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RAGUSA - 25/06/2011
Cultura - Alle origini della Democrazia cristiana in Sicilia

Gli uomini che fecero grande la «Balena bianca»

Dalle riunioni segrete alle vere e proprie officine di idee politiche e culturali nel secondo dopoguerra
Foto CorrierediRagusa.it

Il primo incontro ufficiale per la ricostruzione del partito cattolico in Sicilia ebbe luogo il 16 dicembre 1943 a Caltanissetta presso lo studio del giovane avvocato Giuseppe Alessi. Vi parteciparono poche decine di persone, rappresentative di quanto di più vivo e vitale fosse rimasto della tradizione politica del laicato cattolico in Sicilia. Sicuramente con l’inizio della guerra era cominciata tutta un’attività clandestina e sotterranea, progressivamente cresciuta ed affinata nel biennio 1941 e 1942, un po’ in tutte le area dell’Isola, ma fu a Caltagirone che le riunioni segrete si trasformarono in vere e proprie officine di idee e di progetti per il futuro delle popolazioni siciliane.

Il gruppo guidato da Luigi La Rosa era il più attivo, soprattutto a partire dal 1941, cioè da quando era stato consentito – grazie al determinante intervento di un influente diplomatico del Vaticano, il gesuita Pietro Tacchi Venturi – a Silvio Milazzo di rientrare a Caltagirone, dopo la sua espulsione, nel 1939, da Partito Nazionale Fascista. Vicenda questa che aveva costretto l’ex Sindaco della città calatina ed ex Presidente della Cassa San Giacomo, fondata dal suo maestro – don Luigi Sturzo – nel 1896, ad allontanarsi da Caltagirone per evitare possibili ritorsioni e violenze da parte del federale di Catania, Pietrangelo Mammano. L’abilità del Milazzo di continuare ad operare sulla scia delle idee sturziane, restando fedele al popolarismo cattolico, nonostante – per ovvie ragioni di opportunità pratica – si fosse iscritto al P.N.F., serve a cominciare a capire il personaggio e a misurarne lo spessore umano e politico.

Con l’arrivo delle truppe anglo-americane, Luigi la Rosa fu nominato Sindaco della città di don Sturzo ed iniziarono un’opera di riorganizzazione del popolarismo. Ma, è proprio in occasione dell’incontro a Caltanissetta che cominciarono ad emergere le prime divergenze: in quella sede si delineò una spaccatura netta tra una maggioranza guidata da Salvatore Aldisio, Bernardo Mattarella e lo stesso Giuseppe Alessi, che interpretava le posizioni «unitarie» sia rispetto alla questione politico-istituzionale, che rispetto a quella del partito; e una minoranza guidata da La Rosa e Milazzo, convinta sostenitrice della necessità di un forte partito isolano (per il quale venne proposto il nome di Partito Democratico Siciliano o Partito popolare Siciliano), che - con un ordine del giorno a firma Milazzo – chiedeva che il problema dell’unità fosse oggetto di un referendum popolare, attraverso il quale fosse il popolo siciliano a scegliere il proprio futuro. L’ordine del giorno Milazzo fu respinto a maggioranza dal Comitato regionale provvisorio, mortificando così le ansie separatistiche della minoranza, ed inoltre avanzava la richiesta di decentramento amministrativo, nonché della creazione dell’ente Regione. A quel punto la minoranza calatina abbandonò i lavori del congresso.

Quel congresso segnò il destino della Sicilia, del nascente partito cattolico e dei protagonisti di quel difficile incontro nisseno. Luigi La Rosa, per esempio, di lì a poco confluì nel Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (MIS), al cui interno fu sempre uno dei maggiori esponenti dell’ala moderata, convinto com’era che la Sicilia avesse risorse economiche e sociali tali da consentirle una rinascita autonoma, mentre l’Unità avrebbe significato una nuova spoliazione per l’Isola. L’influenza del pensiero di La Rosa produsse in Silvio Milazzo una sorta di radicalizzazione dei temi autonomistici ed antistatalistici sui quali si era formato al seguito di Sturzo, il quale continuava il suo esilio in America, dal quale sarebbe rientrato solo nel 1946. Le due sensibilità politico-sociali non erano assolutamente lontane, prova ne sia che convergevano circa i temi liberisti ed antindustriali, di stretta pertinenza della tradizione sicilianista più ortodossa, ed almeno fino al 1944 il prete calatino continuava non solo a ritenere che gli aderenti al MIS dovessero avere un ruolo fondante nell’attuazione di una Sicilia autonoma e democratica, ma addirittura considerava possibile un riassorbimento di alcune frange del movimento, a partire dai cattolici come, per esempio, Luigi La Rosa.

Milazzo, comunque, non seguì La Rosa sulla strada dell’indipendentismo. Tema, questo, rispetto al quale, anche negli anni successivi, non rimase insensibile. Le rivendicazioni antiunitarie, da una parte, il concetto di «patriottismo siciliano» portato sulle piazze dal leader carismatico Andrea Finocchiaro Aprile, rappresentarono il terreno di coltura dal quale sarebbe germogliata un’elaborazione culturale tutta milazziana e che avrebbe visto la luce a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e Sessanta. Forse anche i rapporti di amicizia e di stima reciproca con elementi di prima fila dell’indipendentismo, come quella con Concetto Gallo, contribuirono a costruire il modello milazziano.

La prova provata è da ricercare nella scelta di non aderire alla Democrazia Cristiana all’indomani del Congresso di Caltanissetta del dicembre 1943. All’inizio dell’anno successivo, infatti, diede vita al Movimento Cristiano-Sociale, che si richiamava alla dottrina sociale di papa Leone XIII e alle purezze programmatiche del Partito Popolare di don Sturzo. Tale scelta, condivisa da un folto gruppo di notabili calatini e non, pose il Movimento in aperto contrasto con il gruppo dirigente democristiano siciliano guidato dal gelese Salvatore Aldisio. La scelta di attaccare la struttura democristiana, accusandola di poggiare «su sezioni clandestinamente costituite, su comitati provinciali artificiosamente creati, su deliberati di uno sparuto gruppo di gitanti, che si arrog[ava] illegalmente autorità e neg[ava] libertà ad ogni proficua discussione», risultò tatticamente importante al fine porre il Movimento Cristiano-Sociale in una posizione contrattuale forte prima di aderire e fondersi nella Democrazia Cristiana (novembre 1944), in occasione del Congresso regionale di Acireale, anche grazie alla mediazione di un altro calatino, Mario Scelba, che intanto dopo la sua partenza da Caltagirone nel 1920, aveva assunto un importante ruolo nazionale all’interno della DC.

Non si trattò però solo di tattica, ma anche di abile strategia, perché da allora Milazzo ed il suo gruppo riuscirono ad esercitare il pieno controllo sulla DC catanese e sulla sua direzione provinciale. Fu così che Milazzo non solo da allora rappresentò, nella DC, il «gruppo calatino», ma nel 1946 riuscì a diventare segretario provinciale della DC catanese. Solo in seguito, un gruppo di giovani della nuova generazione, quella che non aveva maturato l’esperienza della militanza nel PPI, guidati da Domenico Magrì avrebbe messo in discussione la leadership dei «calatini». Il gruppo di Magrì stabilì delle alleanze con alcuni notabili catanesi e, soprattutto, con il gruppo di «giovani turchi» fanfaniani, coordinati sul territorio da Antonino Drago (nella foto) e così riuscì, nel 1953, a scalzare definitivamente il gruppo di Silvio Milazzo, attraverso la sistematica occupazione di tutti i posti di comando e la conseguente emarginazione di tutti i dirigenti «calatini».

La storia di Silvio Milazzo, però, era tutta da scrivere. Un nuovo e più grande palcoscenico l’avrebbe visto protagonista: Sala d’Ercole, prima, Palazzo d’Orleans, dopo. Sullo sfondo, i destini della Sicilia e dei Siciliani attraverso la difesa culturalmente consapevole, sicilianamente puntuale e politicamente progettuale dello Statuto autonomistico.

Fine della prima parte