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RAGUSA - 27/05/2009
Cultura - Catania: dalla «linotype» al computer, giornalisti di ieri e di oggi a confronto

Le rivoluzioni mediatiche del "Secolo breve"

Dall’editore puro all’editore imprenditore, com’è cambiato il giornalismo dal «1914 al 1991» Foto Corrierediragusa.it

Giornalisti e docenti universitari a confronto per parlare del "Secolo breve" e del suo impatto sulla comunicazione sociale, dell’evoluzione delle tecniche comunicative che vanno dalla carta stampata alla comunicazione mediatica. Questo l´oggetto di un approfondito dibattito affrontato da Nino Milazzo giornalista, già direttore di Telecolor, Dino Pesole del Sole 24 ore e di Radio 24, Graziella Priulla, docente di Scienze Politiche dell’ateneo catanese, Marco Pratellesi del Corriere della Sera, Roberto Chibbaro, giornalista e scrittore e con la partecipazione del Pro rettore, la professoressa Maria Luisa Carnazza, che ha portato i saluti del Rettore dell´Università etnea, Antonino Recca.

Attraverso l’esperienza di un veterano del giornalismo catanese come quale Nino Milazzo, apprendiamo tutti i vari passaggi di un’evoluzione che vede il giornalista degli albori lavorare con la mitica macchina per scrivere «Linotype», quella che ad ogni battito registrava una lettera ad inchiostro sul foglio bianco senza dare la possibilità di premere il tasto "canc" per modificare, senza il copia e incolla.

L´epoca in cui l’errore o il ripensamento di una frase o di un periodo si risolvevano nello strappo o nell’appallottolamento del foglio. Un’evoluzione che porta gli operatori dell’informazione direttamente nella dimensione del moderno o del contemporaneo per fare i conti con il computer e i suoi sofisticatissimi sistemi operativi, dal Word al Windows e al Vista, insomma con quella continua trasformazione che vede l’arrivo del digitale, del multimediale, di internet e del coinvolgimento in un intero sistema globale in cui la notizia giunge all’istante alla conoscenza del pubblico lettore per diventare luogo di partenza e non più d’arrivo.

Importanti, gli eventi che hanno modificato il mondo della comunicazione nel "Secolo Breve", per citare Hobsbaum, che per Nino Milazzo è anche il "secolo Cannibale", quello in cui si sviluppa dapprima la televisione che trasforma il rapporto mittente-destinatario e poi Internet.

E se pensiamo quanto abbia inciso quest’ultima trovata sensazionale, il web, che rende in grado oggi ogni singolo soggetto che sia in possesso di un pc, che abbia un abbonamento alla rete, di rendersi parte di un tutto globale. Questo tutto che diventa virtuale dà certo la possibilità di ampliare a dismisura le proprie conoscenze culturali, ma allo stesso tempo di alimentare relazioni immaginarie ed inesistenti.

Su questo aspetto si posano gli accenti critici di Milazzo, generando interrogativi riguardo al terreno dell’etica e della morale. Perché tutto questo? Perché la creazione di una dimensione che esce fuori dalla struttura classica del tempo e dello spazio finisce per creare i "non luoghi", atipiche figure di spazi non identificati per memoria storica e tradizione culturale. La colpa se la danno gli editori e i giornalisti senza considerare che il vero nemico è in realtà la tecnologia.

E che sarebbe oggi il mestiere del giornalista senza l’approccio e la conoscenza dei canali multimediali? Se lo chiede Dino Pesole, secondo il quale oggi il giornalista non è più quello d’una volta, che batte a macchina un pezzo, comunicandolo per via telefonica all’operatore che stenografava e registrava, che faceva i conti con il tipografo. Oggi il giornalista è completo se è multimediale, se conosce l’informatica, il computer e internet.

Ma è anche vero che il giornalista deve essere libero, perché chi fa informazione deve restare ai margini del dibattito politico, da cronista imparziale al riparo dall’influenza degli editori. E attacca il modello dell’imprenditore politico che governa una nazione e l’informazione al contempo. Il problema ha origini remote, la crisi del giornalismo nasce nel momento in cui cambia il rapporto tra editori e redazioni, quando svanisce la figura "dell’editore puro" per far posto a quella dell’editore -imprenditore, che poi diventa anche assurdamente politico di turno.

A tutto questo c’è sempre un rimedio, ovvero la sapiente attenzione del lettore che per fortuna conserva la sua indipendenza culturale e cerca di restare non coinvolto da tutto ciò, perché è vero che i giornalisti devono fare informazione critica, ma è anche vero che sono i lettori quelli a cui spetta il dovere di interpretare e di scegliere, o anche la facoltà di criticare.