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Sabato 10 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 18:19 - Lettori online 962
TRAPANI - 05/03/2010
Cultura - Catania: presentato il saggio «Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento»

Lucio Villari racconta l’Italia risorgimentale

L’autore e gli storici Giuseppe Barone, Enzo Iachello e Tino Vittorio hanno analizzato l’argomento scarsamente attenzionato dalla classe politica attuale
Foto CorrierediRagusa.it

Lo storico Lucio Villari ha presentato a Catania il suo ultimo libro da titolo: «Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento» (Ediz. Laterza, pagg. 333). L’incontro, che si colloca nell’ampio programma culturale dedicato alle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, è stato organizzato dalla libreria Cavallotto di Catania in collaborazione con lo storico Giuseppe Barone, preside della facoltà di Scienze Politiche etnea.

Diversi i relatori presenti al dibattito nel primo dei due incontri organizzati a Scienze Politiche. Tino Vittorio, ordinario di Storia contemporanea, Enrico Iachello preside della facoltà di Lettere, Giuseppe Barone e lo stesso autore. Moderatore, il direttore del corso di studi di Storia contemporanea Rosario Mangiameli.

Parlare di Risorgimento fa discutere gli storici anche a 150 anni di distanza, riguardo al giusto valore da dare al fenomeno storico ottocentesco e su come procedere ad un’interpretazione degli eventi succedutisi dalla fine del XIX secolo ad oggi.

E’ inevitabile, parlando di Risorgimento, puntare l’interesse sulle battaglie patriottiche combattute a cavallo tra il 1848 e il 1860, attenzionare quell’enorme fenomeno politico che a partire dai primi decenni dell’800 si sviluppò in una multiforme dimensione artistica, poetica e letteraria.

Ma tutto questo, secondo Enrico Iachello non godrebbe purtroppo di una divulgazione adeguata, così come in lento e spento entusiasmo si assisterebbe alla ricorrenza dell’unificazione dell’Italia. Diverso sarebbe invece l’interesse dei francesi per il loro 14 luglio o gli americani per il loro tanto atteso giorno dell’indipendenza. Ciò forse perché il nostro nazionalismo risorgimentale ha assunto connotati distintivi diversi rispetto ai fenomeni rivoluzionari stranieri.

Nel tentativo di raccontare il nostro Risorgimento, l’autore di «Bella e perduta» pone l’attenzione proprio sui giovani, a quei tanti volontari che in nome della Patria misero in secondo piano l’amore per la famiglia e persino per la propria donna amata arruolandosi nei vari battaglioni anti austriaci. Come nel caso del rapporto amoroso e controverso tra Giuseppe La Masa, siciliano e volontario nel 1848, e la sua amata Felicita, figlia della Contessa Carolina Bevilacqua.

Quei volontari che, nonostante le esortazione dei familiari a fare ritorno a casa nel momento in cui gli eventi bellici sembravano segnare in negativo il loro giovane destino, si infervorarono contrariamente al punto d’andare avanti nel perseguire il sogno d’ un’Italia unita. Ecco emergere le figure di un Enrico Dandolo o un Emilio Morosini, come esempi di giovani martiri risorgimentali.

Il libro di Lucio Villari racconta quei momenti storici a tratti tragici, a tratti festosi in modo leggero e scorrevolissimo. Si distingue per la sua originalità espositiva e non da compendio; per la sua originalità tematica.

Una delle figure su cui Villari pone un accento positivo e forte è quella di Massimo D’Azeglio, primo ministro del Regno di Sardegna, quasi come se quest’ultimo assumesse uno spessore politico di gran lunga superiore rispetto allo stesso conte di Cavour o « all’eroe dei Due Mondi». In effetti, dice l’autore, se non fosse stato per D’Azeglio, Cavour sarebbe uscito dalla scena politica per ben due volte e molto prima che il processo d’unificazione si completasse.

Sono gli eroi ad emergere nella loro più viva essenza dal racconto di Villari, come idealizzati in quel processo di recupero d’una virilità della nazione intesa nella triplice forma «dell’onore del coraggio e della sessualità». Una nazione «in fieri» la cui classe maschile veniva fino ad allora etichettata come colma di mollezza ed effeminatezza. E nel recupero dunque, come dice Lucy Riall, «di questo concetto di virilità che gli uomini adulti dimostravano infatti la loro potenza maschile per mezzo della «capacità di imbracciare le armi».

L’anniversario dell’unità d’Italia cadrà esattamente nel 2011 ma l’interesse a festeggiarlo pare stia leggermente planando in sordina visto il quasi disinteresse della classe politica attuale. «Ma a chi, oggi, può interessare il sentire parlare ancora di un internazionalissimo Garibaldi - dice Lucio Villari - che lo stesso presidente degli Stati Uniti d’America Lincoln chiamò a combattere contro gli stati schiavisti del sud in nome dei principi di libertà universale», o un Mazzini che fondatore della «Giovane Italia» esortò migliaia di giovani vite al martirio?».

Se Enrico Iachello accusa le istituzioni per il disinteresse celebrativo, il preside Barone, oratore carismatico e fine ricercatore che conosce bene la storia e vive quotidianamente la politica, le difende. «Perché - dice Barone (allievo dello storico Gastone Manacorda) - la colpa non è delle istituzioni, semmai di quegli storici che appartengono alla nostra stessa generazione poco interessati al periodo storico che va dal 1820 al 1860». Quegli stessi storici che hanno imparato a conoscere il risorgimento considerandolo, come sosteneva Antonio Gramsci, «una rivoluzione passiva» e contribuendo di conseguenza a formare un’Italia dall’identità debolissima.

«Bella e perduta» è un libro che non ha note, appositamente omesse dall’autore per favorire una più autentica ed originale sintesi del suo pensiero sull’unificazione italiana. Dal Nabucco di Giuseppe Verdi lo scrittore trae lo spunto per forgiare lo stesso titolo dell’opera. «Attraverso queste vibrazioni romantiche e con l’emozione di un’epoca contemporanea deve essere rieletto il Risorgimento –afferma l’autore nella premessa - I suoi giovani protagonisti alimentarono una volontà di futuro per gli italiani» con la coscienza di «servire la causa santa della patria, che Garibaldi vedeva impronta sulla fronte dei Mille; e dei tanti altri mille che 150 anni or sono hanno fatto l’Italia unita».

(Nella foto sopra da sinistra, Tino Vittorio, Enrico Iachello, Rosario Mangiameli, Lucio Villari, Uccio Barone)

Lucio Villari terzo da sx con la famiglia Cavallotto