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Sabato 3 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 10:31 - Lettori online 1449
RAGUSA - 30/03/2012
Economia - Le diseguaglianze sociali e fiscali della nostra economia spiegate da un ufficiale della Guardia di Finanza

Onesti e disonesti: perché si evade, si elude e si froda?

La molla dell’evasione va ricercata sulla «quantità di imposta da pagare», cioè su quella quantità di ricchezza prodotta di cui l’erario s’impossessa. Più tale percentuale è alta, più aumenta la percezione di comportamenti evasivi da parte dei contribuenti, caratterizzati da variegate opportunità di occultamento del reddito

Evasione fiscale, un tema attualissimo mentre attraversiamo un momento di recessione economica senza precedenti. Il capitato della Guardia di Finanza Salvatore Cannizzo, attraverso una profonda analisi socio economica e fiscale inviata al nostro giornale, che volentieri pubblichiamo, spiega perché l’italiano è cittadino «risparmioso» anche quando deve pagare le imposte.

«La questione fiscale, nella sua portata equitativa e di giustizia sociale, rappresenta in Italia una delle grandi questioni nazionali che, per taluni studiosi, è ben al di là dall’essere debellata o avviata a una risoluzione.

Taluni suddividono i contribuenti in due categorie: «onesti» e «disonesti»; altri, in altrettante categorie: «chi può» e «chi non può» evadere.

Ritengo esista una variabile in tutto ciò, quella che fa riferimento alla natura dell’uomo e alla mancanza di una definita e strutturata educazione alla cittadinanza rivolta non solo al contribuente propriamente inteso, ma anche al cittadino.

E’ certo che per natura, l’uomo rivolge particolare attenzione a ricercare e valutare la convenienza economica di una scelta in funzione del trattamento tributario che da essa si origina, rimuovendo il presupposto dell’obbligazione. Alla radice della scelta trova sede il risparmio; il cittadino italiano è certamente persona «risparmiosa», a volte anche delle imposte. Così facendo, egli pone in essere un comportamento cosciente che consiste nell’effettuare una scelta «economicamente vantaggiosa», rispetto alla maggiore onerosità.

La differenza che riveste il risparmio d’imposta, la rimozione del tributo (sia essa positiva o negativa), l’elusione, l’evasione e la frode fiscale è fortemente sostanziale, e non soltanto lessicale.

Per il legislatore, il risparmio d’imposta diviene operazione lecita (consentita e moralmente accettata) nella misura in cui essa è ammessa dalle norme fiscali, che prevedono la possibilità riconosciuta al contribuente di «scegliere un minore carico tributario; è il caso di milioni di contribuenti che annualmente si cimentano nella compilazione del modello dichiarativo tra deduzioni, detrazioni, ripartizione di godimenti agevolativi, scelta di regimi contabili, eccetera.

Il risparmio d’imposta illecito consiste, invero, nel porre in essere a cura del contribuente tutta una serie di comportamenti contabili e fiscali «mirati» a rappresentare una realtà difforme dal vero.

Siffatto comportamento, si badi bene, non è perseguibile solamente dall’impresa: esso può interessare anche il contribuente persona fisica, qualora alleghi al modello dichiarativo fatture (mediche, ristrutturazioni, ecc.) non vere, in tutto o in parte, di spese ammissibili di deducibilità dal reddito.

Si vuole evidenziare che la documentabilità di fatture/ricevute di cui si è tenuto conto anche nel modello dichiarativo per le persone fisiche, in tutto o in parte non rispondenti alla realtà che li ha generati, costituisce risparmio d’imposta illecito, le cui conseguenze riflettono violazioni non solo di natura amministrativa, ma anche di rilevanza penale.

In presenza di un contribuente titolare di posizione Iva, sia esso a carattere individuale che societario, il risparmio d’imposta illecito si colora anche di scritturazioni e annotazioni contabili sui registri e libri, che producono l’effetto di contribuire a evidenziare minore carico tributario rappresentato dai vari passaggi di registrazione riportati sui registri e libri tenuti e istituiti ai fini della contabilità. Non v’è dubbio che di fronte al contribuente-impresa l’attività di controllo ispettivo (di competenza della Guardia di Finanza, dell’Agenzia delle Entrate e dell’Agenzia delle Dogane) si presenta più articolato e complesso, dovendosi procedere a inficiare le metodologie contabili e fiscali che quel tipo di azienda ha posto in essere per raggiungere il fine evasivo.

A differenza dell’elusione, dell’evasione e della frode fiscale, la rimozione del tributo, che consiste nel distogliere (togliere di mezzo) il presupposto impositivo, secondo taluni teorici della scienza delle finanze, si distingue in:

- rimozione negativa, allorquando il contribuente, in presenza di un’imposta fortemente progressiva, riduce o contiene (come reazione legittima) il proprio potere d’acquisto di beni e servizi. Tale fenomeno finanziario determina danno alla finanza pubblica causando una diminuzione del gettito tributario e diffonde effetti negativi per lo sviluppo economico del paese, a seguito della contrazione della domanda e degli investimenti.

- rimozione positiva, laddove l’elevata pressione fiscale rappresenta incentivo alla produzione e agli investimenti, ciò giustificato dalla considerazione che il contribuente aumenta il processo produttivo aziendale per recuperare il «range» emerso dalla diminuzione del reddito causa il maggior prelievo d’imposta.

Comunque, è comune opinione prevalente che un eccesso dell’onere fiscale difficilmente genera stimolo allo sviluppo economico, concorrendo, anzi, ad alimentare forme di illecito e doloso risparmio d’imposta.

L’elusione (nota anche evasione legale) presuppone da parte del contribuente «l’aggiramento» della norma fiscale, a volte imprecise o di dubbia interpretazione in merito alla concreta applicabilità, ovvero «approfittando» di lacune o permissività delle leggi tributarie per casi di imperfezione.

Pertanto, pur costituendo risparmio d’imposta illecito, l’elusione fiscale origina da carenze normative cui spetta al legislatore porvi rimedio in modo chiaro, lineare e incisivo, allo scopo di evitare il più possibile interpretazioni di comodo, che contribuenti più scaltri percorrono. La fattispecie elusiva, la cui casistica è varia ed eterogenea, impedendo il sorgere, in tutto o in parte, del presupposto impositivo attraverso l’uso mirato di interpretazioni più favorevoli al contribuente, tende a far rientrare la relativa capacità contributiva sotto una differente configurazione giuridica, apportando una minimizzazione del carico tributario. Per taluni studiosi, l’elusione fiscale diviene condivisibile, lecita e doverosa quando il comportamento teso a minimizzare il costo fiscale produce effetti sulla riduzione del costo finale del bene o del servizio reso, ma, di contro, non è ammissibile che il contribuente più scaltro abusi dell’aggiramento della norma fiscale per finalità evasive. In merito, paletti per i contribuenti più scaltri sono contenuti nel disposto dell’articolo 37 bis del DPR 600/73, che tratta le disposizioni antielusive.

Sicuramente è più agevole definire l’analisi dell’evasione, consistente nell’inadempimento dell’obbligazione fiscale da parte del contribuente (fare ciò che la legge vieta di fare ovvero non fare ciò che la legge impone di fare). Evasore fiscale è colui (persona fisica o giuridica) che volontariamente si sottrae, in tutto o in parte (dando origine al concetto di evasore totale o parziale), al pagamento delle imposte (nella sua accezione più ampia), essendovi obbligato. E’ una forma di resistenza all’imposizione tributaria che si realizza attraverso atti o comportamenti qualificati dalla legge come illeciti.

A voler essere sereni, in realtà la locuzione «evasore fiscale» ha una valenza più socio-politica che giuridica e viene da chiedersi: si evade per atavica e borbonica paura del fisco oppure, come sostengono taluni sociologi, per silenziosa rivolta verso l’esecrato sistema ritenuto iniquo?

E’ indubbio che la molla dell’evasione va ricercata sulla «quantità di imposta da pagare», cioè su quella quantità di ricchezza prodotta di cui l’erario s’impossessa. Più tale percentuale è alta, più aumenta la percezione di comportamenti evasivi da parte dei contribuenti, caratterizzati da variegate opportunità di occultamento del reddito.

Al di là delle molteplici posizioni circa la natura fenomenologica dell’evasione fiscale, un dato comunque sembra incontrovertibile: l’esistenza di «sacche» di contribuenti particolarmente privilegiati, che sfruttano margini di manovra nella determinazione della ricchezza da dichiarare di fronte al prelievo tributario

Ma è anche dal punto di vista «etico» che l’evasione va aggredita e combattuta: è necessario avviare percorsi di legalità e percorsi formativi anche nelle scuole, discussioni e convegni sul valore etico dell’evasione, muovendo dalla constatazione che l’evasione produce ricchezza solo per pochi e per chi può evadere, scaricando a valle povertà sociale per tutti gli altri cittadini.

Certo che parlare o avviare una discussione in tema di evasione fiscale probabilmente non costituisce motivo stimolante per nessuno: troppo scostante e spigolosa si presenta la materia. Eppure, spesse volte capita di «arrabbiarci… col mondo intero» non ritenendo equo, né giusto, né rispettoso, degli e verso gli altri, dover ammettere che i furbi sociali godono di impunità tributaria, in contrasto tra la ricchezza apparente e la ricchezza dichiarata.

Probabilmente, il «pagare tutti per pagare di meno» andrebbe capovolto nel «pagare di meno per pagare tutti». La discussione va posta alla radice della società civile: la scuola, quale primario e basilare veicolo d’istruzione e crescita sociale del cittadino, andrebbe maggiormente coinvolta nella educazione civica del cittadino-contribuente.

E’ necessario comprendere e veicolare che l’evasore fiscale gode di almeno 4 privilegi:

1. non paga il dovuto;
2. si pone sul mercato in termini fortemente concorrenziali rispetto a colui che osserva la legge, alterando così la libera concorrenza;
3. sfrutta e gode dei servizi collettivi;
4. gode di attività premiali attraverso condoni e istituti deflattivi di vario genere.

E non va dimenticato, oltremodo, che i danni causati dall’evasione riverberano effetti finanziari, economici e sociali:

- danni finanziari, in quanto riducono il gettito tributario e mettono a rischio il raggiungimento degli obiettivi di spesa pubblica;

- danni economici, poiché talune forme di evasione (si pensi alla costituzione di capitali all’estero o in paradisi fiscali) sottraggono ricchezza all’economia nazionale a scapito di nuovi investimenti per la creazione di posti di lavoro;

- danni sociali, perché la mancata realizzazione di una migliore giustizia sociale ed equità fiscale, di fatto modificando la ripartizione del carico tributario, viene a gravare su quella generalità di contribuenti «che non vogliono o non possono» sottrarsi al pagamento delle imposte, accentuando cause di disgregazione sociale, malcontento, conflitti e sfiducia nelle Istituzioni Pubbliche, volendosi addebitare ad esse la responsabilità dell’inefficienza dei servizi pubblici e dello spreco del pubblico denaro.

Infine, la frode fiscale. Essa presuppone l’inganno, l’artificio, il comportamento cosciente e volontario di manifestare una verità giuridica-contabile-fiscale diversa dalla realtà fattuale.

La frode (non soltanto quella fiscale, ma si pensi anche a quella alimentare o sanitaria) viola espressamente la legge, in quanto è manifesta espressione di «prepotenza». La legge controbilancia il danno considerandola reato. Comunque, ciò che rileva nella frode non è tanto la volontà a delinquere, quanto la «condotta», cioè il mezzo, il modo, il comportamento fraudolento capace di «ingannare» l’Amministrazione Finanziaria per quella a valenza tributaria, i cittadini per le ricadute sociali.

Questa forma di perniciosa e fraudolenta alterazione della realtà ha assunto oggi portata di danno non solo per l’Erario nostrano, ma procura preoccupazione (e non poco) anche al legislatore comunitario, perché va a erodere l’entità del bilancio UE. In conclusione, alla formazione di una ricchezza nomade non sono estranei i fenomeni evasivi, a volte anche di portata comunitaria e mondiale».

Fine della prima puntata