Corriere di Ragusa
Email
Corrierediragusa.it mobile
Feed Rss Corrierediragusa.it
Corrierediragusa.it - Motore di ricerca
Corrierediragusa.it su Facebook
Corrierediragusa.it su Twitter
Corrierediragusa.it su Google+
Dimensione testo:
|
A
|
Corriere di Ragusa.it
Sabato 10 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 23:18 - Lettori online 458
RAGUSA - 18/07/2010
Cultura - Ragusa: dal Medioevo al Duemila: rituali vecchi e nuovi prima del «congedo»

Come si pone l’uomo di fronte alla morte

Le cinque fasi della morte di Philippe Ariès ci aiutano a capire l’approccio verso il trapasso nell’aldilà
Foto CorrierediRagusa.it

Da qualche tempo, con il progredire della storia delle «mentalità », per lo studio dei comportamenti dell´uomo di fronte alla morte, oltre all´arte funeraria, viene utilizzata una fonte nuova e diversa: quella che ci viene offerta dai testamenti. È certo che l´ossessione della morte ha assorbito una porzione non indifferente così delle energie intellettuali, come della produzione economica dell´Occidente dal I al XX secolo: la visione del Paradiso e dell´Inferno ha ispirato i maggiori poeti, da Dante a Milton, ed i massimi scultori occidentali - Michelangelo, ad esempio, - hanno dedicato tanto del loro tempo e del loro talento all´erezione dei monumenti funebri.

«Il Testamento – ha scritto Philippe Ariès - è stato il mezzo religioso e quasi sacramentale di guadagnare gli aeterna senza perdere del tutto i temporalia, di associare le ricchezze all´opera di salvezza». Come dire: garantirsi l’aldilà, mantenendo i privilegi dell’aldiqua.

I testamenti, «riservati dapprima ad una minuscola élite di nobili e di probi homines (verso il 1180-1220), si sono in seguito diffusi lentamente, nel corso del secolo XIII, nei grossi borghi e nelle campagne; il loro uso non diviene veramente generalizzato se non tra il 1270 e il 1350.

Il testamento, dunque, come strumento per cogliere meglio la diversità dei comportamenti dell´uomo di fronte alla morte, oltre ad individuare i mutamenti in campo religioso.

I vari e diversi atteggiamenti dell´uomo di fronte alla morte sono stati studiati nell´arco di un millennio da Philippe Ariès, il quale sembra dare una risposta alla preoccupazione espressa diversi decenni fa da Lucien Febvre quando lo studioso francese ebbe a dire che «non esisteva una storia dell´amore, della morte, della crudeltà, della gioia».

Philippe Ariès nel suo studio ha individuato cinque fasi principali nella lenta evoluzione dell´idea della morte dal IX al XX secolo. La prima (secc. IX e X) è definita «tutti moriremo»: in essa il rituale-chiave è la scena del letto di morte, una manifestazione pubblica di pentimento e di serena accettazione della fine imminente. La morte in questa fase non fa paura, ed il destino dell´individuo viene tranquillamente subordinato al futuro della collettività, della società, del ceto, della famiglia. La vita dopo la morte non è altro che una sorta di sonno, dalla durata non ben definita.

La seconda fase, denominata «la propria morte», si verificò tra il secolo XI e XIII ed interessò soltanto l´élite intellettuale e sociale. Il concetto della «propria morte» andrebbe spostato cronologicamente al periodo in cui l´individuo torna in primo piano a cavallo di due grandi movimenti, il Rinascimento e la Riforma, che plasmano l´uomo nuovo, appunto l´uomo del Rinascimento. Basti pensare, a tal proposito, all´esaltazione che dell´individuo fa Nicolò Machiavelli nel Principe, nonché ai ritratti e ai busti dell´arte cinquecentesca. La datazione proposta dall´Ariès è esatta perché – sostiene Chiffoleau - è alla fine del secolo XII che dall´analisi dei testamenti si comincia a trovare l´individuo testatore in primo piano. Questa fase è caratterizzata dall´idea del Giudizio Universale in cui ogni anima sarà giudicata in base al comportamento tenuto in vita: siamo di fronte, in questo caso, ad un vero e proprio rovesciamento della prospettiva per cui la collettività passa in secondo piano rispetto all´individuo, il quale manifesta un amore sfrenato per la vita e per i beni materiali di questo mondo.

La Trinità di Masaccio, affrescata in Santa Maria Novella, in questo senso è molto eloquente: da una parte l´anima immortale che può aspirare al Paradiso attraverso il sacrificio di Cristo, dall´altra, il corpo corruttibile rappresentato dallo scheletro al di sopra del quale è inserita la scritta «io fu già quel che voi sete, e quel chi son voi anco sarete». Il tema della corruttibilità del corpo, del suo disfacimento, viene fatto proprio dalla Chiesa «per esorcizzare le passioni terrene, e nello stesso tempo ricondurre il fedele, con la riflessione sul cadavere, a riconsiderare la morte come transito verso la vita eterna».

La terza fase, denominata «la morte lunga e vicina», è caratterizzata dal crollo di ogni difesa contro le forze della natura. In questa fase (secc. XIV-XVIII) tanto la sessualità che la morte riconquistano tutto il loro potere selvaggio e indomito (la manifestazione più impressionante si può vedere nell´opera del Marchese de Sade), agonia ed orgasmo si congiungono in un´unica sensazione, simboleggiata dalla presunta erezione degli impiccati.

La quarta fase, denominata «la morte dell´altro», deriva dal progressivo affermarsi dell´affetto familiare, per l´amante, il figlio, lo sposo o il genitore. Siamo in presenza di quello che Lawrence Stone chiama «individualismo affettivo». Il nuovo valore che a partire dal tardo Settecento viene attribuito all´intimità e alla presenza di stretti legami emotivi all´interno della famiglia nucleare è diventato, per la prima volta nella storia, la pulsione psicologica dominante delle élites dell´Europa occidentale. In questa quarta fase il dolore per la scomparsa della persona amata, non più frenato dal rito tradizionale, diviene la reazione più normale di fronte alla morte, e «l´attenzione si sposta dal deceduto a chi piange la sua dipartita».

È sempre l´individuo ad essere in primo piano, ma in questo caso si tratta del sopravvissuto, non del morente. Nello stesso periodo, il Romanticismo trasforma la morte da oggetto di paura a oggetto di bellezza. L´idea stessa del nesso tra peccato, sofferenza e morte risulta radicalmente modificata; ora, la morte non è che un momento di passaggio, nell´attesa di ricongiungersi, nell´aldilà, con i propri cari.

La quinta ed ultima fase, denominata piuttosto oscuramente «l´immagine della morte si capovolge», riguarda il XX secolo, il Novecento. In questo secolo la fobìa della morte assume proporzioni tali che il solo pensiero è bandito dalla mente dell´uomo. Questa è la fase in cui l´agonia viene affidata alla tecnologia medica e non si svolge più in casa, ma in ospedale. I funerali diventano più brevi, più semplici, meno rituali, il lutto diventa una manifestazione di disagio mentale. La società non segna nessuna pausa: la scomparsa di un individuo non intacca più la sua continuità. In città tutto si svolge come se nessuno morisse.