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RAGUSA - 24/12/2010
Cultura - Ragusa: come nasce e si sviluppa la Contea

Contea Modica, tutto iniziò dal terremoto del 1693

Dopo l’evento catastrofico iniziò la ricostruzione

La contea di Modica, intesa in senso moderno, comunque prende l’abbrivio da un evento catastrofico, il «tirrimotu ranni» dell’11 gennaio 1693. Vero e proprio castigo di Dio sembrò rappresentare la fine anche fisica della «grande contea» ormai appartenente agli Enriquez-Caprera, quasi un suggello destinato a stigmatizzare la grave crisi fiscale e politica da cui era attanagliata, a causa anche delle drammatiche lotte intestine che dilaniavano vecchie e nuove élites aristocratiche. La divisione delle due Raguse, in questo senso, costituisce solo l’esempio più rappresentativo (G. Barone, 1995).

Augusto Placanica ha detto che «un grande terremoto rappresenta la fine del mondo: esso non solo uccide l´esistenza biologica, ma rompe i cardini della natura, spezza l´asse della terra, risospinge la società e la storia all´indietro. E´ in questa sorta di regressione spirituale e culturale che spesso la popolazione di una città o di una regione terremotata rimane bloccata, incapace di ´pensare´ alla ´ricostruzione´, di ´desiderare´ il ritorno alla ragione e alla storia.

Ma cosa è successo dunque nel Val di Noto il giorno dopo quel tragico evento del 1693 perché tutte quelle città venissero immediatamente ricostruite? Per ricostruirle in quella nuova, ardita forma, in quella superba bellezza che ancora oggi affascina ed ammalia fu sicuramente necessario che il Viceré duca d´Uzeda, il Vicario generale, duca di Camastra, e i Commissari governativi, l´Ingegnere militare Carlos de Grunemberg e il feudatario principe di Butera, gli altri aristocratici e i Giurati locali, gli urbanisti fra´ Michele La Ferla e fra´ Angelo Italia, gli architetti Vaccarini, Ittar, Vermexio, Palma o Gaagliardi, quella infinità di «mastri e maestri», di famiglie di scalpellini della Contea, ma soprattutto della Contea di Comiso, le popolazioni che in assemblee, per voto o per ribellione, decisero i luoghi e i modi delle ricostruzioni, tutti insomma dovettero certamente avere una grande superbia, un grande orgoglio, un alto sentire di sé, di sé come individui e di sé come comunità, se subito dopo il terremoto vollero e seppero ricostruire «miracolosamente quelle città, con quelle topografie, con quelle architetture barocche: scenografiche, ardite, abbaglianti bellezze che sembrano concretizzazioni di sogni, realizzazioni di fantastiche utopie; sembrano, nei loro incredibili movimenti, nelle loro aeree, apparenti fragilità, una suprema provocazione, una sfida a ogni futuro sommovimento della terra, ad ogni ulteriore terremoto; e sembrano insieme, le facciate di quelle chiese, di quei conventi, di quei palazzi pubblici e privati, nei loro movimenti, nel loro ondeggiare e traballare ´a guisa di mare´, nel loro gonfiarsi e vibrare come vele al vento, la rappresentazione stessa, la pietrificazione, l´immagine antropaica e scaramantica, del terremoto stesso». In definitiva, potremmo dire che «la distruzione [fu] volta in costruzione, la paura in coraggio, l´oscuro in luce, l´orrore in bellezza, l´irrazionale in fantasia creatrice, l´anarchia incontrollabile della natura nella leibneziana illuministica anarchia prestabilita» (V. Consolo, 1993). In una parola: il caos in logos, che è sempre il cammino della Civiltà e della Storia.

Il risultato di questa grande ricostruzione del Val di Noto, di città come Catania, Siracusa, Ragusa o Modica, di costruzioni ex nihilo di città come Noto, Avola o Grammichele è di grande armonia e bellezza. Di bellezza che non impone passiva ed estatica contemplazione, ma che ispira felicità ed attivismo. Certo, la ricostruzione o costruzione delle città del Val di Noto coincide con l´epoca del barocco. Ed è il barocco della Sicilia orientale, di particolare bellezza, che ha trovato tra i suoi maggiori estimatori e studiosi l´inglese Antony Blunt.

La caduta di Napoleone creò le condizioni per quel congresso di Vienna che avrebbe modificato la carta geo-politica dell´Europa, ma anche per il disimpegno inglese in Sicilia: conseguenza naturale fu la fine del periodo costituzionale. L´esito finale delle decisioni viennesi, è formalmente rappresentato dall´art. 1 del decreto 565 dell´8 dicembre 1816 che rappresenta l’atto di nascita di un nuovo organismo statuale, che inglobava in sé i due regni di Sicilia e di Napoli, assolutamente indipendenti l´uno dall´altro fin dal 1282. (V. D’Alessandro, 1989)

La monarchia non si limitò a proclamare l´unificazione dei due regni, ma, contestualmente, proclamò ed estese alla Sicilia il diritto pubblico e privato partenopeo, cioè dichiarò valida anche per la parte insulare del nuovo regno la legislazione napoleonica, varata nella parte continentale negli anni del regno di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat.

Pochi giorni dopo, con la legge 567 del 18 dicembre 1816 venne creato l´Istituto del «Luogotenente Generale»; organo, questo, che avrebbe dovuto dirigere l´amministrazione governativa nella parte dei reali domini nella quale il Sovrano non avesse la propria residenza.

La riforma amministrativa realizzava una razionalizzazione ed una omologazione dell´apparato statale periferico ponendo fine ai particolarismi locali che avevano caratterizzato le società d´antico regime. Per ottenere ciò il regime borbonico aveva bisogno della partecipazione dei gruppi dirigenti locali che venivano chiamati, sotto la tutela dell´Intendente, nei loro comuni, a far funzionare i nuovi organi amministrativi.

Per ciò che ci riguarda più da vicino, la decisione cardine, il punto di svolta, è di pochi giorni posteriore a quell´8 dicembre 1816, giorno in cui nasce il «Regno delle Due Sicilie»; esattamente il 12 dicembre, appena quattro giorni dopo, con regio decreto fu sancita la fine anche giuridica della «Contea di Modica», ovvero del più grande stato feudale della Sicilia d´antico regime.

Abbiamo usato l´espressione «anche giuridica» perchè de facto, fin dal 1802 la Contea non esisteva più, resisteva solo nel nome. Con la morte senza eredi dell´ultimo conte, infatti, era stata incame¬rata al fisco, in attesa di essere restituita a chi riuscisse a dimostrare di averne diritto. Successivamente, però, era stata approvata la Costituzione del 1812 che aboliva la feudalità.

Nel 1813 uno straniero, Carlo Fitz James, duca d´Alba e di Berwick, per metà inglese e per metà spagnolo, presentò le proprie credenziali per essere riconosciuto legittimo erede dell´ultimo conte di Modica. Non solo, ma richiese i danni che per tutti quegli anni, dal 1802 al 1813, egli aveva subito per l´ingiusto incameramento della Contea al fisco regio. Ottenne il riconoscimento nel 1816, ovvero con il ritorno nei pieni poteri di Ferdinando di Borbone.

Con la riforma amministrativa del 1817, a Modica era toccato il ruolo di sede di Sottointendenza. L’equilibrio del potere ruotava, ora, attorno alla carica del sottointendente. Il primo a ricoprirla fu Michele Ciaceri Polara, marchesino delli Bagni, non tanto perché avesse una personalità politica di primo piano, quanto, piuttosto perché risultò funzionale al gruppo di potere che si aggregò subito dopo la costituzione del Comune. Pochi anni dopo l’insediamento, in un rapporto dei primi anni Venti venne indicato come «un giovane di nessun talento, incapace di esercitare perciò qualunque carica»; e ancora, si affermava che «chi lo consiglia[va] e i suoi ufficiali ne fa[cevano] ciò che vole[vano]» e, infine, che si trattava di «un ignorante, [di] un uomo finito, quasi per costituzione fisica […]». Lo stesso rapporto, ancora, metteva in risalto un aspetto peculiare del blocco di potere a Modica, quando affermava che «il Giudice [era] fratello del Sindaco e il Sottointendente [era] un Genero del Giudice», come a dire che «tutte le autorità [erano] riunite in una sola persona».

La fine giuridica della contea segna anche il terminus ad quem fissato per il nostro intervento, i nostri lettori che all’interno dell’area oggi occupata dalla provincia di Ragusa la diversa appartenenza feudale (alla grande contea o ai piccoli staterelli feudali) risultò esistente soltanto dal punto di vista giuridico-amministrativo, ma non incise mai sull’unitarietà di fondo che da sempre ha connotato le Comunità iblee nei suoi caratteri identificativi; che i confini degli staterelli feudali satelliti e della contea di Modica, infatti, non furono mai d’ostacolo alla diffusione delle idee e allo sviluppo dei commerci; che proprio per questo si può parlare di «sistema ibleo»; che tale sistema non è altro che l’esito polifonico delle diverse e variegate realtà delle dodici terre iblee; che i problemi vanno affrontati avendo come riferimento l’intera area e che non è percorribile una strada che portasse a stereotipe questioni municipalistiche.

Occorre, invece, strategicamente puntare proprio sul «siatema ibleo», inteso come valore in sé, se ci si vuole innalzare ai livelli dei nostri antenati artefici della ricostruzione post-terremoto, avere lo stesso orgoglio la stessa autostima per interpretare oggi il nostro ruolo di Comunità attenta al Territorio, capace di conservare ciò che ci è stato consegnato, essere in grado di renderlo funzionale ad uno sviluppo compatibile per, poi, essere capaci di trasmetterlo a chi verrà dopo di noi.

SECONDA PARTE- FINE