Corriere di Ragusa
Email
Corrierediragusa.it mobile
Feed Rss Corrierediragusa.it
Corrierediragusa.it - Motore di ricerca
Corrierediragusa.it su Facebook
Corrierediragusa.it su Twitter
Corrierediragusa.it su Google+
Dimensione testo:
|
A
|
Corriere di Ragusa.it
Domenica 4 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 19:05 - Lettori online 1093
RAGUSA - 28/10/2012
Cultura - Nel 40mo anniversario un docufilm sulla morte del giornalista Giovanni Spampinato

L´Ora di Spampinato racconta la Ragusa degli anni 70

Il suo coraggioso impegno politico e civile nella complessa realtà isolana del tempo
Foto CorrierediRagusa.it

Proiezioni affollatissime al cinema Lumiere per la prima nazionale del docufilm dedicato alla memoria del giovane giornalista ragusano, Giovanni Spampinato, a quaranta anni di distanza dalla data della sua morte, avvenuta il 24 ottobre del 1972.

Il film documentario riporta alla luce la tragica vicenda che vide come protagonista Giovanni Spampinato, corrispondente de L’Ora di Palermo, testata comunista, antifascista, d’indagine, nella quale il giovane giornalista si era messo in evidenza per un’interessante inchiesta sul neofascismo. Grazie ad uno spiccato talento nell’analisi della realtà siciliana «come metafora della più complessa realtà nazionale», il giovane Spampinato aveva documentato a Ragusa, Catania e Siracusa attività clandestine facenti capo a movimenti di estrema destra locale e dedite a traffici illeciti di opere d’arte, sigarette, droga e armi strettamente legati alla criminalità organizzata nazionale, fautrice di quella «strategia della tensione» che, proponendosi come fine ultimo un colpo di stato, aveva agito provocando i fatti di Avola del ’68 o la strage di Piazza Fontana a Milano del ’69.

Proprio mentre il giovane giornalista era intento all’elaborazione della sua inchiesta, il 25 febbraio del 1972 avvenne a Ragusa l’omicidio di Angelo Tumino, un noto ingegnere, autore di numerose costruzioni edilizie di Ragusa Superiore e di altri comuni della provincia, un uomo affascinante - seppur definito dai giornalisti dell’epoca un soggetto border line-, «ragazzo padre» con a carico un figlio di cinque anni e da qualche tempo lontano dall’attività edile, perché dedito al commercio di antiquariato e oggetti d’arte. In seguito alle dichiarazioni di testimoni oculari - fra cui lo stesso figlio della vittima e una vicina di casa - uno dei maggiori indiziati dell’omicidio fu l’intoccabile figlio dell’allora presidente del Tribunale di Ragusa, il trentenne Roberto Capria, legato all’ingegnere Tumino da interessi antiquari.
Giovanni Spampinato fu l’unico giornalista a rivelare un possibile collegamento fra l’omicidio dell’ingegnere-antiquario Tumino e la contestuale presenza in Sicilia di noti fascisti romani come il «bombardiere nero», Stefano Delle Chiaie, ricercato come artefice delle bombe fatte esplodere nel ’69 all’Altare della Patria.

Inoltre Spampinato fu il solo ad invocare il trasferimento dell’inchiesta penale ai giudici del Tribunale di un’altra città, perché le indagini potessero proseguire in maniera più libera e trasparente e senza evidenti conflitti di interesse. L’inchiesta invece non venne trasferita e il giovane cronista fu isolato nell’ambiente giornalistico locale e ripetutamente minacciato per la tracotanza delle sue supposizioni.

Coerente con le proprie idee e fermamente convinto della propria visione critica dei fatti, Spampinato incontrò più volte l’indiziato Campria e con grande onestà professionale riportò nei suoi articoli anche la difesa personale che lo stesso offriva della propria posizione; il giornalista ragusano era infatti consapevole che gli sarebbe stato più utile intrattenere un rapporto «amichevole» con Campria per ottenere quante più informazioni possibili sulle notizie di cui era a conoscenza ed inoltre per tenere a bada le sue evidenti intemperanze di giovane «per bene», coinvolto in uno scottante omicidio.

Tuttavia le intenzioni di Roberto Campria erano del tutto diverse, la sua frequentazione con il temuto giornalista aveva lo scopo di metterlo a tacere definitivamente, così la sera del 24 ottobre, dopo aver insistentemente contattato Giovanni Spampinato per un incontro rivelatore di ghiotte informazioni sul caso e ottenuto un appuntamento davanti al carcere di Ragusa, munito di due pistole recentemente acquistate, sparò contro il temuto nemico 6 colpi a bruciapelo.

I moventi di entrambi i delitti, quello dell’ingegnere Angelo Tumino e quello del giornalista Giovanni Spampinato rimangono ad oggi irrisolti. Numerosi i quesiti aperti che la visione del docufilm lascia negli spettatori, sia relativamente alle indagini sul caso Tumino, in cui il maggiore indiziato Roberto Campria potè essere «protetto» durante le indagini in quanto figlio del Presidente del Tribunale di Ragusa o piuttosto vittima di una congiura ai danni del padre, secondo la lettura che lo stesso Presidente Campria fece dei fatti al momento della sua richiesta di trasferimento in un altro Tribunale.

Relativamente poi al delitto Spampinato, la cui accusa ricadde senza ombra di dubbio sul giovane Campria, rimane da chiarire se agì autonomamente o non fu piuttosto una «vittima sacrificale» con i suoi nove anni di reclusione- ridotti successivamente per gravi patologie psichiche rispetto ai quattordici previsti – per zittire definitivamente un giornalista «scomodo», troppo vicino alla dimostrazione della verità.

La regia del film armonizza documentari storici sulla realtà iblea con stralci di interviste attuali a persone molto vicine ai fatti narrati, come gli amici del giovane Giovanni Spampanato, Chiara Ottaviano, Giovanni Meli e Renzo Lo Presti, testimoni dell’ansia di verità che animava l’amico, ma anche dei timori incalzanti sulle conseguenze delle proprie dichiarazioni.

Gli esordienti registi, Vincenzo Cascone e Danilo Schininà nonché autori della sceneggiatura, hanno dichiarato da una parte la volontà di sfidare il pesante silenzio «dei padri» su una scottante vicenda che negli anni ’70 aveva sconvolto la tranquilla vita di provincia della realtà iblea, già allora nota come la «provincia Babba», dall’altra parte il desiderio di mantenere la memoria di un giovane animato dal desiderio di conoscere la verità, testimone «scomodo» di una realtà che sarebbe stato preferibile insabbiare, eppure coraggioso nel suo impegno civile e professionale di giornalista. «Un eroe, un martire» sull’altare della verità che possa offrire alle generazioni dei più giovani, e non solo, l’esempio della libertà come baluardo della propria esistenza.

Corredano il progetto L’Ora di Spampinato le tavole di fumetti firmate da Guglielmo Manenti (nella foto) in mostra al Cinema Lumiere fino al 10 novembre.