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Sabato 3 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 11:08 - Lettori online 954
RAGUSA - 13/05/2016
Cultura - La mostra è ospitata a Palazzo Zacco e resterà aperta fino al 30 giugno

Momeide, il mondo sognante e caotico di Momò Calascibetta

E’ una testimonianza autentica di impegno civile e di altissimo mestiere Foto Corrierediragusa.it

E´ stata inaugurata a Palazzo Zacco la mostra "Momeide" che vede esposte numerose opere di Momò Calascibetta. La mostra resterà aperta fino al 30 giugno ed ha già suscitato l´interesse per la sua originalità.

Sulla mostra ospitiamo un intervento del critico Andrea Guastella:

"Non bastavano i Mascheroni dei balconi di Palazzo Zacco, scrigno barocco nel cuore di Ragusa superiore, a prendersi gioco dei passanti; il Palazzo ospita infatti le figure mostruose, irridenti, grottesche della Momeide di Momò Calascibetta, «maestro del disegno assai stimato, tra gli altri, da Consolo, Sciascia e Bufalino» che offrono ai ragusani e ai tanti turisti che ogni giorno visitano il museo «una testimonianza autentica di impegno civile e di altissimo mestiere». La rassegna, una piccola antologica, ripercorre nella sua interezza la carriera dell´artista, dalle prime esposizioni, nate in un clima di stretta contiguità con la Sicilia letteraria migliore, ai lavori meneghini realizzati a cavallo del duemila - fondamentale, in quegli anni, la collaborazione con Daverio; addirittura memorabile la (non) partecipazione a una biennale di Venezia, con relativa organizzazione di mostra collaterale ospitante circa mille artisti per protestare contro scelte dettate esclusivamente dal mercato - ai disegni e dipinti più recenti, centrati sulla tematica della casa e del viaggio.

Nel mezzanino del palazzo, oltre a un video di Philippe Daverio, trova posto La stanza di Momò, istallazione in cui un suo disegno diventa un quadretto sullo sfondo di una stanza reale, con lo stesso letto, la stessa porta aperta sulla sinistra e, soprattutto, la stessa luce: la luce fievole che, da una minuscola abat-jour, abbraccia le coperte, le lenzuola, le valige colme di aspirazioni di chi si accinge a partire. Si spegnerà, quella luce. Ma nulla potrà cancellare la sospensione dell’istante, l’adagiarsi come in un angolo del tempo – a questo forse allude la prospettiva del disegno tendente a curvarsi e a sfumare lungo i bordi – di quella stanza-giaciglio ancora tiepida e già vuota. C’è sempre, in qualche valigia del cuore, un luogo vergine, un pensiero innocente in cui il viaggio non è mai iniziato, e la vita è tutta da inventare. Il fascino di questa sirena e così grande che, stregati dal suo canto, in tanti rinunciano a partire. Alcuni, come Momò, partono a malincuore, portandosi appresso – quasi un guscio di lumaca – l’illusione del passato e rimanendo costantemente sconcertati dalla distanza tra quel regno immutabile e il caos del presente. E in quale altra maniera se non come una giostra, un inferno di clamori potrebbe apparire la realtà a chi è abituato a soggiornare, lo diceva Agostino, in interiore homine, nel silenzio e nella solitudine di prima del principio? Tutto sembrerà osceno, sguaiato, deforme. Perciò, negli altri lavori esposti in mostra, i colori acidi e corrosivi dell’artista fanno a gara con le linee a corrompere un mondo che, sottoposto a tale trattamento, cambia pelle e si ri-converte in sogno.

Non il sogno in bianco e nero de La stanza di Momò, ma un sogno in technicolor, un labirinto di specchi in cui gli oggetti si appiattiscono, si allungano, si gonfiano come palloni o si scompongono in minuscoli frammenti. È, a pensarci bene, un sogno solito, un territorio già esplorato da Bosh, da Salvator Rosa e da Goya, da Füssli e da Blake, ma anche da Dante, da Lovecraft, da Dürrenmatt, da Consolo; un paesaggio mobile, in continua mutazione, costantemente modellato dai suoi visitatori. È il paese dell’arte dove tutto è lecito e persino il crimine non indigna ma commuove. È la vita restituita alla sua vera natura: la libertà assoluta. La vita che abbiamo sempre immaginato e che, anche per un solo istante, Momò restituisce all’avventura del possibile, allo splendore del reale".

Andrea Guastella