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RAGUSA - 02/10/2009
Cultura - Rubrica culturale: "Uomini e Tempi", da Pietro III d’Aragona ai nostri giorni

Dai Vespri ad oggi, le alterne vicende della mancata autonomia

La rubrica «Uomini e Tempi» vuole essere un viaggio storico per riscoprire il significato e i valori dello Statuto autonomistico
Foto CorrierediRagusa.it

Il termine «Autonomia», relativamente alla Regione siciliana, utilizzato nelle analisi e riflessioni giornalistiche e nel dibattito politico, è entrato via via nel quotidiano, per esempio è sempre più frequente nelle discussioni fra appartenenti a formazioni politiche le più varie e diversificate.

Non è raro sentir parlare di «Autonomia» nei bar e dentro gli autobus. Per non dire che l’attuale presidente della Regione siciliana è espressione di un Movimento che sul termine «autonomia» ha inteso puntare le proprie speranze politiche ed elettorali. Purtroppo, il concetto sotteso alla parola «autonomia» non sempre viene usata nella accezione più corretta, molte volte viene utilizzata in maniera impropria, quasi senza cognizione di causa, finendo per svilirne l’alto e complesso significato storico, politico, economico-sociale e, soprattutto, culturale.

Recependo le istanze pervenute in redazione, ritengo utile ripercorrere per i nostri Lettori l’itinerario storico-politico e culturale che ha prodotto lo Statuto autonomistico del 15 maggio 1946 e, successivamente, di intraprendere, attraverso un’apposita rubrica che vorrei chiamare «Uomini e Tempi» la storia della Sicilia autonomistica, convinto come sono che senza radici la pianta muore, senza una conoscenza della storia della propria regione o del proprio paese, l’uomo s’inaridisce.

«Uomini e Tempi» intende favorire la comunicazione tra autore e lettore, e tende a ristabilire – attraverso la pubblicazione delle fonti storiche e la chiarezza della scrittura - una forma di onestà nei confronti dei lettori, perché senza «moralità» nello scrivere non ci può essere «comunicazione» tra autore e lettori. Senza onestà intellettuale da parte dell’autore non c’è giornalismo!

PACTA SERVANDA SUNT

Il lunedì di Pasqua del 1282 ebbe inizio a Palermo quella rivolta popolare contro gli Angioini nota come i . La nobiltà isolana avrebbe assunto il controllo della ribellione e richiesto formalmente l’aiuto di Pietro III d’Aragona, sposo di Costanza d’Aragona. Eletto re di Sicilia a settembre, Pietro promise di salvaguardare le libertà isolane ratificate un secolo prima da Guglielmo il Buono.

La letteratura politica e la storiografia del Cinquecento e del Seicento avrebbero successivamente costruito il mito dei Vespri, espressione del desiderio di indipendenza dei Siciliani e fondamento delle libertà costituzionali del Regnum Siciliae, un regno che attraverso le dinastie aragonese e asburgica sarebbe rimasto unito per più di quattro secoli alla penisola iberica; un regno che viaggiatori, mercanti, avventurieri, ministri e consiglieri dei viceré e dei sovrani avrebbero descritto come un lussureggiante giardino delle delizie, dal clima soave, fertile nella produzione dei grani, dell’olio, del vino, nell’allevamento del bestiame, pieno di magnifici giardini e di gelsi per la seta, ricco di caccia e di pesca; un regno che, grazie alla sua posizione geografica, acquisì per la monarchia spagnola una grande importanza strategica e costituì la «frontera y antemuralla de la christianidad» contro le invasioni turche ad oriente e quelle nordafricane a sud.

In una importante relazione presentata a Stoccolma nel 1960, in occasione dell’XI congresso internazionale di Scienze storiche, Jaime Vicens Vives delineava con la sua consueta acutezza gli elementi caratterizzanti la struttura amministrativa statale in età spagnola. Il grande storico catalano ravvisava nella politerritorialità e nella pluralità di ordinamenti la tipologia amministrativa della corona aragonese, tipologia incorporata da Ferdinando il Cattolico all’antica tradizione unitaria castiglina ed espressa, com’è noto, attraverso il sistema polisinodale.

Il governo di Sicilia si inseriva ovviamente in questo modello di organizzazione statale. Il patto costituzionale che legava la Sicilia alla monarchia spagnola si fondava sul giuramento dei sovrani aragonesi di osservare l’antica legislazione del Regno. In questo quadro i Capitula Regni Siciliae, ossia le grazie richieste dai Parlamenti e concesse dai sovrani, avevano assunto prevalenza e superiorità rispetto alle stesse prammatiche regie e viceregie poiché erano state concesse in contropartita dei donativi.

Ai capitoli era attribuita «vim et efficaciam contractus, legisque pactatae seu conventionatae», ossia forza ed efficacia di contratto e di legge pazionata o convenzionata, secondo quanto nelle «conclusiones privilegii» era stato espressamente riconosciuto dai sovrani aragonesi. L’espressione scomparve con Ferdinando il Cattolico, com’è stato notato dallo storico tardo-illuminista Rosario Gregorio: significativa testimanianza di come i rapporti di forza tra corona e nobiltà parlamentare siciliana avevano subito profondi mutamenti a favore di una diversa concezione della sovranità. In tal modo dalla fine del Quattrocento si venne a consolidare, di fronte al carattere di contribuzioni volontarie dei donativi approvati dal Parlamento (eccettuati i quattro casi feudali) l’assoluta discrezionalità della regia voluntas nell’accogliere o meno le grazie richieste.

L’abolizione della formula non mutò, tuttavia, nella coscienza dei sudditi lo specifico rapporto costituzionale tra il Regno ed il sovrano, insistentemente riaffermato anche dai settori filoassolutisti della giuspubblicistica isolana seicentesca. In questo senso, Mario Cutelli ricordava a Filippo IV che la Sicilia non era un Regno «de conqista» come quello di Napoli, bensì «pactionado y entregado voluntariamente» a Pietro d’Aragona. Il sovrano era certamente l’unico titolare del potere legislativo, tuttavia i patti stipulati con il Regno ed espressi nei capitula placitati lo vincolavano «irrefragabiliter», poiché «pactum transivit in contractum». In definitiva, secondo la dottrina giuridica siciliana, i capitoli ottenuti dal Regno «ex causa onerosa et propter servitia», e la cui osservanza era stata giurata dai sovrani al momento dell’avvento al trono (direttamente o attraverso i viceré a ciò delegati) non potevano essere revocati unilateralmente dal principe. Erano necessarie, per mutarne il contenuto, la volontà e la partecipazione di ambedue i contraenti.

Secoli dopo, la Sicilia dopo quasi un secolo di angherie e soprusi subìti dal potere centrale sabaudo, intravide uno spiraglio per riaffermare il proprio diritto all’indipendenza. Infatti, la novità politica di quell’estate 1943, all’indomani dello sbarco anglo-americano sulle sue coste meridionali, fu rappresentata dalla formazione del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia. Il successo di popolo, concretamente rappresentato da quasi mezzo milione di tesserati in tutta l’Isola, faceva paura a tutti, soprattutto ai partiti nazionali che non riuscivano a parlare il linguaggio della gente di Sicilia.

La posta in gioco, però, era molto alta. I partiti nazionali misero in campo ogni tentativo possibile, più o meno lecito, per riappropriarsi della Sicilia. Il più sottile, il più astuto fu quello di proporre la concessione di uno Statuto speciale, il cui testo sarebbe stato elaborato dalla Consulta siciliana. Dopo alcuni secoli, praticamente, la Sicilia riscopriva il sistema pattizio, con la sola variante del secondo contraente: non più un re, ma un governo italiano, nella sua accezione più ampia ed articolata. La differenza si notò ed è stata sostanziale. I governi di volta in volta in carica non si sono sentiti vincolati «irrefragabiliter», tutt’altro. Con partiti e governi nazionali «pactum non transit in contractum» e i risultati di sessant’anni di mancata osservanza dei patti è sotto gli occhi di tutti.

Con la concessione dello Statuto speciale fu affermato il diritto della Sicilia ad avere un’ampia autonomia, ma fu evitato il doppio pericolo che il riconoscimento di questo diritto venisse inteso o come cedimento al separatismo o come presupposto di un ordinamento regionalistico generale dello Stato. Nel dibattito la posizione prevalente fu quella che sosteneva che alla Sicilia fosse dovuta l’AUTONOMIA in quanto atto di riparazione dei torti che la Sicilia aveva subìto ad opera dello Stato burocratico e accentratore. Fu invece sopita la tesi che rivendicava al popolo siciliano il diritto storico all’autodeterminazione e all’indipendenza. Il mancato raggiungimento di tale obiettivo non può essere addebitato agli indipendentisti e ai separatisti dell’epoca, piuttosto all’ascarismo dei tanti politici siciliani militanti nelle formazioni partitiche nazionali e alle forze politiche del CLN che altrimenti sarebbero rimaste tagliate fuori dalla Sicilia. Posto che è nella mortificazione dell’identità siciliana che trovano la propria legittimazione il fenomeno delle mafie delinquentemente organizzate e delle delinquenze mafiosamente strutturate, il Popolo siciliano dovrebbe chiedersi a chi finora è convenuto che l’Autonomia restasse un sogno, una chimera.

Come abbiamo visto, l’autonomia è stata figlia di una trattativa che portò alla stipula di un patto. Bene, quel patto è stato tradito e secondo il diritto siculo i Capitula, in questo caso lo Statuto, ottenuti dal Regno, nella fattispecie la Regione Sicilia, e la cui osservanza era stata giurata dai sovrani al momento dell’avvento al trono (direttamente o attraverso i viceré a ciò delegati), nel nostro caso dall’essere diventato lo Statuto legge costituzionale, non potevano essere revocati unilateralmente dal principe, per noi, dal Governo italiano. Erano necessarie, per mutarne il contenuto, la volontà e la partecipazione di ambedue i contraenti: il Governo nazionale e il Popolo siciliano, attraverso i suoi rappresentanti istituzionali. Fin qui l’aspetto giuridico. Nella cultura popolare siciliana chi non onora un patto, beh lo sapete tutti come viene chiamato.