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RAGUSA - 11/06/2010
Cultura - Ragusa: settant’anni fa l’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale

Quando Mussolini dichiarò guerra a Francia e Inghilterra

Rileggere la storia dal 10 giugno 1940 al 25 aprile 1945 Foto Corrierediragusa.it

«Alle sei del pomeriggio del 10 giugno 1940, ad una folla silenziosa sotto Palazzo Venezia, Mussolini annunziava la dichiarazione di guerra all’Inghilterra e alla Francia. Quanti sono in piazza? La piazza è nera, sembra salita fin sulla scala del Vittoriano, è nera fino alla pietra del Milite Ignoto, il soldato che ha aveva vinto la prima guerra. Più che entusiasmo, è un lungo sordo clamore che s’alza dalla piazza dopo che Mussolini ha parlato».
Iniziava, così, un’avventura che sarebbe durata cinque anni, con un finale da tragedia. Oggi è settant’anni da quel giorno: nel cuore la speranza di non vederne un altro uguale. Mai! Mai più!

La consapevolezza interiore che ogni e qualsiasi forma di conflitto tra popoli, così come ogni atto di violenza tra privati cittadini, vanno aborriti, non può diventare un motivo valido per chiudere gli occhi su ciò che in effetti è accaduto in quel torno di tempo. Per individuare con chiarezza i responsabili dell’immane tragedia, per capire gli sviluppi successivi. Soprattutto, riteniamo, affinché le generazioni più giovani, quelle più lontane dall’evento bellico, siano messe nelle condizioni di farsi un’opinione la più vicina possibile alla verità storica. I nostri ragazzi hanno il sacrosanto diritto di «leggersi le carte», di poter disporre di tutte le fonti possibili, al fine di capire cosa accadde, quali erano le condizioni di partenza, quali furono i comportamenti degli Stati, delle Forze Armate, della Diplomazia internazionale, dei singoli uomini che, comunque, ebbero un ruolo in quella maledetta guerra: dal soldato semplice al Capo di Stato Maggiore Generale.

Riteniamo, infatti, che settanta anni dopo ci siano tutte le condizioni necessarie e sufficienti per rileggere quegli anni, dal 10 giugno 1940 al 25 aprile 1945. Senza se e senza ma, con assoluta onestà intellettuale. Fino a quando si riterrà di continuare a fornire ai nostri ragazzi verità preconfezionate (dall’una parte o dall’altra poco importa), si farà il gioco di chi vuole che in questo nostro Paese non ci sia un momento di sintesi, non si pervenga ad una pacificazione, che innanzitutto non può non essere culturale. E tale pacificazione può diventare una concreta realtà a condizione di procedere «in verità». Se non c’è «verità» non c’è speranza, non c’è futuro, non c’è Italia!

L’Italia deve ancora esorcizzare il suo passato. Gli Italiani devono ancora esorcizzare i fatti di quegli anni, intrisi di passioni e di sogni, di paure e di terrore. Di arricchimenti fuori ogni logica, di sopraffazioni psicologiche e morali oltre ogni dire. Ognuno di noi deve riuscire a chiudere i conti con il passato. Dopo settanta anni è possibile. Lo si può fare, però, solo con la verità. Non è più pensabile di continuare a poter sfuggire alla verità. La verità vera: non quella dei «vinti», non quella dei «vincitori»!

Un caso emblematico. Un Tizio ha avuto il nonno decorato con medaglia d’argento al valore militare durante la prima guerra mondiale; il padre, invece, è stato uno sbandato. La sera dell’8 settembre 1943 era in servizio in Croazia, dopo l’annuncio dell’armistizio badogliano, vide scappare i suoi ufficiali e comandanti in macchina, scappa anche lui, a piedi. Arriverà nella sua Comiso appena in tempo per essere richiamato alle armi da Badoglio!

Il nonno è stato un eroe? E il padre? E stato un vigliacco? Sono stati tutti e due eroi? Non ditemi che entrambi sono stati vittime delle nefandezze della guerra, perché questo lo so da me. Chiedo solo che si possa compiutamente rispondere alla domanda che angoscia il nostro amico Tizio e tanti migliaia di Tizi come lui. Oramai, da settant´anni!