Corriere di Ragusa
Email
Corrierediragusa.it mobile
Feed Rss Corrierediragusa.it
Corrierediragusa.it - Motore di ricerca
Corrierediragusa.it su Facebook
Corrierediragusa.it su Twitter
Corrierediragusa.it su Google+
Dimensione testo:
|
A
|
Corriere di Ragusa.it
Venerdì 9 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 11:06 - Lettori online 1623
RAGUSA - 13/01/2012
Cultura - Quando l’Italia aveva mire espansionistiche

Cent’anni fa la guerra Italo - Turca, per quali motivi?

"Tripoli bel suol d’amor", meta di conquista per anticipare Inghilterra, Francia e Germania
Foto CorrierediRagusa.it

Chi, quando e perché volle la guerra del 1911-1912 per la sovranità italiana sulla Tripolitania e la Cirenaica (Libia)? Sinora il centenario della cosiddetta «impresa di Libia» è rimasto ai margini degli studi e delle rievocazioni, forse per l’incertezza di valutazione degli eventi, anche bellici, che si sono registrati e ancora persistono sulla cosiddetta «Quarta Sponda». Compito della storia è però documentare, capire, spiegare. Vediamo allora di documentare, capire e spiegare cosa è accaduto in quel torno di tempo in un’Italia che da soli cinquanta anni si era data la forma di Stato nazionale unitario. Nel settembre 1911 il re d’Italia Vittorio Emanuele III decise che l’Italia doveva affermare la propria sovranità su Tripolitania e Cirenaica, che facevano parte dell’Impero turco-ottomano ed erano l’ultimo tratto di costa nordafricana non dominata da Francia o Gran Bretagna.

Nonostante il disastro di Adua (1896) avesse rappresentato un duro colpo per la politica di espansione coloniale italiana, determinandone una battuta d’arresto, la colonia Eritrea venne conservata e sulla maggior parte della Somalia venne stabilito un protettorato. All’inizio del Novecento, le mire espansionistiche italiane in ambito coloniale vennero più volte frustrate da insuccessi sia politici che diplomatici. I tentativi di Crispi di far concorrenza alla Francia in Marocco non sortì alcun risultato per l’Italia; così come l’appoggio dato alla Gran Bretagna durante la guerra boera, in cambio di Malta, lasciò l’Italia a bocca asciutta. In Libia, invece, il console generale italiano veniva incoraggiato da Crispi ad accordarsi con le tribù arabe dissidenti, con l’obiettivo di preparare il terreno per un’eventuale occupazione.

Fu così che sul territorio nazionale andavano crescendo d’importanza i porti militari di Taranto, Brindisi e Augusta: quest’ultimo sarebbe stato strategico proprio in preparazione di una eventuale invasione in terra d’Africa. Ma, perché all’Italia interessava tanto possedere una colonia oltre mare? Naturalmente il primo motivo deve ricercarsi nel prestigio che questa impresa le avrebbe dato nel panorama internazionale. In secondo luogo, si fantasticava su mirabolanti e lucrosi affari commerciali che si sarebbero potuti realizzare in queste nuove terre. Terzo, si diceva che c’era necessità di nuove terre da assegnare alla popolazione eccedente. Non ci vuole molto per rendersi conto che tutti i motivi fin qui addotti sono ben poca cosa se messi a confronto con l’enorme impiego di denaro pubblico che imprese al di fuori dei confini nazionali comportavano sia dal punto di vista militare che civile. Infatti, mantenere in armi un esercito che andava a combattere così lontano da casa era estremamente oneroso.

Inoltre, la costruzione delle infrastrutture necessarie (strade, porti, ferrovie) per un’invasione ed il successivo sfruttamento del territorio conquistato rappresentavano uno schiaffo morale a quelle regioni meridionali e specialmente alla Sicilia, che si trovavano in situazioni di grande arretratezza ed aspettavano da cinquanta anni, cioè fin dall’Unità, quelle infrastrutture viarie e ferroviarie indispensabili per svilupparsi. Le statistiche commerciali non giustificavano le spese necessarie ad un’impresa coloniale e soltanto l’1% degli emigranti italiani sceglieva come meta le colonie contro un 40% che si recava nelle americhe. Nonostante tutto ciò la stampa, spinta dal governo e dai poteri forti, dipingeva la Libia come il nostro «Eldorado» perciò l’avventura coloniale ebbe inizio.

A quei tempi la Tripolitania e la Cirenaica erano una provincia dell’impero Turco. Ci fu una prima fase in cui l’Italia tentò una penetrazione economica attraverso l’ottenimento di concessioni per lo sfruttamento delle risorse locali, nonché appalti per la costruzione di infrastrutture, mentre il governo Turco non vedendo di buon occhio questa eccessiva ingerenza italiana, faceva di tutto per impedirla. Le altre potenze europee, intanto, erano pronte per espandere il loro dominio sui territori africani ancora «liberi». L’Inghilterra, la Francia e la Germania si stavano interessando un po’ troppo alle rotte che portavano al Nord Africa e se avessero anticipato l’Italia nella conquista della Tripolitania e della Cirenaica, il Governo italiano si sarebbe trovato in gravi difficoltà per giustificare dinnanzi all’opinione pubblica uno smacco così eclatante, soprattutto dopo tutta la propaganda che aveva messo in campo in quel periodo, quando aveva letteralmente invaso i maggiori quotidiani nazionali della necessità di occupare la Libia.

Fu così l’Italia decise di intervenire militarmente e doveva farlo in fretta, in modo tale da non dare tempo alle altre potenze di intervenire diplomaticamente e insinuarsi nella questione libica, accampando diritti di sorta. Così, mentre gli ambasciatori degli altri Paesi erano in vacanza e fintantoché le condizioni meteorologiche erano ancora favorevoli venne approntato il contingente che avrebbe dovuto occupare il suolo africano. Il 24 settembre Giolitti ottenne dal re il consenso per l´invio di un ultimatum alla Turchia, col quale si chiedeva al governo turco di permettere l´occupazione italiana della Tripolitania e della Cirenaica entro ventiquattro ore, motivando la richiesta con le continue ostilità manifestate dalla Turchia verso la iniziative italiane in Libia. L´ultimatum naturalmente venne respinto e il 29 settembre l´Italia dichiarò guerra alla Turchia. La dichiarazione, decisa dal re, da Giolitti e dal ministro degli esteri San Giuliano ed approvata dalle alte gerarchie militari, non fu approvata né ratificata dalla Camera, che era stata chiusa nel luglio 1911 e fu riaperta soltanto nel febbraio 1912, quando l´impresa era già un fatto compiuto.

Ai militari servivano 14 giorni per la mobilitazione, il trasporto delle truppe via mare e lo sbarco del contingente, ma l’Italia non aveva tutto questo tempo e così dopo aver mobilitato il corpo di spedizione il 26 settembre, già alle ore 14.30 del 29 settembre venne dichiarata guerra alla Turchia. In realtà, il piano di mobilitazione prevedeva che il contingente sarebbe stato pronto a partire solo per il 9 ottobre ed arrivare in terra d’Africa per l’11 o il 12 dello stesso mese. Preoccupata da una possibile mediazione tedesca ed una probabile reazione dell’Austria, l’Italia decise di accelerare i tempi e mettere tutti davanti al fatto compiuto.

Lo stato maggiore italiano, in realtà, non era sufficientemente preparato ad una guerra come quella di Libia, che si presentava come una guerra rapida, di movimento, contro formazioni di guerriglieri arabi che conoscevano alla perfezione il territorio e godevano dell’appoggio della popolazione, che condivideva con i Turchi la stessa religione. L’idea che la guerra sarebbe durata poco e avrebbe assorbito poche risorse era errata, così come il presupposto che i Turchi avrebbero resistito soltanto poco tempo per poi arrendersi. Il comando del corpo di spedizione venne affidato al generale di corpo d’armata Carlo Caneva. L’occupazione del suolo libico da parte degli alpini iniziò il 12 ottobre 1911 con il gruppo Torino-Susa del 1° reggimento artiglieria da montagna seguito il 19 dal gruppo di artiglieria da montagna delle batterie «Siciliane» e il 21 e 22 ottobre dal gruppo Torino-Mondovì. Il 25 toccò terra il battaglione Saluzzo ed il battaglione Fenestrelle sbarcò negli ultimi giorni di ottobre. Questa fu la composizione del primissimo corpo di spedizione alpino che giunse in Africa

L’Italia, intanto, occupò Rodi e finalmente il 18 ottobre 1912, fu firmato il trattato che sanciva la pace fra Italia e Turchia e stabiliva la cessione della Libia all’Italia, così come le isole del Dodecaneso e di Rodi. La situazione in Libia non migliorò di molto dal momento che molti capi tribù non accettarono tale pace e la guerriglia continuò aspra e difficilmente controllabile. Gli alpini continuarono a restare in Africa a combattere contro i ribelli arabi ed ottennero numerose importanti vittorie fino al 6 ottobre 1913 quando iniziarono i primi rimpatri. La situazione in Libia rimase instabile fino agli anni Venti, quando la repressione delle tribù ribelli si fece più aspra e dura per conseguire una definitiva pacificazione del territorio che avvenne soltanto a partire dal 15 settembre 1931, con l’esecuzione del capo dei ribelli Omar Mukhtar, il cosiddetto Leone del deserto.

Dopo la vittoria conseguita nel 1912, che rappresentò una sorta di tonico per il morale italiano, ben presto vennero alla luce i lati negativi dell’impresa. Le produzioni agricole provenienti dalla colonia oltre mare non solo erano in gran parte le stesse di quelle coltivate nelle regioni del mezzogiorno italiano e in Sicilia, ma furono la causa di un generale abbassamento dei prezzi dovuto alla eccessiva disponibilità di derrate sul mercato italiano. Gli emigranti italiani, comunque, continuavano a preferire l’America o il Marocco francese e la nuova conquista italiana in terra d’Africa rischiava di restare una colonia senza colonizzatori. Così, si rece necessario dirottare sul suolo Libico ingenti risorse italiane per dare il via alle opere necessarie alla colonizzazione, che vennero così sottratte alle regioni italiane che più ne avevano bisogno e rimasero bloccate e senza sviluppo. E ancora, circa cinquantamila cittadini italiani vennero espulsi, per rappresaglia, dal suolo turco e le relazioni commerciali fra i due Paesi subirono pesanti perdite, senza contare il boicottaggio che l’Italia subì per aver intrapreso una guerra di conquista.

La guerra fu sostenuta da un vastissimo consenso delle forze politiche (liberali, radicali, cattolici, socialriformisti, repubblicani…) e culturali italiane, costituì l’acme dell’egemonia di Giolitti e segnò un’epoca. Le Forze Armate dettero prova di efficienza. Nel corso delle operazioni furono impiegate tecnologie di avanguardia e, per la prima volta, fu impiegata l’aviazione, sia come arma offensiva sia per ricognizione. Proprio nel cinquantenario della sua nascita e malgrado l’aperta avversione di tutte le potenze europee, sia alleate (Germania e Austria-Ungheria), sia avverse (Francia) o vigilanti (Gran Bretagna), con la sola eccezione dell’Impero russo, storico antagonista di quello turco-ottomano, il regno italiano mostrò di non rappresentare affatto una «Italietta»: in mezzo secolo era divenuto una potenza economica, militare e civile, come ebbe modo di provare attraverso il Governatorato delle nuove Colonie di Tripolitania e Cirenaica, affidato al Generale Giovanni Ameglio.