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RAGUSA - 10/05/2012
Cultura - Il libro di Giuseppe Barone racconta il passaggio da un sistema feduale alla "modernità"

Le città iblee dai Borboni all´Unità d´Italia

Il volume offre una visione globale dell’area iblea superando gli steccati municipalistici
Foto CorrierediRagusa.it

La microstoria della provincia iblea nella più ampia vicenda del processo unitario. Protagonisti, luoghi, eventi, documenti che testimoniano la partecipazione dei dodici comuni ragusani all’unità d’Italia. Una storia finora non scritta, se non per frammenti o slegate ricerche, ma che oggi è diventata corpus omogeneo che viene consegnato alle generazioni.

E’ il merito di Giuseppe Barone che con il fattivo sostegno della Banca Agricola Popolare di Ragusa e con il sussidio fotografico di Luigi Nifosì ha messo un punto fermo sulle vicende dei singoli comuni iblei raccontando l’evoluzione di una società sostanzialmente agraria che fa il grande passo verso una più avanzata e moderna si integra nel nuovo stato unitario ed in molti casi contribuisce con le idee e le pulsioni politiche dei suoi uomini migliori ed illuminati.

L’elegante ed accattivante volume (nella foto)
ha il solo torto di non essere, almeno per il momento, disponibile nelle librerie essendo stato pensato quale cadeaux natalizio pur se la sua rilevanza storico - letteraria consiglierebbe all’editore una diffusione più capillare. Il volume «Le città iblee dai Borboni all’Unità d’Italia» colma un vuoto storiografico e consente di approfondire la conoscenza di un periodo cruciale del territorio ibleo che passa dall’eredità feudale di quella che fu La Contea di Modica alla temporanea transizione nel Regno borbonico delle Due Sicilie e quindi alla stato nazionale.

Giuseppe Barone con cura, meticolosità e la visione d’insieme dello storico di razza ci fa capire come da una aristocrazia arroccata su se se stessa diventa una piccola nobiltà provinciale che dismette i panni del privilegio e della casta ed investe nella proprietà fondiaria migliorando le condizioni economiche complessive dei «massari»; l’investimento sulle risorse umane ed intellettuali fa crescere una classe nuova di professionisti, avvocati, notai, medici, docenti, ingegneri, ovvero la nuova classe dirigente che muoverà le fila del potere fino all’alba della seconda guerra mondiale. Il nuovo establishment non è tuttavia solo intellettuale e professionale ma è fatto anche di maestranze abili, creativi e competenti che non disdegnano una partecipazione attiva alle vicende politiche.

Questo passaggio dall’ancien regime alla nuova middle class è documentato dai dati che Giuseppe Barone ha raccolto negli archivi delle capitali dell’ex Regno delle Due Sicilie e negli archivi privati delle famiglie più in vista, gli Arezzo, i De Leva, i Bruno, gli Scrofani. Ne risulta una visione sistemica dell’area iblea pur se il percorso seguito nel libro è anche il racconto delle vicende dei singoli comuni che alla fine si ricompone in un quadro più generale ed oggettivo. In questo contesto non sono da sottovalutare i «ritratti» che l’autore fa di protagonisti come Saverio Scrofani, Vincenzo Statella, Giovanni Cartia, Corrado Arezzo de Spuches, uomini che imprimono , ognuno nel loro campo d’azione, un impulso vitale al «nuovo corso» tanto da potersi definire «padri» fondatori della nuova comunità iblea.

Giuseppe Barone tuttavia evita di cadere in una presentazione oleografica o nella retorica ma tiene sempre presente il rapporto dialettico tra la storia generale e quella locale. Tra storia e microstoria si potrebbe dunque dire tendendo ben presente che l’area, pur periferica, avverte subito il senso e l’urgenza del cambiamento all’alba dell’800’, abbraccia le camicie rosse dei Garibaldini prima di altre realtà metropolitane e si dimostra lungimirante e convinta della necessità della nuova nazione.

La celebrazione del 150mo dell’Unità d’Italia, occasione per il quale il volume è stato voluto, non poteva avere miglior contributo e resta come lascito e memoria per le giovani generazioni.