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RAGUSA - 26/06/2009
Cultura - Milano: ritratto di una delle figure più controverse

Il mondo della musica in lutto per la morte del re del pop

Michael Jackson era ossessionato dalla paura della sofferenza e della vecchiaia: se n’è andato evitandole entrambe Foto Corrierediragusa.it

Il pop perde il suo re. Colpito da un infarto nella sua villa di Los Angeles, Micheal Jackson (nella foto), a un mese dal suo 51° compleanno è morto lasciando un vuoto incolmabile nella scena pop internazionale. Alla vigilia del suo nuovo tour mondiale, già tutto esaurito, che lo avrebbe riportato sul palco dopo anni di silenzio, per una serie di vicende giudiziarie e di problemi di salute, si è offuscata la stella mondiale della musica pop.

Si dice che certe cose ce li hai nel sangue: lui il ritmo, la passione per la musica ce l’aveva nel Dna. Esordisce con il gruppo della sua famiglia, i «Jackson Five» , nel 1958, ma nel 1979 arriva la grande scalata verso il successo, esce «Thriller», l’album che ha venduto più copie in assoluto nella storia della musica, ben 109 milioni di copie, e vincitore di 18 grammy.

Una star completa: cantante, compositore, musicista, ballerino d coreografo che inventò il «Moonwalk», letteralmente la «Camminata sulla luna», Michael scivolava all’indietro trascinando i piedi, era il suo biglietto da visita per ogni suo concerto, lo faceva sempre e mandava in delirio i fans. Impegnato nel sociale e nella beneficienza, firmò con Lionel Ritchie, una delle canzone più belle della storia: «We are the world», una fusione tra musica e i bambini diseredati del mondo.

La sua è stata una vita complicata, il rapporto con un padre molto autorevole, la sindrome di Peter Pan dalla quale non è mai uscito e che gli è costata l’incriminazione per pedofilia e per molestie sessuali da parte di un suo fan. La sua voglia di figure materne e di circondarsi di bambini resteranno sempre un’incognita, ma la sua bravura, la sua eccellenza nella sua musica, nei suoi passi, hanno fatto di lui una star di altri tempi, paragonabile solo al re del rock and roll, Elvis Presley, morto anche lui d’infarto nel 1977, nella sua villa di Granceland.

Due vite, un destino molto simile. Il successo che dà alla testa, la voglia di strafare, la paura d’invecchiare e di non essere più quello di un tempo, i vizi, gli eccessi, le inchieste giudiziarie. Il mondo piange la scomparsa del «King of pop», l’uomo che ha fatto di tutto per cambiare aspetto, per diventare bianco, anni e anni di folle chirurgia estetica, accompagnata da un’irresponsabile assunzione di psicofarmaci, nel 2008 era stato fotografato su una sedia a rotelle, proprio lui che sul palco era una furia.

Quell’immagine aveva sconvolto migliaia di fans, quegli stessi fans che adesso piangono la sua morte davanti la sua casa di Los Angeles, tugurio nel quale si era rifugiato, lasciandosi andare lentamente, ripensando a quello che era stato, non sopportando l’idea che non aveva più il vigore e l’energia di un tempo. I suoi pensieri l’hanno ucciso mentalmente, fin quando anche il corpo non ha retto più, ieri si è spenta non un’icona, ma l’icona della musica pop.