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Martedì 20 Febbraio 2018 - Aggiornato alle 14:54
COMISO - 13/10/2012
Economia - La testimonianza di Salvatore Iapichella

Crisi agricola in provincia, parla un imprenditore

"E’ stata proprio la politica a danneggiare la nostra agricoltura" Foto Corrierediragusa.it

«L’agricoltura muore ma la colpa non è nostra». Salvatore Iapichella (foto), imprenditore agricolo, analizza le cause della lenta morte del’agricoltura siciliana.

Iapichella non è uomo politico, né ha appartenenze. È solo uno dei tanti che non può più sostenere i costi dell’impresa che ha.

La Sicilia ha ottimi prodotti agricoli, come mai non aggredisce fette di mercato più vaste?
«I nostri prodotti sono ottimi e sarebbero concorrenziali. Sono i prezzi, scaturiti dai costi a non esserlo. La politica a tutti i livelli, specialmente quella dell’Ue, ha favorito una concorrenza sleale che proviene dai paesi maghrebini, dalla Spagna, ora anche dalla Cina, dove non solo la mano d’opera ha costi bassissimi, ma in alcuni paesi, è anche consentito l’uso di fitofarmaci ad alta concentrazione. Questo permette di effettuare meno trattamenti e di investire meno sui fitofarmaci".

La Sicilia dispone ancora di circa 4 miliardi di euro di finanziamenti che potrebbero essere aggrediti fino al 2013. Come mai non presentate progetti per innovazioni nel comparto agricolo?
«E’ al contrario. Molti di noi hanno avuto finanziamenti per investimenti innovativi, per il 40% a fondo perduto. Il resto lo abbiamo avuto grazie a prestiti bancari, fin quando le banche ci davano fiducia. Ma quando nel mercato sono entrati i prodotti di altri paesi, noi non siamo più riusciti a recuperare le somme spese proprio per quell’innovazione di cui si parla. Lei sa che l’UE ci ha proibito di usare fertilizzanti naturali, come il concime? Questo ci costringe ad impegnare somme enormi in prodotti chimici che, contemporaneamente, inquinano i terreni e le piante».

Però ormai l’ortofrutticolo si riesce ad averlo tutto l’anno.
«Il guaio è proprio questo. Il mercato e le grandi catene di distribuzione, esigono che i prodotti agricoli, ci siano 12 mesi su 12, rincarando tra l’altro i prezzi, dal 100 al 300 per cento. Le faccio un esempio: se il mercato chiede un tipo di pomodoro che resiste un mese, entrano in gioco gli israeliani, padroni indiscussi nella ricerca genetica, e ti trovano un pomodoro che abbia queste caratteristiche. Il cosi detto «ibrido». Ma l’ibrido, diventa sterile dopo un anno e non serve più. Quindi si deve spendere in altre semenze «innovative».

Ma le associazioni di categoria che ruolo hanno?
«Per me, nessuno ormai. Noi siamo stati abbandonati sia dalla politica, sia dalle associazioni di categoria, sia dalle banche».

Secondo lei allora, cosa si potrebbe fare per riportare in vita l’agricoltura?
«Veda, bisognerebbe contrastare le grandi catene di distribuzione, facendo innanzitutto capire ai consumatori, che un prodotto agricolo deve seguire il suo ciclo naturale, bisogna pensare ad un’agricoltura sostenibile, biologica perché solo così si rispetta il terreno, la pianta la natura. Tutto questo abbasserebbe i costi per tutti i motivi che ho esposto. L’agricoltura deve rispettare i cicli naturali e non le richieste di mercato dettate da questa o quella esigenza».

Impresa ardua, cambiare la richiesta di mercato e le sue logiche
«In questo caso, solo la politica credo, ci avrebbe potuto dare una mano, ma fino ad oggi, è stata proprio la politica a danneggiare la nostra agricoltura».