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SCICLI - 25/12/2013
Cultura - Il mestro abbandona le pennellate bianche ed azzurre per lasciare il posto al buio

"L´altra faccia del Mediterraneo" di Guccione

L’artista prende parte al dramma degli sbarchi e lo fa ‘annerendo’ l’azzurro cristallino del mare Foto Corrierediragusa.it

Una tela ricoperta di plastica nera che assume le forme ed i contorni del mare (nella foto). E’ «L’altra faccia del Mediterraneo», l’opera del maestro di Scicli, Piero Guccione, che in quest’occasione abbandona le pennellate bianche ed azzurre per lasciare il posto al buio, alle tenebre, al nero pece. Il Mar Mediterraneo, per secoli simbolo di congiunzione tra i popoli, adesso è simbolo di morte. I tragici sbarchi di migranti di cui le coste siciliane si sono ‘sporcate’ negli anni precedenti e negli ultimi tempi, soprattutto, sono il solo riferimento dell’artista sciclitano in questa tela. «Il quadro ha preso forma circa tre anni fa – racconta Piero Guccione – e già le coste dell’isola avevano conosciuto la sofferenza e il dolore per gli sbarchi che c’erano stati, che però non avevano avuto né la portata né il riscontro mediatico di questi ultimi (allude alla tragedia di Lampedusa e di Sampieri).

Ma già quegli eventi mi avevano toccato così nel profondo che decisi di abbandonare l’azzurro e di sostituirlo, non con un colore più tenue, ma con il nero, il colore della morte». E’ un mare luttuoso quello raffigurato ne «L’altra faccia del Mediterraneo». E lo si capisce anche da quella piccola figura ai piedi della tela che fissa quella pozzanghera di petrolio infinita che ha le sembianze di uno scheletro piuttosto che di un uomo. L’artista prende parte così al dramma degli sbarchi e lo fa ‘annerendo’ l’azzurro cristallino del mare, lasciandone un piccolo grumo in un angolino della tela, ma Guccione non ne fa una questione di dovere. «Gli artisti devono raffigurare quello che sentono, non devono rispondere ad aspettative imposte dai media o dall’opinione pubblica. La mia tela è un omaggio a tutti quei migranti che hanno perso la vita durante la loro traversata, e non è stato un onere, ma una scelta di sentimento».