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ROMA - 11/02/2012
Cultura - L’anniversario di quella storica firma avvenuta l’11 febbraio 1929

Ottantatre anni fa la firma dei Patti Lateranensi

La firma dei patti che sanciranno la Conciliazione fra la Chiesa e lo Stato italiano dopo quasi settant’anni di guerra fredda

Le estenuanti trattative che sfociarono nei Patti Lateranensi tra Regno d’Italia e Vaticano, siglati 83 anni orsono, l’11 febbraio 1929, erano durate trenta mesi. I primi contatti erano stati avviati nell’agosto 1926, con tutta la cautela propria dei preliminari ufficiosi. In precedenza – prima, durante e dopo la prima guerra mondiale – si erano registrate alcune speranze, subito vanificate. Dopo l’ulteriore illusione del 1921 – quando la «Questione romana» era stata riaperta dalla stampa romana (Il Messaggero), cui avevano fatto seguito gli interventi di quasi tutti i giornali italiani e stranieri – tutto si era arenato; è solo a partire dalla metà degli anni Venti che si può parlare di ripresa seria e credibile del cosiddetto balletto diplomatico. Si trattava di una fase difficile, di una trattativa lunga, segreta e che prevedeva – da parte dei protagonisti – equilibrio e pazienza in dosi sovrumane. I personaggi che condussero per trenta mesi tali trattative furono – per la parte vaticana – l’avvocato nobile Francesco Pacelli (fratello del futuro papa Pio XII) e – per la parte del Regno d’Italia – il consigliere di Stato prof. Domenico Barone.

Nel 1927 si era rischiato il fallimento delle trattative a causa della «questione giovanile», già affiorata con la nascita dell’Opera Nazionale Balilla e ora riacutizzata con lo scioglimento dei gruppi sportivi e degli esploratori cattolici (Scauts). Infatti, i fascisti se erano disposti a riconoscere l’Azione Cattolica Giovanile (forte di 200.000 iscritti) quale associazione di fatto, non intendevano ammettere la concorrenza degli Scauts ai Balilla. La stampa italiana, che ignorava completamente ciò che stava dietro alla diatriba tra i gruppi giovanili cattolici e quelli fascisti, entrò a gamba tesa nella vicenda, rischiando seriamente di far fallire le delicate trattative per la «Questione romana». A rimettere ogni cosa al proprio posto, a calmare le acque e a sopire gli attriti insorti – ma molti non capirono – giunse un «Foglio d’ordini» del Partito Nazionale Fascista (il n. 37 diramato il 20 ottobre 1927): vi si leggeva che «nessun nodo vi fu mai nella storia che non sia stato sciolto o dalla forza o dalla pazienza o dalla saggezza». Tale mossa arrivò a chi doveva arrivare al di là del Tevere, per calmare le acque, all’esterno; all’interno, invece, serviva a Mussolini per chiudere la bocca a Giovanni Gentile che sul Corriere della Sera del 30 settembre 1927 aveva espresso tutto il suo laicismo con un articolo piuttosto duro. Dopo un fitto calendario di incontri, nella più assoluta segretezza, si giunse alla fatidica data dell’11 febbraio 1929.

«Lunedì prossimo, 11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes, avrà luogo la firma dei patti che sanciranno la Conciliazione fra la Chiesa e lo Stato italiano dopo quasi settant’anni di guerra fredda». Questa la notizia che cominciò a circolare fin dalla sera del 7 febbraio, che giunse nelle redazioni dei giornali, ma che non veniva confermata né dal Vaticano né dal Governo italiano. Mussolini, addirittura, mise il veto alla sua pubblicazione. L’8 ci fu una smentita, ma il 10 la notizia circolava nuovamente nelle redazioni, confermando che l’indomani sarebbe avvenuto lo storico evento. In seguito si seppe che era stato il cardinale Gasparri a diffondere tali notizie. Intanto, dalle prime ore dell’11 febbraio tutta la stampa italiana e oltre centomila romani stazionavano in piazza San Pietro; ma fino a mezzogiorno non accadde nulla. Poi arrivò la notizia! Infatti, la firma dei patti era regolarmente avvenuta, ma nel palazzo di San Giovanni in Laterano. Nessun giornalista era presente. Tanta segretezza forse è riconducibile alla volontà di Mussolini, preoccupato per la ragione che fino all’ultimo momento le trattative rischiarono spesso di saltare. E’ invece più ragionevole pensare che la scelta del luogo sia da accreditare al Vaticano, in virtù di motivi storico-religiosi: il palazzo Laterano, infatti, è quello più legato alla storia della Chiesa. Lì le prime cerimonie sotto l’imperatore Costantino; lì i primi riti ufficiali della Chiesa riconosciuta; lì alcuni Concili ecumenici di particolare importanza, tra i quali quello del 1215, sotto il papato di Innocenzo III, che stabilì il primato del pontefice romano. E ancora lì per circa un millennio ebbe la sua sede il papato. In ultimo, ma non ultimo, fra i motivi della scelta va messo in conto quello che sulle mura del complesso della basilica del Laterano erano ancora visibili i segni delle cannonate sparate dai militari italiani nel 1870, in occasione della presa di Roma.

Tali condizioni di segretezza consentirono solo a pochi privilegiati di assistere allo storico avvenimento. Mussolini giunse a San Giovanni in Laterano alle 11 precise. Con lui c’era il ministro della Giustizia Alfredo Rocco, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Francesco Giunta, e il Sottosegretario agli Esteri, Dino Grandi. A ricevere il Duce del fascismo c’erano mons. Ercole, l’avvocato Francesco Pacelli e Mons, Borgoncini Duca, il primo nunzio apostolico presso il Quirinale. Il cardinale Segretario di Stato Gasparri li attendeva in cima alle scale, assieme ad uno stuolo di monsignori. Indossava una tonaca rossa. Nella «Sala dei Papi» era stato preparato un grande tavolo coperto da un tappeto. Al centro siedono Gasparri e Mussolini. Alla destra dell’alto prelato sedettero mons. Borgoncini Duca, mons. Pizzardo e l’avvocato Pacelli; alla sinistra di Mussolini, il ministro Rocco e poi i Sottosegretari Giunta e Grandi. Davanti a Gasparri e Mussolini i tecnici dell’Istituto Luce avevano piazzato una macchina da presa. Appena Mussolini se ne accorse si girò verso Alessandro Sardi, responsabile dell’Istituto Luce e gli disse: «Prima di pubblicare devi farmi vedere…, l’avvenimento è troppo importante!». Pochi minuti prima di cominciare la cerimonia, mentre le delegazioni erano già in piedi intorno al tavolo della firma, il Segretario di Stato Gasparri invitò il Capo del Governo italiano ad appartarsi con lui: tutti ammutolirono, si guardavano smarriti, con apprensione si chiedevano se non fosse insorto un qualche ripensamento dell’ultimo minuto. Ben presto ogni dubbio venne fugato: vedevano Mussolini assentire sorridendo e Gasparri che lo ringraziava. Per primo venne firmato il Trattato, quindi il Concordato, poi gli allegati e le mappe predisposte sul tavolo. Alla fine Mussolini prese la parola e parlò di fossati colmati e di incomprensioni risolte. Anche Gasparri pronunciò poche parole commosse: per lui, come per il Duce, quel giorno segnava il coronamento di un lungo e travagliato sogno. Intanto, il capo dell’Ufficio Stampa uscì dal palazzo del Laterano per annunciare a due soli giornalisti che, lasciata Piazza San Pietro, intanto erano arrivati, e alla folla, che s’era radunata, l’avvenuta firma. A mezzogiorno era tutto finito. Mussolini, andandosene, dopo i saluti, ordinò di diramare la notizia dell’avvenuta Conciliazione all’Agenzia Stefani: aveva già predisposto che i giornali uscissero in edizione straordinaria. Nello stesso momento, però la folla sempre più numerosa riunitasi in Piazza San Pietro, appredeva la notizia dall’Osservatore romano, che fu il primo giornale ad uscire in edizione straordinaria. Il cardinale Gasparri aveva predisposto tutto: in tipografia aspettavano solo la notizia che la firma fosse stata realmente apposta per andare in macchina. Gli altri quotidiani della capitale, obbligati a riportare il comunicato dell’Agenzia Stefani, uscirono soltanto nel pomeriggio, con un ampio riassunto del Concordato che poneva fine alla «Questione romana».

Nel secondo dopoguerra, esattamente nella fase costituente, le forze politiche del CLN, per allontanare definitivamente «l’ipotesi di una sorta di garanzia internazionale alla Santa Sede, […] per la quale avevano fatto sondaggi in Segreteria di Stato tanto il governo americano che quello irlandese, con esito per loro non incoraggiante da parte di mons. Montini», decisero di inserire i Patti Lateranensi nella Costituzione italiana, all’art. 7. In buona sostanza, l’inserimento dei patti Lateranensi in Costituzione – secondo quanto ha recentemente sostenuto sul Corriere della Sera il senatore a vita Giulio Andreotti – avrebbe scongiurato una sorta di «protettorato» straniero sulla Santa Sede. Quindi «attraverso il futuro Papa Paolo VI» (appunto, Mons. Montini), le forze politiche dell’immediato dopoguerra si trovarono per la maggioranza d’accordo «nel concedere la ‘protezione’ nazionale piuttosto che affidare il Vaticano alle cure degli Stati Uniti d’America».