra parte i Comuni con strumenti urbanistici obsoleti o addirittura mancanti ( chi non conosce le vicende kafkiane dei Piani Regolatori ? ) non hanno sostenuto con adeguate misure fiscali la riconversione dell´edilizia dal "mattone nuovo" alla ristrutturazione dell´antico patrimonio immobiliare, di fatto perpetuando la corsa alla speculazione dei suoli . Come ha denunciato l´Ance, le imprese edili in provincia sono diminuite da 1700 a poco più di 1000 con migliaia di operai disoccupati :la recente chiusura della "Tidona Prefabbricati" a Ragusa ( oltre cento operai licenziati ) conferma la gravità della negativa congiuntura.
La continua invasione delle megastrutture commerciali costituisce infine un vero manuale dell´economia dell´errore e dell´orrore : nella provincia della piccola proprietà terriera e delle piccole imprese si è trapiantato il modello "esterno" degli iperdiscount e dei superstore , che hanno cancellato l´artigianato di qualità e gli esercizi commerciali dei centri storici. Il nostro Barocco e i nostri monumenti perdono così attrattività per i turisti, che percorrono le vie delle nostre città sempre più omologate da pizzerie e fast-food ma sempre più vuote di botteghe e negozi .

Nel 2004 la disoccupazione nella provincia iblea non superava l´8% e il "modello Ragusa" faceva scuola all´Università come prototipo di sviluppo locale autocentrato e "sostenibile". Oggi gli indici Istat ci danno tassi di disoccupazione superiori al 20%, con punte che raggiungono il 50% per donne e giovani in cerca di lavoro. Una catastrofe, a cui nessuno riesce a trovare rimedio. In dieci anni abbiamo assistito allo sgretolamento di un sistema economico, nella quasi totale indifferenza di una classe dirigente inefficiente ed incompetente. Ora non possiamo certo perdere un altro decennio in chiacchere e propaganda inutile. Bisogna ripartire subito: dai Comuni, dalle nostre città, dai nuovi Liberi Consorzi,da una Regione liberata da governanti confusionari e chiaccheroni , per progettare ed applicare strumenti efficaci di sviluppo locale. E soprattutto formare una nuova classe dirigente colta e competente, in grado di rappresentare a livello nazionale ed europeo le istanze di crescita e di autogoverno del territorio.