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RAGUSA - 23/07/2011
Cultura - Tre ufficiali borbonici la scoprirono nel 1838 in contrada Tabuna

La storia della «pietra pece» che ha costruito Ragusa

Dal 1693 in poi non c’è casa, ad Ibla , a Ragusa, a Modica e in altri comuni viciniori, che non abbia le fondamenta in roccia asfaltica e certamente i gradini delle scale, interne ed esterne, le piastrelle per i pavimenti, le basole per i balconi, le condotte dell’acqua

La «pietra pece» è ragusana, dei ragusani. E’ quel minerale che ha letteralmente fatto Ragusa, nel senso che tutte le sue case, patrizie e popolari, le chiese e i monumenti, sono state realizzate con il calcare bituminoso, l’asfalto, appunto. La pietra nera ha fatto Ragusa anche e soprattutto nel senso economico del termine, facendola conoscere in tutto il mondo, dove il minerale era esportato per asfaltare le strade, per estrarne olii lubrificanti e combustibili. Le generazioni più giovani hanno quasi del tutto dimenticato un’attività, che negli anni dalla fine del secolo XIX e fino alla metà del successivo, occupò migliaia di lavoratori.

Vediamo di saperne di più. Era il 1838. Tre ufficiali dell’esercito borbonico, tre svizzeri, giunti a Ragusa, visitando la contrada «Tabuna», al limitare con la contrada «Cortolillo», capirono che quella pietra nera, bruna, odorosa, in alcuni punti anche molle, poteva essere utilizzata. La pietra bituminosa che, intanto, veniva scavata a «Tabuna» si poteva utilizzare per estrarne il bitume. Gli svizzeri chiesero l’autorizzazione a scavare per estrarre il minerale, per coltivare il giacimento. Le leggi borboniche sull’uso del sottosuolo (che apparteneva al patrimonio privato del sovrano) fecero desistere i tre elvetici dall’impresa. Il sasso, comunque, era stato lanciato.

Non passarono che pochi anni da quel 1838 e decine di imprenditori stranieri, direttamente o tramite prestanomi locali (il più delle volte catanesi e messinesi) cominciarono a comprare, ad affittare la terra dai «massari» ragusani con atti notarili che intanto avevano come fondamento una legislazione di molto rinnovata. Furono gli inglesi e i francesi a scavare a «Tabuna». Solo nel 1855 venne avviata una vera e propria industria dell’asfalto a due o tre chilometri dalla Ragusa di allora. Dal 1855 al 1885 i trecento ettari di quella che sarebbe stata poi definita come la zona mineraria asfaltica, furono tutti venduti o affittati a compagnie straniere. Erano anni di febbrile attività che proseguì ancora per decenni. Ma prima bisogna tornare indietro negli anni, anzi nei secoli, per parlare dell’asfalto e del suo impiego.

L’uso dell’asfalto era, infatti, frequente già ottocento anni prima di Cristo, considerati i sarcofagi rinvenuti proprio nella zona di contrada «Tabuna» (il cui nome deriva ovviamente dal quel «Tabuto» che è il sarcofago). Il suo uso si è prolungato nei secoli. Se gli iblei chiamano quella roccia «pietra pece» è perché, quasi certamente, il bitume che se può facilmente estrarre, può essere utilizzato per calatafare le barche, proprio come la pece. Nell’architettura pre-terremoto il suo uso è documentato, ma non diffuso. Al contrario, dal 1693 in poi non c’è casa, ad Ibla , a Ragusa, a Modica e in altri comuni viciniori, che non abbia le fondamenta in roccia asfaltica e certamente i gradini delle scale, interne ed esterne, le piastrelle per i pavimenti, le basole per i balconi, le condotte dell’acqua.

Mario Spadola, l’ingegnere che come nessuno conobbe l’asfalto e le miniere, testimonia di una grotta di contrada «Tabuna» dove fino agli anni Quaranta era scolpita la data «1740». E d’altra parte sono tantissimi gli atti notarili con i quali le diverse opere pie pagavano i contratti di scavatori, intagliatori, scalpellini di roccia asfaltica. Furono gli anni della grande ricostruzione post–terremoto. Poi arrivò il 1838. A quel punto la «pietra pece» diventò un fatto economicamente rilevante. Le compagnie straniere, la «Limmer», la «Val de Travers», la «Aveline» inglesi, la «Compagnie national per l’esploration des asphalte» francese, la «Compagnia siciliana per l’esplorazione dell’asfalto» palermitana (con capitali anche locali), la «Kopp», la «Wess & Freitag» tedesche scavarono, estrassero, in cava o in galleria, esportando in tutto il mondo. Fino alla guerra, ininterrottamente per centinaia di migliaia di tonnellate. La guerra bloccò tutto.

Era il 1917 quando un’azienda romana, la A.B.C.D. (Asfalti, Bitumi, Catrami e Derivati) impiantò a Ragusa, a «Tabuna», una serie di forni, i «gasogeni», per lavorare l’asfalto. Si estraeva dell’olio, lo si raffinava (negli stabilimenti di via Archimede, dove è oggi l’enorme palazzo Cocim), lo si trasformava, si esportava anche questo prodotto finito, con alte rese economiche. La A.B.C.D., al di là dell’altissima importanza avuta per Ragusa, è da additare come uno dei primi esempi di industria con capitale almeno in parte statale. Nelle miniere e nelle cave si tornava a estrarre il minerale. Quelli furono anni fantastici. Migliaia di tonnellate, migliaia di lavoratori. Gli anni di Vann’Antò, che cantava l’epopea dei minatori come suo padre («O scuru vaiu, o scuru viegnu, o scuro fazzu u santu viagghiu») gli anni degli esperimenti. A distinguersi fu sempre l’A.B.C.D., che in contrada «Lusia» impiantò un’incredibile attrezzatura, il «Forno Roma». Un impianto che all’epoca era a dir poco all’avanguardia. Con un complesso ciclo lavorativo si passava dalla roccia asfaltica frantumata, alla benzina. Proprio così, alla benzina da trazione. Era il 1937 quando si completò la sua costruzione e si utilizzò, per i mezzi interni allo stabilimento, la benzina estratta dall’asfalto.

La seconda guerra mondiale tornò a bloccare tutto. Il «Forno Roma» venne abbandonato (negli anni Settanta finì come ferrovecchio), le miniere degli stranieri furono requisite e date all’A.B.C.D. che però non aveva operai per poterle coltivare. Quella del dopoguerra è stata una storia fatta di proteste operaie, di disoccupazione, di difficoltà economiche per tutti i concessionari, di occupazione delle miniere (massicce quelle del 1946 e del 1949). La Regione comprò le miniere, anche quelle degli inglesi che, nonostante Limmer e Val de Travers si fossero fuse, non avevano liquidità, ma solo gravi problemi.

La svolta è del 1950, quando la Regione affidò alla Calce e Cementi di Segni (del gruppo industriale Bombrini Parodi Delfino) il progetto di fare come era stato fatto a Scafa, in Abruzzo: un cementificio che avesse come materia prima l’asfalto. L’esperimento funzionò: la A.B.C.D., divenuta Asfalti, Bitumi, Cementi e Derivati, produceva il cemento derivato dall’asfalto. Il ciclo, molto sintetizzato, consisteva nell’estrazione di roccia, distillazione del bitume che finiva come combustibile per muovere i forni, dentro i forni il residuo, il calcare senza bitume, quell’inerte che veniva buttato in una discarica, lungo un pendio formando una montagna osservabile dalla strada per Modica. La storia dell’asfalto finisce nel 1968 quando l’ANIC abbandonò la coltivazione delle miniere. Con la fine della coltivazione delle miniere finì un’epoca, una cultura, una civiltà, un modo di essere ragusani. Lungo l’asse della storia dell’uomo, ne è nata un’altra di cultura, di civiltà, di essere ragusani.


25/07/2011 | 16.42.57
Lavinia P. de Naro Papa

La Ditta F.lli DE NARO PAPA (mio nonno Raffaele e suo fratello Vincenzo), proprietaria delle mioniere di Castelluccio, produceva mattonelle di asfalto, e con esse pavimentò diverse capitali dell´est europeo e del sud america:a Pozzallo un binario speciale serviva il deposito della Ditta. A causa di una serie di eventi negativi la ditta fallì nella seconda decade del´900. La cosa all´epoca fece scalpore, ma adesso di questa storia non trovo traccia in nessun articolo o resoconto sull´argomento. Vorrei saperne di più: per questo chiedo cortesemente all´autore dell´articolo se può indicarmi le fonti da cui ha desunto le notizie che ha pubblicato: Grazie