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ROMA - 02/08/2011
Cultura - A 73 anni dalla misteriosa scomparsa dello scienziato, il procuratore Laviani vuole scoprire la verità

Il «caso Majorana», mistero irrisolto del Novecento

Il genio catanese manifestò l’intenzione di suicidarsi, poi cambiò idea. Partì da Palermo con la nave diretto a Napoli, dove non arrivò mai. Inghiottito dalle onde o nascosto in Argentina? Anche Leonardo Sciascia s’interessò al giallo che ora la magistratura romana riapre
Foto CorrierediRagusa.it

Ci hanno provato storici, giornalisti, scrittori del calibro di Leonardo Sciascia a indagare sul «giallo» per antonomasia del Novecento italiano, a cercare una strada per arrivare alla verità circa la scomparsa del fisico italiano Ettore Majorana (foto). E tre anni fa è bastata la consegna di una foto scattata in Argentina nel 1955 per individuare una nuova pista da seguire. Quella fotografia potrebbe davvero dare una svolta alla nuova indagine condotta dal procuratore aggiunto di Roma Pierfilippo Laviani, determinato a tentare ogni possibilità pur di rintracciare la traccia giusta. I rilievi effettuati dai carabinieri del Ris di Roma hanno, infatti, fornito «dieci coincidenze» tra l’immagine acquisita tre anni fa e quelle del fisico siciliano. Ma, soprattutto, hanno verificato una «compatibilità» tra l’uomo ritratto in quella istantanea e suo padre Fabio Massimo, evidenziando gli elementi propri della «trasmissione ereditaria». Indizi indispensabili per decidere di andare avanti e disporre accertamenti in Sudamerica, lì dove Ettore Majorana potrebbe aver deciso di nascondersi e di costruirsi una nuova identità. Verifiche per scoprire se proprio dall’altra parte del mondo possa esserci la sua tomba.

La procura di Roma ha, così, riaperto il caso di Ettore Majorana, il fisico catanese scomparso nel nulla in una tiepida notte di fine marzo 1938, in occasione di un viaggio sul piroscafo che da Palermo lo avrebbe portato a Napoli. Ma nella città partenopea, Ettore Majorana non arrivò mai. Sono state le dichiarazioni di un ex ispettore di polizia che in un´intervista televisiva ha detto di aver incontrato il fisico a Buenos Aires, in Argentina, negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, a consentire la riapertura del caso. Un vero e proprio mistero che da 73 anni non è stato possibile svelare. Un italiano, emigrato in Venezuela, intervistato dai conduttori del programma ´Chi l´ha visto?´, si è detto convinto di aver frequentato a lungo, attorno alla metà degli anni Cinquanta, Ettore Majorana senza, però, che il fisico italiano gli avesse mai svelato la sua vera identità.

Ettore Majorana era nato il 5 agosto del 1906 da una delle migliori famiglie di Catania. Quarto di cinque fratelli che si distinsero tutti in qualche campo particolare: chi nella giurisprudenza, chi nell´ingegneria, chi nella musica. Uno zio, Quirino, era un grande nome della fisica sperimentale; un altro, Dante, rettore dell´Università di Catania. Ettore era stato un bambino prodigio, per poi diventare un giovane fisico teorico estremamente promettente. Sin da bambino aveva dimostrato di possedere un´intelligenza prodigiosa: a cinque anni calcolava a mente quanto carbone avrebbe bruciato una nave per compiere un certo viaggio. A sette si laureò campione provinciale di scacchi. A nove anni, restando nascosto sotto il tavolo del salotto, stupiva lo zio Quirino, docente di fisica, gridandogli il risultato delle estrazioni di radici cubiche che calcolava a memoria. Majorana, per esempio, aveva risolto a mano e in un giorno il problema a cui Fermi stava lavorando da una settimana. Un episodio che da solo basta a raccontare l´Ettore genio e al tempo stesso l´Ettore uomo. In grado di gareggiare con Fermi, non solo nella fisica teorica, ma di batterlo senza problemi in matematica. Nel luglio del 1926 conseguì la laurea, con il massimo dei voti, discutendo una tesi sulla meccanica dei nuclei radioattivi. Tormentato e geniale, Majorana ebbe una vita fuori dal normale. Era uno spirito libero dotato di una straordinaria vena polemica, spesso al limite dell´offesa nei confronti dei suoi insegnanti, ai quali contestava mancanza di preparazione o «miopie» scientifiche, tanto da meritare il soprannome di «Grande Inquisitore». Scrisse di lui la moglie di Fermi: «Era un prodigio in matematica ed un portento per la profondità e la forza del pensiero». «È il primo fisico d´Europa», l´aveva definito il professor Orso Mario Corbino quando Ettore aveva da poco compiuto ventiquattro anni.

Majorana pensava sempre, ovunque: in tram, per la strada. Il suo cervello era un vulcano, gli venivano in mente ogni momento nuove idee, soluzioni di problemi prima insoluti o spiegazioni di risultati provati, sperimentalmente, in laboratorio: allora si fermava di colpo, si frugava in tasca alla ricerca di un involucro di sigarette, di una scatola di cerini, di un biglietto di tram su cui scarabocchiare formule complicate. Ma invano Enrico Fermi lo spingeva a pubblicare i suoi risultati. «Perché dovrei farlo» era solito ripetere Majorana «è tutta roba da bambini». Poi, fumata l´ultima sigaretta o consumato l´ultimo cerino, accartocciava il pacchetto o la scatola e li gettava via: Fermi ricordava di aver visto finire nel cestino della cartastraccia, annotata sul solito pacchetto di «Macedonia», la stessa teoria con cui, un anno più tardi, il tedesco Werner Heisenberg avrebbe conquistato il Premio Nobel. Ma del resto anche quando nel l957 i fisici cinesi, naturalizzati americani, Lee e Yang, ottennero il Nobel per la loro teoria sulle particelle elementari, la fisica ufficiale si accorse in ritardo che la stessa teoria era stata formulata trent´anni prima dal siciliano Ettore Majorana.

«Da lontano appariva smilzo, con un´andatura incerta; da vicino si notavano i capelli nerissimi, la carnagione scura, le gote lievemente scavate, gli occhi nerissimi e scintillanti: nell´insieme aveva l´aspetto di un saraceno». L´amico Edoardo Amaldi, nel 1927, lo avevo ricordato così, mentre insieme al compagno di corso Emilio Segrè arrivava al Regio Istituto di Fisica di via Panisperna, a Roma. Tutti e tre avevano frequentavano la facoltà di Ingegneria, poi si erano lasciati convincere dall´appello di Orso Mario Corbino, direttore dell´Istituto, a passare agli studi di fisica approfittando del fatto che l´astro nascente della fisica, Enrico Fermi, era venuto a insegnare fisica teorica a Roma proprio nell´Istituto diretto da Corbino.

Majorana fece parte dei cosiddetti ´ragazzi di via Panisperna´, una sorta di laboratorio di geni guidati da Enrico Fermi. Majorana rifiutò la cattedra alle università di Cambridge, Yale e della Carnegie Foundation. Accettò, invece, quella di Fisica teorica dell´Università di Napoli. Quattro mesi dopo, improvvisamente, il 25 marzo, Majorana riscosse tutti gli stipendi che non aveva mai ritirato da quando aveva ottenuto la cattedra, e s´imbarcò sul postale diretto a Palermo. Chi vide, chi incontrò a Palermo? Non lo si è mai saputo. Scese all´albergo «Sole», ai quattro canti di città, e su carta intestata dell´albergo, scrisse al professor Carrelli, suo affettuoso amico nonché direttore della Facoltà di Fisica a Napoli, una lettera drammatica: «Caro Antonio, ho deciso di togliermi la vita. L´ho deciso perché non sento un´autentica necessità di stare al mondo e credo che il mondo farà benissimo a meno di me. Sono molto stanco. Tu che mi conosci, puoi comprendere che la mia delusione non è quella di una ragazza ibseniana. Il problema è molto più arduo e profondo». Imbucò la lettera al mattino. La sera ebbe un ripensamento e telegrafò allo stesso Carrelli: «Annullo notizia che ti ho dato. Scriverò ancora». Invece non scrisse più. In giornata si era recato all´Università di Palermo per chiedere del suo amico Emilio Segrè, che però era assente. La sera Ettore Majorana ripartì da Palermo col postale diretto a Napoli. A bordo s´incontrò con il noto matematico palermitano professor Vittorio Strazzeri, col quale scambiò qualche frase. L´indomani mattina Ettore fu scorto da due camerieri di bordo in procinto di sbarcare. Non aveva bagaglio, solo una piccola borsa da viaggio. A Napoli, però, non arrivò mai. Il giovane scienziato si dileguò nel nulla.

Nelle cronache dimenticate del Novecento non c´è forse pagina più fitta d´incognite, di interrogativi senza risposta, del cosiddetto «caso Majorana». E dire che nell’immediato furono tentate tutte le strade, anche ai più alti vertici dello Stato. Mussolini in persona già la mattina del 30 marzo 1938, a poche ore dalla scomparsa, aveva convocato il capo della polizia fascista, Bocchini, per conferirgli l’importante incarico di ritrovare Ettore Majorana. Sul tavolo del Duce del Fascismo, infatti, era arrivata una lettera nella quale il più giovane Accademico d´Italia, il fisico Enrico Fermi, sollecitava «le più febbrili ricerche dello scomparso», motivando così il suo intervento: «Non esito a dichiarare che, fra tutti gli studiosi italiani e stranieri, Majorana è quello che per profondità d´ingegno mi ha maggiormente colpito. Egli ha al massimo grado quel raro complesso di attitudini che formano il fisico teorico di gran classe. Sul dossier relativo al «caso Majorana» Mussolini scrisse di suo pugno a matita rossa: «Voglio che si trovi». Ma Majorana non fu trovato. Sono gli ultimi elementi che l´indagine sulla scomparsa, interrotta tre mesi più tardi, riuscì a raccogliere. La famiglia fece di tutto per rintracciarlo: indisse anche un premio di 30.000 lire, enorme per l´epoca, per avere notizie. Ma non trapelò mai nulla di certo.

E sulla sua misteriosa scomparsa a distanza di tanto tempo è ancora giallo. Anche se ancora nuovi indizi sono stati portati alla luce da Erasmo Recami, il maggiore biografo del fisico. Un enigma a cui sono state date soluzioni, le più varie: suicidio, rapimento da parte di qualche Paese che conduceva studi atomici, crisi mistica e fuga in un convento. L´ipotesi che trovò più credito fu che si fosse buttato tra le onde, ma il mare non restituì mai il suo corpo. Sul caso tornò Leonardo Sciascia che sul mistero che avvolge la morte di Majorana costruì uno dei suoi romanzi, andando oltre la cronaca e scavando dentro l´anima dell´uomo: «La scomparsa di Majorana» fu pubblicato nel 1975. Sciascia propendeva per l´ipotesi del ritiro assoluto, piuttosto che credere a fughe per interessi o al suicidio. Majorana, secondo l´ipotesi dello scrittore siciliano, potrebbe aver calcolato la potenza della fissione atomica qualche mese prima che l´avvenuta scissione dell´atomo fosse resa nota e, da sola, facesse prefigurare scenari apocalittici. Il presagio di un orrore imminente lo avrebbe angosciato tanto da scatenare, nell’animo sensibile di Majorana, un conflitto interiore che l´avrebbe indotto a scomparire.

E se le forze dell´ordine tornano oggi in campo sulle tracce dello scienziato protagonista del più misterioso «caso» del Novecento, i fisici di tutto il mondo non hanno mai smesso di indagare sulle teorie proposte da Majorana, talmente precorritrici dei tempi che solo oggi si comincia a capirle. Majorana ha scritto cose geniali, la cui importanza si è compresa solo a distanza di tempo", ha dichiarato il fisico Carlo Cosmelli, dell´università di Roma La Sapienza. "Stiamo rileggendo il suo lavoro del 1932, che contiene passaggi ancora difficili da afferrare", ha sostenuto il fisico Antonio Masiero, direttore della sezione di Padova dell´Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). Non poteva che essere avvolta nel mistero, infatti, la particella dalle proprietà stranissime descritta da Majorana, capace di essere se stesa e contemporaneamente il suo opposto nell´antimateria. I fisici la chiamano "neutrino di Majorana" e nei Laboratori dell´Infn del Gran Sasso è in corso un esperimento per scoprire il suo segreto.

Ipotesi e suggestioni non sono mai state sufficienti a chiarire il destino di questo straordinario personaggio. In altra occasione vedremo di conoscere tutte le ipotesi fin qui vagliate da investigatori, giornalisti e storici.