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Sabato 3 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 16:41 - Lettori online 613
COMISO - 28/07/2016
Economia - Parla l’ex direttore degli aeroporti di Malpensa e di Rimini

Aeroporto di Comiso troppo in chiaroscuro

L’analisi riguarda anche l’operatività degli ultimi tre anni che è costata 15 milioni di euro Foto Corrierediragusa.it

Dopo il rinnovo del Cda della Sac tocca a quello della Soaco, scaduto lo scorso 31 dicembre. L’appuntamento è stato rinviato di mese in mese in attesa che la Sac, che detiene la maggioranza in seno a Soaco, facesse chiarezza al suo interno. L’avvento di Daniela Baglieri, comisana, alla presidenza della Sac e di Ornella Laneri quale Ad potrebbe risultare decisivo in un momento delicato per la vita dello scalo comisano che ha bisogno di strutturarsi e dotarsi di un progetto che vada ben al di là della conta dei passeggeri in transito. Proprio sullo stato di salute del Pio La Torre fa sentire la sua voce l’ex direttore degli aeroporti di Malpensa e di Rimini, Gianni Scapellato, che è stato anche consulente per il comune di Comiso per l’iter della progettazione dell’aeroporto e la sua realizzazione. L’analisi di Scapellato è impietosa e parte dalla constatazione che il «La Torre» perde due milioni di euro l’anno che impongono subito l’immissione di liquidità nel prossimo bilancio. Scrive Gianni Scapellato: «Il totale delle disponibilità liquide al 31 dicembre 2015 è pari ad appena 2 milioni. Vero è che la Soaco non ha debiti finanziari, ma difficilmente penso possa trovare qualche finanziatore non evidenziando alcuna capacità di rimborso dell’eventuale debito. Il rapporto con la Sac di Catania, attraverso il socio di maggioranza Intersac, mette in evidenza cospicue dotazioni tecniche in uso, calcolate chissà come per un valore di circa 40 milioni di euro, con elevati costi sostenuti per l’utilizzo delle medesime. Di fatto Soaco non ha nel proprio patrimonio né le attrezzature di rampa, né il personale operativo addestrato e certificato su tali attrezzature, essendo le une e gli altri in «affitto» da una società in proprietà della Sac. E l’affitto costa parecchio, mediamente 5 milioni di euro l’anno, 4,5 milioni per la precisione nel 2015».

L’analisi di Scapellato riguarda anche l’operatività degli ultimi tre anni che è costata 15 milioni di euro pur se Soaco non può contare nel proprio patrimonio di attrezzature, personale operativo addestrato e certificato perchè è tutto in affitto dal suo socio di maggioranza. Emerge anche la totale assenza nel campo del cargo che doveva essere strategico per un territorio ad alta vocazione agricola e quindi nella necessità di esportare merci verso i mercati del nord con servizi celeri garantirti proprio dal vettore aereo. Il punto nodale, tuttavia, ritorna ed è il peccato originale della nascita di Soaco in quanto la società di gestione è figlia minore di Sac, che gestisce Fontanarossa. Un rapporto difficile anche se formalmente corretto che non ha portato investimenti strutturali nello scalo comisano.

Dice ancora Scapellato: «L’autonomia di gestione commerciale di Soaco è assente ed essa pare asservita e assorbita dalle strategie prioritarie di Sac. L’attenzione spasmodica data esclusivamente alla quantità di passeggeri transitati, ovviamente con alte percentuali poiché la base di partenza è zero, distrae dall’analisi del Business Model, che appare fallimentare».

Per Scapellato quindi Comiso soffre dunque di una crisi identitaria e il suo business è confuso e senza prospettive. Dice ancora Gianni Scapellato: «Di fatto non è assolutamente chiaro come oggi si possa definire la data del 2019 quale punto di pareggio, o se si vuole di pareggio, poiché dal bilancio e dalle risorse finanziarie tale data non è raggiungibile dalla società. Serve un cambio di passo e una visione più ambiziosa che necessita di un serio Piano Industriale per definire l’adeguatezza o meno dell’attuale livello infrastrutturale e delle dotazioni tecniche. Si è messo per anni la polvere sotto il tappeto ma oggi non è più possibile. Prima si stabilisce cosa fare, poi - conclude - come e chi lo deve fare». La sfida del nuovo Cda sta tutta qui ma non è semplice.