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Domenica 4 Dicembre 2016 - Aggiornato alle 11:29 - Lettori online 725
RAGUSA - 24/07/2011
Cultura - 25 luglio ’43, una data storica che non passa inosservata

La caduta di Mussolini, fra i muri a secco degli iblei

Domenica 25 luglio ’43, a Ragusa era una domenica senza un filo di vento, la natura sembrava essersi fermata… Fu il giorno quando Sua Maestà il Re e Imperatore accettò le dimissioni del cavalier Benito Mussolini
Foto CorrierediRagusa.it

Il 25 luglio 1943 era domenica, la seconda dopo lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia. Una giornata senza un filo di vento come quella non si vedeva da tempo; la natura sembrava essersi fermata; nelle assolate contrade degli iblei, i muri a secco, piano piano tornavano a recitare il loro ruolo originario, sopravvivenza materica di una civiltà antica e moderna insieme. Culturale, economica e sociale. Elemento immateriale che a partire dal Cinquecento aveva rappresentato la peculiarità della Contea di Modica, prima, della provincia di Ragusa, dopo.

Giornata calda oltre ogni dire, quel 25 luglio. Più calda sicuramente degli ultimi 14 giorni. Non solo per motivi climatici. Ancora di domenica. Un’altra domenica si incaricava di cambiare la sorte dell’Italia. Stavolta addirittura ai più alti vertici della Nazione e del Partito Nazionale Fascista. Roma s’apprestava a mettere in scena ancora una volta, e non per l’ultima, una pantomima da basso impero. Quel pomeriggio, infatti, scaltriti attori avrebbero consegnato agli Italiani e al mondo, un saggio della loro bravura, anche se degno solo di un teatrino di periferia, culminato nel famoso annucio: «Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni del cavalier Benito Mussolini», con cui si informava il mondo della fine del regime fascista, rappresentò solo il momento conclusivo del colpo di Stato della Monarchia sabauda.

Mentre a Roma andavano maturando scelte decisive per l’Italia, per i protagonisti e per le vittime, per la gente comune della provincia di Ragusa, per gli agìti della storia, la vita tornava a ritrovare cadenze abitudinarie: contadini e massari ragusani non potevano certo immaginare cosa sarebbe successo quella domenica 25 luglio, s’erano alzati all’alba, come sempre, ed avevano visto nascere il sole nei campi o nelle stalle; le loro donne appena sveglie avevano cercato di ricostruire sogni e suggestioni notturne, durante i quali avevano «visto» i loro figlioli al fronte, addirittura li avevano «sentiti» chiamarle. Dubbiose, ne parlavano con vicine che a loro volta aspettavano i propri: reciprocamente si davano complici certezze e così s’apprestavano a passare come meglio potevano una dura giornata di lavoro, confortata da una dieta alimentare imposta dai gerarchi fascisti guerrafondai, prima, dagli «Alleati» pacificatori e dispensatori di ogni ben di Dio, dopo.

Qualcuno, cercando di scherzarci su, di sdrammatizzare, diceva che con l’arrivo degli alleati «erano cambiati i suonatori, ma la musica era sempre la stessa». A guardare bene, nei paesi e nelle campagne non c’erano colori, tutto era in bianco e nero. Non si vedevano giovani, infatti. Dominava il nero. Il nero dei lutti che si stagliava sul bianco accecante delle pietre. Degli scialli delle donne siciliane della mia generazione. Lo scialle non è stato un indumento, non solo almeno. Piuttosto, indicatore culturale di una civiltà da sempre multiculturale e multirazziale. In una parola, mediterranea!

Nei vicoli dei paesi, nelle trazzere delle campagne si era consumata la tragedia di un Popolo, fiero e generoso: cosa fare? con chi stare? chi avrebbe preso il potere, dopo? Sì dopo, dopo gli americani o gli inglesi. Popoli venuti dal mare, come tanti altri prima di loro. E con loro, con tutti loro il Popolo siciliano aveva imparato che bisognava fare «come canna al vento»; il problema era rappreserntato dal dopo «Alleati», quando a comandare nei paesi, come sempre, sarebbero tornati i soliti noti, i tanti voscenza con i quali, fra l’altro, bisognava andare a stipulare i nuovi contratti agrari, accordarsi sui salari, oltre a tanto altro ancora.

Il prevedibile ricambio generazionale non illudeva nessuno, tutti ne avevano sperimentato, direttamente o indirettamente, la perniciosità. Se la storia sembrava divertirsi con chi non aveva voce, cambiandogli in pochi giorni il quotidiano e le stesse prospettive di vita, non era certo stata più tenera con chi, invece, voce ne aveva avuta tanta e per vent’anni. La cosiddetta classe dirigente, politica ed economica, siciliana in generale, e ragusana in particolare, dall’oggi al domani non solo si ritrovò fuori dalle stanze dei bottoni, ma dovette nascondersi per non rischiare gli arresti. Che pure ci furono e furono tanti.

Un’intera classe dirigente in quelle due settimane aveva fatto i conti con la storia o si apprestava a farli. Decapitata dai comandanti americani o dissoltasi da sola, poco importa. Forse sarebbe più appropriato dire che la classe dirigente fascista siciliana «fu suicidata» dalle forze d’invasione. Non ancora di liberazione! Per una classe dirigente comunque scomparsa, gli Alleati si trovarono costretti ad inventarne un’altra, e la crearono in pochissimi giorni. La ristrettezza dei tempi non ne garantiva, comunque, la qualità.

Nella foto in alto, i gerarchi e maestri d´arte Ugo Rambaldi a sinistra, Umberto Diano al centro e Giuseppe Minniti a destra, in piazza Fonte Diana a Comiso